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“Io, assalita nel sottopasso, ho visto in faccia quell’uomo. Potrei riconoscerlo, ma mi scontro con l’indifferenza”

La 24enne ha scelto di raccontare la brutta storia di cui è stata involontariamente vittima il giorno di San Giorgio. Ancora sconvolta e con 15 giorni di prognosi per la sostanza caustica che le è stata spruzzata sul volto, è amareggiata per la mancata risposta dello Stato rispetto ad un problema sicurezza che “è di tutti, non solo mio”

L’ha aggredita con una sostanza caustica. Probabilmente non voleva derubarla (avrebbe potuto farlo) ma violentarla. Le sue urla, nonostante il dolore lancinante agli occhi a causa dello spray che le aveva spruzzato, hanno messo in fuga lui e il suo complice. Che probabilmente faceva da “palo”.

Quindici giorni di prognosi al pronto soccorso per una “cheratocongiuntivite da sostanza caustica”, controlli periodici e una paura che non si cancella. Come non si cancella, però, la rabbia. Perché lei, questa 24enne aggredita in pieno centro a Campobasso all’uscita dal sottopasso ferroviario il giorno di San Giorgio, di rabbia verso chi l’ha aggredita (e che è libero) e di indignazione rispetto al sistema che dovrebbe tutelarla e non l’ha fatto, ne ha tanta. Ma vuole spiegarla: per lanciare un avvertimento a tutte le persone che fanno quel tragitto e un appello alle istituzioni chiamate “a proteggere la pubblica incolumità e io personalmente con la mia esperienza posso dire di non sentirmi affatto salvaguardata”.

L’episodio – avvenuto alle 18.30 del 23 aprile all’uscita dal sottopasso ferroviario che da Piazza Garibaldi conduce su via Vico – riaccende i riflettori sulla questione sicurezza. Che a Campobasso, in alcune zone, è diventata prioritaria.

Nel sottopasso ferroviario, per esempio, non è la prima volta che accade un’aggressione, nonostante tutto le telecamere continuano ad essere spente, i sistemi di sicurezza sono pressoché assenti e quel tragitto – che consente di accorciare il percorso che conduce al terminal soprattutto ai lavoratori che hanno fretta di prendere i pullman – continua a rimanere una trappola paurosa.

“Faccio quel tragitto tutti i giorni perché lavoro a Campobasso ma vivo in provincia di Isernia. E anche il 23 aprile alle 18.30 ho attraversato il sottopasso per dirigermi verso il terminal. Spesso sono in compagnia con una mia collega, ma quel giorno ero sola”.

Non ha notato nulla?

“Ero al telefono con mia madre, le stavo dicendo che ero diretta al terminal non ho prestato attenzione a chi c’era. Ricordo però perfettamente di essere stata attratta in lontananza, verso la fine del tunnel, da un paio di scarpe indossate da un giovane, perché erano delle Adidas color fucsia”.

Un colore che non passa inosservato…

“Esatto. Ho anche pensato che fossero da donna, ma ho poi continuato sulla mia strada. Quando ho superato la soglia del sottopasso, ho visto che questo giovane, alto tanto quanto me e quindi circa un metro e 75, africano, con un paio di jeans, si avvicinava sempre di più frontalmente fino a quando mi ha passato una mano sulla faccia e io ho subito avvertito un forte bruciore sulla faccia e negli occhi. Quindi ho subito coperto il volto e ho iniziato ad urlare”.

E poi?

“Sono fuggita verso la strada che faccio sempre, quella che taglia al Centrum Palace mentre lui assieme al complice che pure avevo intravisto appoggiato ad u muretto è fuggito in direzione del carcere, sul lato opposto”.

Nessuna l’ha soccorsa?

“Il 23 aprile era San Giorgio, non c’era quindi molto via vai di persone ma sono arrivata urlando al bar poco distante e lì mi hanno dato aiuto”.

Cosa le hanno fatto?

“Mentre subito mi hanno portata in bagno per irrorare tutto il lato della faccia infiammato, hanno chiamato il 118 e il 112”.

Poi?

“I carabinieri non avevano pattuglie disponibili e quindi sono stata portata al pronto soccorso dall’ambulanza”.

E al Cardarelli cosa le hanno detto?

“Ovviamente ho dovuto fare gli accertamenti e la consulenza oculistica. Peraltro pare che lo spray non fosse al peperoncino o comunque non solo. Perché non solo avevo bruciore ma avevo la testa come se si muovesse da sola, non vedevo nulla e ancora oggi a distanza di qualche giorno ho difficoltà ad inquadrare un’immagine da lontano, tant’è che dovrò fare controlli successivi. Per ora sono quindici giorni di prognosi” .

Ma lei ha poi denunciato?

“Al pronto soccorso sono venuti anche i carabinieri che mi hanno posto una serie di domande, mi hanno anche chiesto di firmare non so bene cosa, ma io non vedevo nulla e quindi non ho firmato”.

Ed è finita lì?

“No. I carabinieri mi hanno poi suggerito di denunciare l’accaduto alla polizia”.

E lei l’ha fatto?

“Sì, il giorno dopo. Ho raccontato i fatti per come sono andati, mi hanno dato alcuni suggerimenti per non incappare più in queste disavventure. E cioè non percorrere più i sottopasso, non camminare da sola e dotarmi anche io di uno spray da difesa”.

Ma lei non ha fornito dettagli per riconoscere l’aggressore?

“Io l’ho scritto anche nella denuncia: il mio aggressore potrei sicuramente riconoscerlo perché io l’ho visto bene in faccia. E tutto ciò che potevo dire l’ho detto”.

Ma….

“Ma onestamente trovo assurdo che a me e  a centinaia di persone che tutti i giorni fanno quella strada venga suggerito di non percorrere più il sottopasso (per lasciarlo in balìa di questi malviventi). Non sono io che devo stare alla larga, sono loro che dovrebbero stare ‘al fresco’ o altrove. Sono loro che dovrebbero avere paura di un sistema che li controlla e li insegue e non io o tanti lavoratori, studenti, semplici cittadini che ogni giorno fanno i salti i morali per guadagnarsi la giornata”.

Ma li c’è una telecamera!

“Certo. Ma non funziona. Una vergogna. Una stazione ferroviaria, di un capoluogo di regione, che peraltro già in passato è stata teatro di simili episodi, è fuori da ogni controllo. La stazione Termini a Roma è più sicura. Qui a Campobasso invece paradossalmente ormai devi camminare con le guardie del corpo, se non addirittura armata. Ma su… siamo al ridicolo. Io lavoro tutti i giorni, come me centinaia di persone, è impensabile che per andare al lavoro debba pensare a salvarmi la pelle perché non funziona nulla. Né il sistema. Né le telecamere”.

A cosa si riferisce quando parla di sistema?

“Ma se una pattuglia non arriva quando io o chi per me chiede aiuto come vuole che si sentano i cittadini? Capisco che le risorse umane siano insufficienti ma se mi avessero stuprata? O accoltellata? Cosa sarebbe accaduto poi? E né credo sia giusto che, nel momento in cui formalizzo i fatti perché spero che al riguardo si smuova qualcosa anche solo per sollevare uno stato di emergenza rispetto ad un’area cittadina libera da ogni ispezione o accertamento, mi venga pacificamente suggerito di cambiare strada o di dotarmi di uno spray al peperoncino. Non è giusto”.

Lei vorrebbe che arrestassero il suo aggressore?

“Ovvio. Potrei riconoscerlo. Perché se con me non c’è riuscito, con la prossima non lo so. Ma qualora non fosse possibile perché magari non è schedato né è conosciuto alla banca dati delle forze dell’ordine, mi aspetta che qualcuna delle autorità preposte, insieme a me, sollevi il caso della completa assenza di sicurezza che regna in certi posti. E che magari, altri ancora, dotino di qualche pattuglia in più il nostro territorio”.

E’ arrabbiata?

“E’ un misto di rabbia e  delusione. Sono arrabbiata perché ho subito un’aggressione che mi ha spaventata, molto. E di cui pago le conseguenze anche fisiche. Sono delusa perché speravo in risposte diverse. Ameno a Campobasso dove tutto sommato i criminali potrebbero avere vita breve perché non viviamo in una metropoli”.