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Il santino

Ansia da prestazione, parentele, migrazioni tra schieramenti, appartenenze etichettate come antichi vincoli ideologici sinonimo di arretratezza e conservatorismo... Il santino, simbolo per eccellenza della campagna elettorale, secondo un ex assessore del Comune di Termoli.

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In questo periodo di campagna elettorale si percepisce in Città fermento e frenesia legati alla campagna elettorale in corso.

La ricerca del consenso mette in scena quadri tipici del momento. Presenze inusuali al passeggio quotidiano del Corso, generalmente rado, inforcate inattese di mani sottobraccio, capannelli di improvvisati conoscitori e strateghi politici, caffè o bevute offerti a iosa nel bar più prossimo. Insomma una cordialità insolita, un lavorio relazionare esagerato.

In questo quadro entra sul palcoscenico ineluttabile il “santino”.

Già, il santino. Nel convincimento generale, anche nell’epoca della comunicazione digitale, rimane irrinunciabile strumento per accaparrarsi il voto, prima dei contenuti politici.

Si innesca nella mente degli aspiranti candidati un’ansia ad apparire primi temendo di perdere, attardandosi, questo o quel voto. Perciò si corre, con trepidazione. E via ad immortalare e correggere l’immagine ricorrendo ad aggiustamenti e maquillage, reali o virtuali. In alcuni casi il trucco è superfluo in altri si rende necessario l’intervento dell’aggiustatore a cui spesso risulta davvero difficoltoso il lavoro. Alla fine però, a costo di mentire a sé stessi, ognuno si sente soddisfatto e compiaciuto.

A noi altri, utenti finali non coinvolti nell’agone, giungono miriade di volti il più delle volte in pose e posture improbabili, innaturali e forzate. Vorrebbero impressionarci e colpirci ma spesso ci lasciano indifferenti o addirittura ci muovono al compatimento.

È il circo della politica locale, della politica in generale. L’apparenza supera e annebbia la sostanza. I contenuti sono opzionali mentre diventa centrale l’apparire attraverso una comunicazione artefatta e mistificata, spesso becera. Post e twitter ad effetto colpiscono la pancia ed offuscano la mente. I valori diventano disvalori, le appartenenze vengono etichettate come antichi vincoli ideologici sinonimo di arretratezza e conservatorismo.

La parentela assurge a elemento di selezione, poco importa se la candidatura è fatta a prescindere dalle capacità richiesta dal ruolo che si dovrà eventualmente svolgere. “Sai, mio figlio – o mia fratello – è candidato con…, mi dai una mano?” e ti ritrovi rifilato il santino di turno, l’ennesimo. Quanti dilettanti culturali allo sbaraglio dovrai sorbirti; Giorgio Gaber Polli li avrebbe definiti “polli di allevamento”. Ma tant’è.

Le migrazioni da una parte all’altra degli schieramenti – una, due e più volte – spacciati paradossalmente per capacità e strategia politica: “solo gli sciocchi non cambiano mai idea”.

Questo il triste contesto che induce a disaffezione e disimpegno.

Ma non bisogna abbandonarsi, non bisogna abdicare: una buona scelta è sempre possibile. Nel marasma generale c’è comunque bella gente. Sta a noi saper cogliere capacità ed affidabilità, saper discernere tra garanzia di rappresentanza e rappresentatività o bacucche litanie del passato e far sì che dalla competizione, scevra da personalizzazioni e clientelismo, scaturiscano persone di spessore e qualità. Per il bene comune, per la nostra comunità.

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