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Il complesso di Caino nell’era moderna

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“Avevo fame e mi avete comprato. Avevo sete e mi avete venduto. Ero nuda e mi avete stuprata. Ero straniera e mi avete massacrata. Ero malato e mi avete fatto morire. Ero carcerato e mi avete giudicato”. Ho fatto violenza ad un testo biblico del Vangelo di San Matteo, capitolo 25, che racconta quanto ben altro tutti noi, nella nostra sensibilità religiosa, conosciamo. Ho voluto esercitare questa forma di violenza per attirare l’attenzione su quella che è la malattia più grave del mondo di oggi e, forse di sempre: l’indifferenza.

L’indifferenza che può conoscere anche ulteriori atteggiamenti peggiorativi quando diventa sfruttamento. E in genere, purtroppo, non solo non siamo solidali, ma purtroppo ci avventuriamo nella dimensione dello sfruttamento. E questa è la cosa più grave che possa capitare ad una persona: quella di sfruttare un’altra. Perché una persona ha diritto al rispetto, ha diritto all’accoglienza. Perché tutti siamo immagine e somiglianza di Dio. E allora molte volte viene a determinarsi quello che qualcuno chiama il ‘Complesso di Caino’: un complesso dal quale ci dobbiamo liberare, ma è difficile. Perché questo accada occorre una massiccia dose di esorcismo per immunizzarsi contro di esso. È necessario assumere anticorpi per evitare ulteriori gravi contagi.

Il ‘Complesso di Caino’ è una brutta e grave malattia che ha delle variazioni sul tema che si chiamano fratricidio, indifferenza, menefreghismo, disfattismo, disimpegno, scarsa attenzione all’altro, miopia relazionale. Tutte queste deviazioni o ramificazioni sono cugine del ceppo principale. Anche San Giovanni Paolo II mise il mondo in guardia da questi atteggiamenti. E lo fece in un luogo particolare: quando andò in visita in Africa, precisamente in Angola, appoggiato alla porta del porto da cui partivano le frottiglie di esseri umani alla volta dell’America, venduti come schiavi, ebbe a dire: “Da questo santuario africano del dolore nero imploriamo il perdono del Cielo”.

Nella casa degli schiavi nell’isola di Gorée, di fronte all’oceano, Giovanni Paolo II ha chiesto perdono a Dio ed agli uomini per i cristiani che, nei secoli passati, si sono macchiati del crimine enorme della tratta dei negri. “Sono venuto qui per rendere omaggio a tutte queste vittime, vittime senza nome – disse Wojtyła in piedi, nella polvere del cortiletto della casa degli schiavi – È l’ingiustizia il dramma di una società che si diceva e si dice cristiana – commentò il Papa – La stessa che, nel nostro secolo, ha ricreato la medesima situazione di schiavi anonimi nei campi di concentramento”.

“La nostra è una città piena di debolezza, piena di peccati. Ma la schiarita non è finita – ha gridato ancora il Pontefice – Anche oggi si è sfrutta l’Africa, si sfrutta il mondo dei poveri”. Ci sono nuove forme di schiavitù come la prostituzione organizzata che sfrutta vergognosamente la povertà delle popolazioni del terzo mondo. Per certi versi è rimasta una preghiera inascoltata e un invito inevaso. In altre circostanze, sempre San Giovanni Paolo II, ebbe a dire che lasciare qualcuno nell’indigenza, non prendersi cura delle ferite, delle necessità, significa vivere una indifferenza fratricida.

Ogni volta che un uomo soffre accanto ad un altro uomo, ogni volta che qualcuno è umiliato con la complicità di un simile, ogni volta che i diritti di taluni sono rispettati e di altri ignorati, ogni volta che qualcuno prende una medicina e c’è chi non può, ogni volta che esiste chi si veste sontuosamente e chi non ha stracci da mettersi addosso, ogni volta che c’è chi si riempie lo stomaco e chi muore perché è vuoto, ogni volta che esiste chi riesce carezze ed altri schiaffi, ogni volta che qualcuno può leggere e qualche altro deve chiedere spiegazioni. In tutti questi casi, ed altri analoghi, si registra il trionfo del ‘Complesso di Caino’. È la sinfonia del distillato egoismo. Vuol dire che ci siamo dimenticati, abbiamo ignorato, non ci siamo mossi a compassione. Abbiamo lasciato nell’indigenza e nell’abbandono i meno abbienti di salute, indipendenza, cultura, affetto, patria e risorse.

Allora, come eco dall’antico mondo biblico della parola di Dio, deve giungere fino a romperci le orecchie quel grido di Dio: “Caino, dov’è Abele tuo fratello?”. Non possiamo nasconderci dietro il disfattismo, il malcelato perbenismo o, peggio, scrollandosi di dosso ogni responsabilità, adducendo la scusa, poco giustificativa e molto indiziale, nel rispondere “Sono mica il custode di mio fratello”.

Come il grembo materno, custodendo le vite che lo hanno abitato, ha reso i suoi temporanei residenti fratelli, così la storia umana, la geografia mondiale, grembi dell’umanità, hanno reso fratelli coloro che le abitano ugualmente in modo temporaneo e passeggero. Fratello, dalla lingua greca adelfòs, significa provenire dallo stesso utero. La storia umana, la geografia mondiale, ci fanno provenire dagli stessi ambienti e dalla stessa finitudine. Lo spazio e il tempo se da una parte ci limitano, dall’altra ci uniscono.

Abbiamo lo stesso abito, quello dell’umanità, debole e fragile. Ma lo stilista di questo meraviglioso abito è Dio stesso. Tanto è vero che pure lui lo ha indossato, nascendo uomo tra gli uomini e di essi si è interessato, anzi per essi si è immolato. Salvandolo. Figlio tra figli fratello tra fratelli. La sua nascita aveva un fine, un punto di interesse. L’uomo, nella sua debolezza e nella sua fragilità. La preghiera del Padre Nostro che Gesù ha insegnato a chi gli chiedeva di imparare a pregare, ci consegna una verità elementare: ciò di cui necessito io, lo devo volere anche per gli altri. È una preghiera al plurale: chi si presenta al Signore e in se stesso e con se stesso non presenta il mondo intero, tutti i propri fratelli, è inutilmente un bambino capriccioso, superbamente pretenzioso e insaziabile egoista.

“Caino dov’è Abele tuo fratello?” deve diventare una domanda persecutoria, quasi vessatoria, per scuoterci dai nostri indolenzimenti, dalle nostre paralisi e, soprattutto, dalla nostra accomodante e soporifera indifferenza. Alla domanda scomoda e imbarazzante “Dov’è tuo fratello affamato, assetato, malato forestiero, carcerato, nudo?”, non possiamo rispondere “Ci pensa la Caritas, ci pensano le istituzioni, le politiche sociali, le strutture preposte, gli ospedali, i ricoveri”. Se così ci pronunciassimo vorrebbe dire che li abbiamo sfrattati dal nostro cuore, quanto mai li avessimo accolti, oppure dichiariamo che sono cittadini indesiderati ed indesiderabili.

Occorre fare ecologia umana, spirituale, relazionale. Fare del bene bonifica se stessi e benefica gli altri. Piccola, flebile scintilla. Ma i grandi incendi nascono sempre tutti da piccoli, apparentemente fragili e inutili scintille. E allora, la dimensione della solidarietà, si trasforma in dimensione di servizio. Perché è il verbo servire che deve abitare di più il vocabolario della società contemporanea. Perché servire chi ha bisogno, oltre che essere caratterizzato dal DNA della gratuità, ci pone nella condizione di sentirci onorati nel dover servire una necessità, nel dover soccorrere un fratello. È un onore poterlo fare. Perché così io riconosco in lui un mio fratello, riconosco in lui un mio simile.

E Raoul Follereau, che è stato professore della Sorbona di Parigi, a un certo punto ha lasciato l’insegnamento e ha preferito andare anche lui in Africa a servire i lebbrosi, diceva: “La disgrazia più grande che può capitare ad un uomo, è quella di non aver amato nessuno, di non essere stato di aiuto a nessuno”. Perché aiutare, aiuta molto. Se stessi prima di tutto, perché smuove quelle corde dell’attenzione, della considerazione degli altri. Voglio ricordare una storia, cliccatissima del professor Zamagni, noto e famoso economista che dal 27 marzo scorso è Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali. È un figlio spirituale di Don Oreste Benzi, quindi è riminese e attento, pronto alla solidarietà verso lo sfruttamento della prostituzione, verso i carcerati, verso i barboni, verso i poveri, verso tutti coloro che, feriti dalla vita o dalle circostanze della loro esistenza, trovano accoglienza, accoglimento, attraverso la loro solidarietà.

Il professor Zamagni racconta questa storia che, come vedrete, alla fine ci dimostrerà che aiutare gli altri non rende povero nessuno, ma arricchisce tutti. “Un cammelliere muore e lascia tre figli. La sua eredità, consistente in una asse ereditario, di 11 cammelli passa ai figli secondo le sue indicazioni: metà al primo figlio, ¼ al secondo e 1/6 al terzo. Ma il numero 11 è uno dei numeri indivisibili. L’impossibilità della suddivisione, secondo le esigenze del padre, li porta a litigare. Come fare un mezzo? Sarebbe 5,5. Un quarto sarebbe 2,5. Un sesto sarebbe 1,5. Passa di lì un altro cammelliere e ne dona un cammello, così che ne diventano 12 e la divisione è possibile. Sei al primo, tre al secondo e due al terzo. Tutto si risolve al meglio. Ma se ci fate caso, 6+3+2 fa lo stesso 11. E quindi viene restituito al cammelliere, il cammello prestato. Ecco, il donare non fa perdere nulla a chi Dona e risolve a chi riceve”.

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