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Carcere come il far-west: “Alcol e medicine in cambio di sesso tra i detenuti”. Dopo la rivolta 3 indagati per danneggiamento

A distanza di qualche giorno dalla rivolta nell'istituto di pena del capoluogo, il sindacalista Aldo Di Giacomo fa il punto e torna a denunciare i problemi della struttura: "Non è prevista la costruzione di un nuovo carcere, ma questo è diventato l'università dei delinquenti. E ha fallito anche il sistema della 'vigilanza dinamica', ossia le celle aperte. Sono aumentate aggressioni ed episodi di violenza". Gli organi inquirenti stanno facendo luce sulla vicenda, ma sembra già che il capobanda e altri due detenuti rischiano di essere indagati per danneggiamento.

E’ un detenuto laziale, pare dietro alle sbarre per reati legati all’inchiesta di Mafia capitale, colui che ha avviato la rivolta nel penitenziario di Campobasso. Si trova ancora nella casa di reclusione del capoluogo molisano. La sera del 22 maggio un “no” di fronte alla richiesta di poter telefonare al figlio ha scatenato la sua reazione violenta.

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Lui, con altri sette reclusi, ha messo a ferro e fuoco l’istituto penitenziario bruciando materassi e distruggendo la guardiola dei poliziotti nel secondo braccio dell’edificio costruito nell’Ottocento. Hanno rotto sedie, bagni e i vetri delle finestre nell’ala destinata agli agenti, “non nelle loro celle”. Gli organi inquirenti stanno facendo luce sulla vicenda, ma sembra già che il capobanda e altri due detenuti rischiano di essere indagati per danneggiamento.

Dettagli che fornisce Aldo Di Giacomo (segretario generale del sindacato Polizia penitenziaria) davanti ai giornalisti nella conferenza stampa convocata questa mattina (25 maggio) in via Cavour.

Sette detenuti coinvolti nella ‘rivolta’ sono stati trasferiti tra Roma e Viterbo (“sono stati premiati, mandati vicino casa”). Invece l’ottavo detenuto “sarà trasferito in un posto che ancora non sappiamo, sicuramente al di fuori del provveditorato regionale”.

Quella sera sono emerse con evidenza tutte le criticità della struttura di Campobasso, che si trova in centro, con tutti i problemi per la sicurezza. Lo scorso marzo ad esempio un agente è stato sospeso dopo aver puntato l’arma di servizio contro un detenuto in fuga. E anche questo episodio, avvenuto in via Cavour, davanti a passanti e automobilisti in transito, ha fatto discutere. Nè si può trascurare il ‘lancio’ dai palazzi circostanti di droga e telefonini, come dimostrato dalle operazioni delle forze dell’ordine. Inoltre è sovraffollata: secondo i dati presenti sul sito del Ministero della Giustizia ospita attualmente 167 detenuti quando ne dovrebbe ospitare al massimo 106. Nel penitenziario stanno scontando la loro pena anche molti tossicodipendenti e reclusi con problemi psichiatrici. Invece il numero degli agenti penitenziari è inferiore rispetto alle effettive necessità.

Aldo Di Giacomo

Ormai il carcere è un immondezzaio, è l’università dei delinquenti“, l’ennesima denuncia che . Teme un effetto a catena: “Spero che non sia la prima di una serie di rivolte che potrebbero avvenire nelle altre strutture d’Italia”.

Al tempo stesso Di Giacomo puntualizza: “Riassumere i problemi del carcere nel sovraffollamento e nella carenza dell’organico è riduttivo”. Sottolinea che “non c’è nessun piano per costruire un carcere fuori città, non ci sono i fondi” e bacchetta chi ha responsabilità in questa materia. “I veri responsabili di tutto questo siamo anche noi sindacati che nel corso degli anni non siamo riusciti ad innovarci e a dare indicazioni al mondo politico e all’amministrazione penitenziaria”. Critiche al Governo: “Oggi siamo di fronte ad un’amministrazione penitenziaria e ad un ministro (il riferimento è ad Alfonso Bonafede, titolare della Giustizia, ndr) scadenti. L’utilizzo della pistola elettrica all’interno degli istituti dimostra che il problema non è stato compreso. Oggi è urgente rivedere il sistema carcerio”.

Di Giacomo stigmatizza il nuovo sistema basato sulla “vigilanza dinamica”, che vuol dire “celle aperte” e dunque “chi ha più forza fisica ed economica riesce ad imporsi sugli altri”. In cosa si traduce? “In aggressioni e sesso”, scandisce il sindacalista. Beni in cambio di prestazioni sessuali.

“Purtroppo il fenomeno è molto sommerso, abbiamo dati parziali, ma non abbiamo dati ufficiali. Alcol, medicine, sigarette vengono scambiati con il sesso. Anche questo tipo di reato, la violenza sessuale tra i detenuti, è aumentata negli istituti. E’ aumentata la violenza nei confronti della polizia penitenziaria. Usano droga. E non è pensabile che si risolvano questi problemi con la forza e con le pistole elettriche”. Anzi, “rischiamo che si ritorni agli anni ’70, quando nelle carceri si sparava”. Dunque, “noi siamo preoccupati”. E queste considerazioni saranno espresse alla direttrice Irma Civitareale che Aldo Di Giacomo incontrerà nei prossimi giorni.