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Giornalista, c’eravamo tanto amati

afFondo/8 - L’odio verso la categoria dell’informazione non conosce pace. Nonostante il poco riconoscimento sociale (oltre che retributivo) ho scelto di cambiare lavoro e di fare la giornalista. Un mestiere che un tempo godeva di maggior credito mentre oggi è oltremodo denigrato

A qualcuno sembrerà strano che a prendere la parola in merito sia proprio io, giornalista (quasi) dell’ultima ora. Già, perché la mia sortita in tale settore è recente, oltretutto inaspettata.

Mi accingo a scrivere questo editoriale in merito alle scudisciate che i giornali (e i giornalisti) hanno ricevuto negli ultimi tempi. E mi ricollegherò alla recente protesta indetta dall’Ordine dei giornalisti e dall’Assostampa del Molise a cui anche la testata di cui mi onoro di far parte, il tanto “bistrattato” Primonumero.it, ha scelto di aderire.

Non sono la persona più adatta per enumerarvi e spiegarvi dettagliatamente i motivi della protesta e la crisi che il settore sta attraversando. Non lo farò dunque, se non en passant, perché ci sono professionisti più titolati di me che potranno farlo. Il punto di vista che vi proporrò oggi è in parte differente, perché differente è la mia posizione. Per chi non lo sapesse, scrivo su Primonumero.it da meno di due anni (ma con un’accelerata solo a partire dal 2019) e ho intrapreso questa strada lavorativa quasi per caso, sicuramente senza averlo programmato. Una sorta di deviazione rispetto al percorso tracciato, quelle che a volte capitano nella vita e che ti aprono un mondo. Io, operatrice in campo sociale (per lo più progettista), mi sono imbattuta nel giornalismo e credo di non volerlo più abbandonare.

Voglio fare la giornalista non perché così mi aspettino grandi prospettive di guadagno, forse neanche di ‘popolarità’, tantomeno perché sia un lavoro facile e sicuro (è tutt’altro). Il motivo, oltre alla riscoperta passione per la scrittura, risiede nell’alto valore che tale mestiere ha per me, a dispetto di quello che ha per gran parte dell’opinione pubblica. Basta dare una sbirciata ai social per capire quanto sia poco considerato e stimato colui che scrive sui giornali, accompagnato se va bene da epititeti come ‘pennivendolo’.

Un passo indietro va fatto per capire quando è nato il cortocircuito tra giornalisti e lettori. Circa un anno e mezzo fa mi incuriosì un titolo de Il Sole 24 Ore che così recitava: “Quando i giornalisti erano letterati”, a firma di Armando Torno. “Fino a qualche decennio fa i giornalisti erano considerati dei letterati e nessuno si meravigliava quando venivano chiamati a ricoprire incarichi politici. L’accademia non li considerava scrittori dilettanti, come fa oggi”, questo l’incipit dell’articolo che proseguiva dicendo appunto che l’aria che oggi tira è ben diversa e i giornalisti contano sempre meno.

Sicuramente nel panorama in cui mi trovo a muovermi non vedo certo stuole di letterati, d’accordo. I tempi sono belli che cambiati e la qualità è sempre più merce rara, non solo nel giornalismo. Però c’è, l’importante è saperla riconoscerla. Ovvio, difficile farlo se degli articoli ci si limita a leggere il titolo o tuttalpiù il sommario.

Spesso la qualità non c’è, e sono la prima a puntarvi il dito, ma per essere obiettivi si dovrebbe riflettere con maggiore accortezza e minor livore sulle circostanze che rendono il giornalismo di oggi più pressapochista di un tempo. La protesta indetta dai giornalisti molisani si innesta proprio su questi. Qualcuno penserà che si vuole solo ‘bussare a soldi’ senza pensare che i soldi vanno al di là del mero valore economico (sacrosanto, beninteso). Un equo compenso significa riconoscimento del ruolo svolto, ruolo che comporta fatica, spostamenti sul territorio, approfondimenti, impegno oltre che responsabilità. Stiamo parlando di diritti dei lavoratori e a chi non se ne cura chiedo provocatoriamente: e se il giornalista fosse vostro figlio?

Leggo quotidianamente (nonostante io mi tenga convintamente ben lontana dai social) commenti nella pagina facebook del giornale Primonumero.it che mi fanno inviperire e al contempo mi lasciano desolata. Sono commenti di chi non conosce l’abc del giornalismo, ciononostante non cede alla tentazione di scrivere la sua offendendo il giornale e i giornalisti. A volte vien da ridere, ma è solo un attimo. Dopo subentra l’amarezza perché si comprende come venga ridotto a ‘carta’ straccia quello che si scrive: tempo, dedizione e impegno sembrano sprecati e ci si domanda se abbia ancora senso quel che si fa. Ebbene, io credo che il senso ce l’abbia eccome, anche se a molti sfugge. L’informazione e la pluralità della stessa sono dei beni di tutti, dei diritti che tutti dovrebbero tutelare. Un articolo scritto e pensato ha un valore altissimo, può far aprire gli occhi su ciò che siamo abituati a guardare con pregiudizi e superficialità. Molti danno per scontato che tutto questo debba essere gratuito e forse è proprio da qui che nasce il sillogismo: è gratis, non si paga quindi non vale nulla.

Stante le condizioni lavorative della categoria succede – spesso ma non per scelta – che l’impegno del giornalista sia minimo (perché non si può sapere tutto, seguire tutti gli eventi e approfondire qualsiasi notizia, ed è per questo che a volte vengono ribattuti i comunicati inviati alla redazione). Ma non è sempre così e a ben guardare (se lo si sa fare) i giornali locali sono molto differenti anche in questo. Giudicate voi.

Mi direte che noi viviamo di pubblicità. No, noi sopravviviamo di pubblicità. E se taluno pensa che ad ogni click (ho letto anche questo) il nostro salvadanaio si riempia all’inverosimile si sbaglia di grosso e se non crede a me si legga il report dell’inchiesta (o veda il video) di Milena Gabanelli sul Corriere.it da cui si evince come la maggior parte dei ricavi vada ad aziende come Facebook o Google. Altro tasto dolente, i nostri infaticabili lettori leggono Primonumero.it passando attraverso Facebook ignorando, in molti casi, che il titolo che lì vi si legge non è – il più delle volte – quello reale. Molti però si fermano a quello senza aprire l’articolo ma permettendosi comunque di lanciare critiche e derisioni. Potrei continuare ancora per molto ma mi fermo qui e torno alle ragioni che mi hanno fatto ‘innamorare’ di questo lavoro.

Io non sono una letterata – come i giornalisti di cui parlava l’articolo de Il Sole 24 Ore – ma il mio è un proponimento forte a far sì, nel mio piccolo, che il giornalismo ritorni alla sue funzioni, al suo posto di rilievo nella società e che il giornalista venga di nuovo rispettato per il lavoro (vi assicuro, massacrante) che fa, una risorsa preziosa per la collettività. Io ho a cuore l’informazione e assumo su di me una responsabilità enorme per ogni parola che scrivo. Quando redigo un articolo o una recensione artistica, nella mia testa ci siete tutti voi e ho sempre a mente l’obiettivo ultimo di essere chiara e di informare dicendo il vero, che per forza di cose può non essere ‘assoluto’ (neanche nella Giustizia la verità processuale coincide necessariamente con la verità storica) ma che genuinamente tende ad esso.

Sono la prima detrattrice dei giornalisti che ‘copiano e incollano’ notizie preconfezionate, che non approfondiscono, che non vanno oltre. Sicuramente questo non giova alla categoria dell’informazione ma ribadisco: la qualità c’è e bisogna imparare a riconoscerla. Paghiamo lo scotto di anni di ‘massacro mediatico’ veicolato in primis da politici che hanno ingenerato diffidenza e odio verso i giornalisti. Ma distruggere l’informazione sostituendola con social e video è gravissimo e deleterio.

A voi la scelta, se un giornale non vi piace non siete obbligati a leggerlo. Ma aprite gli occhi quando leggete. Vogliate perdonarmi ma Blaise Pascal scriveva: “I mediocri non scoprono affatto le differenze che dividono gli uomini”. E i giornalisti.