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Cannabis light, dopo lo stop delle Sezioni Unite via ai sequestri della squadra mobile in città

Secondo i giudici vendere "i prodotti derivati dalla cannabis sativa" rappresenta un reato, considerando tra questi "foglie, inflorescenze, olio e resina ottenuti dalla coltivazione". A Campobasso la squadra mobile è già al lavoro per “ripulire” i negozi dai prodotti illegali

La Cassazione ha decretato che commercializzare i prodotti derivati dalla cannabis light è un reato e a poche ore dal verdetto la polizia di Campobasso è già passata all’azione per consentire il pieno rispetto della sentenza emessa delle Sezioni Unite.

Giudizio che mette ordine in una legge finora lacunosa e poco chiara rispetto alla quale si è andati avanti a colpi di ricorsi e controricorsi da parte di commercianti favorevoli e cittadini contrari.

La decisione, che travolge un settore in piena espansione, è stata presa dalle sezioni unite penali presiedute dal presidente aggiunto Domenico Carcano.  Per la Cassazione, dunque, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis” come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. “Integrano il reato” previsto dal Testo unico sulle droghe (articolo 73, commi 1 e 4, dpr 309/1990) infatti, “le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Con la loro informazione provvisoria – alla quale nelle prossime settimane dovrà seguire il deposito della sentenza con le motivazioni – i giudici della Corte osservano che la legge del 2016 “qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole” che “elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”.

Questa è la risposta (che chiarisce e legifera) al ricorso della procura di Ancona sul caso del negozio del civitanovese Lorenzo Castignani. Dopo la pronuncia, sono riprese ovunque  – e anche a Campobasso a partire da questa mattina – le attività di sequestro nei cannabis shop, congelate proprio in attesa di questa decisione.

Anche i sequestri nei cannabis shop effettuati precedentemente a Campobasso erano finiti in mano a studi legali rappresentati in pagine di ricorsi, rispetto ai quali ovunque in Italia c’erano poi state decisioni contrastanti.

Per questo, quando la procura di Ancona ha fatto ricorso sul dissequestro dei prodotti presi dalla polizia, la parola è passata alle sezioni unite, per dare una interpretazione univoca.

Il contrasto nasceva dalla legge 242 del 2016, che ha autorizzato le coltivazioni di canapa con un livello di tetraidrocannabinolo, il principio attivo della canapa, fino allo 0,6 per cento. “Integrano il reato previsto dal Testo unico sulle droghe – hanno scritto ora i giudici – le condotte di cessione, vendita, e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

In particolare, la vendita di “foglie, inflorescenze, olio, resina non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242”. Quella legge infatti “qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”.