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L’olio molisano che piace in Giappone e debutta nella narrativa

Sale in cattedra nel campo della narrativa di settore con un racconto che ha tanto da dire alle nuove generazioni impegnate nel campo delle attività olearie. Al centro dell’attenzione  Giorgio Tamaro,  che, in questo caso,  si rivela un attento narratore  del settore olivicolo. “A sacch’ttelle” è il titolo del racconto finalista al Premio Letterario  “Ranieri Filo della Torre” curato dall’Associazione Pandolea.  L’opera, grazie alla sua tematica originale –  su uno spaccato rurale ormai scomparso –  con uno stile incisivo, a forte impatto espressivo,  è stata inserita  nella sezione narrativa dell’antologìa pubblicata dall’associazione. Al centro del racconto il mondo degli ulivi colletortesi, il tradizionale metodo di raccolta e le radici ataviche di una famiglia che con gli ulivi ha stabilito – da sempre –   un rapporto di lavoro amorevole e sensibilissimo.

Giorgio Tamaro  è nativo di Colletorto, ma risiede a Termoli.  Nel paese natìo lavora i campi olivetati  con lo stesso attaccamento dei suoi cari. E’ qui che da silenzioso compagno di scuola ha mostrato fin da piccolo l’amore per il suo territorio. Nel racconto  ripercorre  un curioso viaggio tra il fascino di questo paesaggio argenteo, quando, da bambino,  a mano, raccoglieva le olive. All’epoca la fatica era tanta. Rallegrata sempre da  momenti di vita  festosi,  vivacizzati dai canti della voce della tradizione. Incuriosisce il momento in cui si scendeva dagli ulivi secolari al suono della campana di Santa Maria di Lauretum e del campanone della Chiesa del Battista, per unirsi alla preghiera comune prima di mangiare il pane quotidiano. E chiedere – con una sorta di litanìa – la protezione alla Madonna degli Ulivi.  Icona gioiosa, piena di grazia, protettrice dei bambini, delle  giovanissime spose e degli oliveti lavorati con il lavoro della fronte.

Dai cassetti della memoria Giorgio Tamaro tira fuori i ricordi più belli. In primo piano l’ orgoglio della realtà locale: l’Olio di Colletorto.  E la sua cultivar: l’Oliva Nera. Dispensatrice di non poche bontà, dagli acclivi più irti fino ai poggi che scendono con dolce declivio sulla riva ondulata sinistra del fiume Fortore. La gioia di questo mondo, animato da sorrisi, piante, animali,  persone, rituali profondi, tra i suoi ritmi,  puntualmente scandiva l’hora et labora.  Fino al rientro col buio a casa per svuotare nel mucchio il prezioso raccolto. “A sacch’ttelle”, un sacchetto di stoffa  – che le raccoglitrici avevano legato alla cinta per riempirlo di olive raccolte una ad una – diventa  uno straordinario scrigno di pensieri. C’è il sapere di famiglia che sa di cuore. C’è la fatica di tantissime mani rugose. C’è la storia di un paese che nel mondo rurale trova le sue origini più gloriose. Nei ricordi vengono rievocati pezzi di vita familiare vissuti in prima persona. Il mondo che aleggia è fantastico.  Anche se pieno di sacrifici. Nel periodo della raccolta gli abitanti erano tutti tra gli ulivi. Si sentivano i loro canti e le loro voci. Un fiume di passaggi sonori come tam tam. Da un albero all’altro. Da un uliveto all’altro,  fino a spegnersi riecheggiando tra convalli nascoste.   Un intero paese fuori dal paese. Vivente come non mai. Con l’energìa della povertà. Al suono delle ventiquattro ore si scendeva dai rami contorti e rugosi. Bisognava far presto per evitare il buio. Asini, muli,  con il loro carico, e il lungo filare di donne, risalivano in processione l’impervia “Strada delle Mine” fino al paese.

L’olio di Giorgio Tamaro ha ricevuto importanti riconoscimenti  da Slow Food. La sua produzione è tutta bio. Niente chimica. La coltivazione si perde nella notte dei tempi. E’ un olio di nicchia noto in Giappone. Si trova nei migliori store nipponici della catena Isetan Mitsukoshi e nei book cafe di questo Paese lontano. Per questo i rappresentanti di tale catena commerciale hanno raggiunto Colletorto per toccare con mano la realtà delle cultivar autoctone di Tamaro,  in un paesaggio agricolo rimasto intatto, dove la natura svolge un ruolo di primo piano. Questa volta non ha fatto in tempo a raggiungere il gruppo giapponese per illustrare dall’alto della Torre della regina Giovanna la storia del luogo che, tra macchie arboree nascoste, vanta radici normanne, federiciane e angioine.

“Colle d’Angiò” è stato recensito come migliore olio del mondo importato in Giappone. E’ un olio premiato ovunque. La rivista “Degustare, alla scoperta dei sapori d’Italia”,  lo ha definito così: “Dal Molise un olio unico al mondo che piace in Giappone. Una gemma nascosta scoperta dal Sol Levante”. E’ una produzione che emoziona. Riempie d’orgoglio chi nel cuore porta la realtà del proprio paese. Perché profuma di un sentire radicato nella storia olivicola di Colletorto. “Colle d’Angiò” ne  esalta momenti e virtù in un piacevole viaggio tra passato, presente e futuro. Da una fonte scritta si sa che l’ulivo di famiglia, più antico, risale al 1850, prima dell’Unità d’Italia. Oggi un raro esemplare. Un gigante della natura. Nella storia di ieri veniva coccolato come un figlio.  Con tutte le cure del caso. Perché, all’epoca, erano  veramente poche le famiglie a poter gustare – con una certa frequenza –  le virtù prodigiose di questo straordinario prodotto colletortese.