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Lite con pestaggio tra detenuti, indagini al giro di boa: spunta il nome di “Pensa” che è stato subito trasferito

Gli agenti della Penitenziaria di Campobasso sono al lavoro per ricostruire la dinamica di quanto accaduto qualche giorno fa all'interno della casa di reclusione di via Cavour. Trenta giorni di prognosi per un 35enne rimasto ferito e che interrogato sull'episodio ha scelto di non parlare. L'antagonista sarebbe stato Michele Di Bartolomeo trasferito a Larino

I problemi tra detenuti si risolvono tra detenuti, parlandone. Chiamatela omertà, se volete. Ma serve a evitare risse, ritorsioni e violenze. E’ una delle “regole” del carcere.

E anche i due campobassani reclusi nella casa circondariale di via Cavour, protagonisti qualche giorno fa di una violenta lite che ha causato trenta giorni di prognosi ad uno dei due, avrebbero scelto di applicarla.

Ma le indagini su quell’episodio placato – prima che degenerasse in qualcosa di più serio – dagli agenti della polizia penitenziaria, sono appena iniziate. E finora quelle emerse sono soltanto ipotesi dedotte da fatti e circostanze analizzati dagli investigatori che hanno necessità di essere comprovati e assodati.

Certo è che i due – tra cui anche l’ormai noto “Pensa”, il 25enne ammanettato dalla squadra mobile l’otto marzo scorso nell’ambito di un’operazione che porta il suo stesso pseudonimosono stati trasferiti.

“Pensa” è recluso a Larino.

L’altro si trova nel carcere di Lanciano, penitenziario capace di far fronte anche agli ospiti che si presentano con una condizione di “doppia diagnosi”, vale a dire coloro che presentano, oltre alla dipendenza patologica da sostanze, anche disturbi psichiatrici  come il disturbo bipolare, la schizofrenia, la depressione grave, del disturbo ossessivo compulsivo o gravi disturbi di personalità.

Il 35enne trasferito in Abruzzo è infatti lo stesso  che la settimana scorsa da una comunità a causa degli scompensi di cui è vittima ha dato in escandescenze costringendo il giudice a rivedere il provvedimento adottato qualche giorno prima e che prevedeva i domiciliari in comunità con la possibilità di recupero.

Giunto in via Cavour, stando ad una prima ed ipotetica ricostruzione, avrebbe avuto qualche diverbio proprio con il 25enne imbrattatore seriale, rinchiuso in carcere per rapina, spaccio ed estorsione. Alterco che sarebbe degenerato nel giro di pochi istanti.

Una deriva inaspettata e imprevedibile, fermata dalla Penitenziaria e che al 35enne , tossicodipendente del capoluogo, è costata la frattura di una costola.

Trenta giorni di prognosi e poco dopo il trasferimento in altra struttura. Gli investigatori hanno provato a parlare a lungo con lui per venire a capo dell’accaduto ma si è rifiutato di collaborare scegliendo di chiudersi nel silenzio più assoluto.

Ma secondo una serie di elementi raccolti dalla Penitenziaria successivamente ai fatti, nel presunto violento scambio di vedute, un ruolo lo avrebbe avuto proprio Michele Di Bartolomeo che come l’altro, però, non avrebbe fornito spiegazioni sull’accaduto.

Quindi la scelta più opportuna di trasferirli. Consentendo al 35enne di usufruire – a Lanciano – anche dei servizi relativi al suo stato da tossicodipendente con doppia diagnosi che in Molise non offre alcuna struttura pubblica.

L’unico a farlo è Padre Lino Iacobucci nella sua comunità “La Valle” ma è chiaro che oltre al grande contributo che offre la sua struttura, a far fronte alla deriva che vive la provincia di Campobasso nell’ambito del consumo di sostanze stupefacenti ci vorrebbe un Serd dotato  per esempio delle risorse umane sufficienti (che finora non ci sono), ci vorrebbero medici e professionisti che anche in ospedale rispetto all’arrivo di questi giovani completamente scompensati intervengano con strumenti e condotte a adeguate. Fatto che non accade.

Perché non esiste una sola stanza – al Cardarelli come altrove in regione – dove poter ricoverare un’urgenza di questo genere. Allora accade che vengano frequentemente rispediti a casa, senza che si tenga conto delle gravi conseguenze che un disturbo della personalità accentuato dal consumo di droghe potrebbe avere non soltanto sul tossicodipendente ma anche sui familiari e le persone a lui vicino.

Insomma, si parla continuamente dell’emergenza droga, ma emergenza è soprattutto quella ormai conclamata: il numero pauroso di tossicodipendenti esistenti rispetto al quale non c’è una sinergia completa delle istituzioni. Se Procura e forze dell’ordine lavorano senza tregua sul campo della prevenzione e repressione, bisogna constatare che sotto il profilo sanitario e politico (fattivo non verbale) la risposta è stata insufficiente. In qualche caso  addirittura inesistente. 

Ci.A.