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La ‘normalità’ della prevaricazione e il linguaggio subdolo della violenza: prospettive di recupero per gli uomini maltrattanti

Contrastare la violenza sulle donne attraverso la “ri-educazione” degli uomini maltrattanti. Se ne è parlato a Campobasso al seminario: “Uomini maltrattanti: esperienze e prospettive di un CAM (Centro ascolto maltrattanti)”, organizzato ieri (12 aprile) dalla Consigliera di parità della Provincia di Campobasso Giuditta Lembo, presso la Sala della Costituzione, con il patrocinio degli ordini dei Medici, degli Psicologi, degli Assistenti sociali e di numerose associazioni, sindacati, e organizzazioni di categoria.

Tra i relatori il Presidente del CAM di Roma, Andrea Bernetti, il Sostituto Procuratore presso il Tribunale dei Minorenni di Campobasso, Rossana Venditti, la Presidente dell’Associazione nazionale “Mai più violenza infinita”, criminologa e psicoterapeuta, Virginia Ciaravolo.

 

“La violenza sulle donne non è fatta solo di aggressioni che sfociano in femminicidi – ha spiegato il Presidente del CAM di Roma -, spesso la violenza nasce e si concretizza in comportamenti sbagliati e controllanti, forme di violenza subdole e striscianti che è difficile riconoscere, soprattutto se perpetuate all’interno di una relazione di coppia, con il rischio che passino per “normalità”. I dati che emergono, sulla base delle richieste pervenute nel corso degli anni di attività, dimostrano che l’utenza è formata da uomini che hanno agito una qualche forma di violenza contro la propria partner o ex partner, per la maggior parte di nazionalità italiana e per la maggior parte padri ha almeno un figlio. L’esperienza del  CAM di Roma mostra anche come il comportamento violento sia trasversale per età e status socio-economico. Stessa omogeneità di distribuzione riguarda anche la professione degli uomini che si sono rivolti al CAM, con una distribuzione abbastanza uniforme tra liberi professionisti e operai e un picco tra i dipendenti (sia pubblici che privati).

“Quando lavoriamo con uomini che sono violenti –  afferma il dottor Bernetti – non troviamo dei mostri assetati di sangue, ma uomini che hanno appreso un linguaggio in cui per un uomo è legittimo e giusto prevaricare sugli altri ed in particolare su donne e bambini. C’è un sottile linguaggio del privilegio maschile, che fa sì che gli uomini pensino di essere legittimati ad essere violenti, senza mai percepire le proprie azioni come violente. Credo che il primo passo per cambiare la cultura della violenza sia riconoscerla e nominarla. Se consideriamo ‘normale’ offendere quando siamo in disaccordo con qualcuno, alzare la voce per prevaricare nella discussione, rompere oggetti quando siamo esasperati e qualche volta tirare uno schiaffo ai nostri figli quando ci mancano di rispetto, saremo portati a pensare che questi comportamenti siano normali e non fare niente per cambiare atteggiamento”. E ancora, prosegue Bernetti: “Se vogliamo cambiare un certo tipo di cultura è necessario trovare dei modi per mettere in luce questo modello di mascolinità evidenziando quanto il privilegio di genere sia connesso alla percezione di legittimità della violenza. Finché questi aspetti rimangono nascosti continuiamo a condannare ed esecrare la violenza quando assurge ai fatti di cronaca per efferatezza e crudeltà, ma lasciamo inalterato il tessuto sociale che alimenta ogni giorno i mille atti di violenza quotidiani nascosti dalla “normalità”.

 

Non è semplice ottenere dati scientifici sulla recuperabilità degli uomini maltrattanti. Grazie però all’elaborazione dei dati dei CAM si è visto che la difficoltà maggiore è quella di superare le prime fasi di terapia, quando il 40% dei pazienti abbandona e non torna più. Per coloro che invece continuano, si osserva che dopo due mesi interrompono la violenza fisica nei confronti delle loro compagne, e allo stesso tempo si sviluppa una riflessione sulle motivazioni che portano alla violenza psicologica, economica, sessuale. Sono 25 in Italia i centri che offrono agli “uomini maltrattanti” percorsi di recupero; accolgono ogni anno circa 300 uomini, di diversa estrazione sociale, disposti a iniziare un percorso di cambiamento. L’adesione a questo tipo di programmi è volontaria e gli uomini possono arrivarvi di propria iniziativa oppure su invio di servizi sociali, forze dell’ordine, avvocati o magistrati. Si parte da una semplice accoglienza telefonica agli uomini che agiscono violenza o a tutte le persone che hanno difficoltà a gestire una situazione di maltrattamento e hanno bisogno di consulenza. A seguito della telefonata vengono effettuati dei colloqui iniziali con i maltrattanti per cercare di capire insieme che percorso sia possibile effettuare per interrompere la violenza. Il Centro offre quindi una serie di consulenze e gruppi psicoeducativi per aiutare e sostenere gli uomini nel loro cambiamento. Per quanto riguarda l’attività di formazione, essa è parte integrante del lavoro di promozione del cambiamento culturale con gli operatori che aiutano a mettere in discussione stereotipi e convinzioni profonde e radicate sulla violenza.

 

La necessità dei CAM è data, afferma la Consigliera di Parità Giuditta Lembo, dal fatto che la pena detentiva, intesa in una mera ottica retributiva, si è dimostrata essere insufficiente ed inadeguata come unica forma di tutela e risarcimento nei confronti delle vittime e della società in generale e inefficace in termini di produzione di sicurezza e riduzione delle recidive dei rei. Occorre pensare a strategie di intervento e prevenzione ad altri livelli, che includano un approccio rieducativo, incentrato sul trattamento e sulla riabilitazione degli autori di reati sessuali e di violenza domestica, in vista del loro reinserimento nella vita di comunità, dell’evitamento delle recidive e della vittimizzazione secondaria dove pensiero e pratica si sono incontrati.  “Il seminario ha voluto dimostrare – conclude la Lembo – che soltanto utilizzando i saperi che si articolano alle pratiche si possono far emergere le competenze ed aprire un dialogo con i diversi stakeholder. La necessità di un lavoro multidisciplinare da svolgere, in funzione di contrasto della recidiva nel reato di maltrattamento e violenza, è fortissima”.