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La crisi dell’espresso

L'afFondo/3 - Tasche sempre più vuote e commercio al tracollo: se anche il caffè si divide per risparmiare qualche spicciolo. Segnali di uno scenario devitalizzato e cupo, che non risparmia nemmeno i riti del bar.

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Il caffè è un piacere. Se non è buono che piacere è“, diceva l’indimenticabile Nino Manfredi in un noto spot pubblicitario in voga qualche tempo fa per una delle marche più famose in commercio. Ma c’era anche il bel George Clooney che con voce invitante diceva: “Espresso, what else?“.

Ma quel rito irrinunciabile e intramontabile (soprattutto al Sud) ora è in crisi. La povertà ha ‘intaccato’ anche questa usanza che qui vuol dire amicizia, relazioni sociali. E nei locali di Campobasso, almeno quelli che attirano una clientela meno chic, qualche barista racconta di ricevere richieste del genere: “Scusi, ci fa un caffè e lo mette in due tazzine?”.

Mezzo caffè. Si paga 50 centesimi e si risparmia anche sulle monete. Del resto, a differenza di Napoli, in Molise non esiste il ‘caffè sospeso’. Non c’è nemmeno l’abitudine di lasciare l’euro per offrire la tazza fumante a una persona sconosciuta, ovviamente povera, che non può permettersi di pagare il caffè. Ma forse bisognerebbe iniziare a pensarci.

Il racconto del ‘nostro’ barista comunque non si ferma al caffè. Racconta di clienti che vanno a mangiare la pizza ma “non ordinano nemmeno la bottiglia dell’acqua. Poi li scopriamo che fanno avanti e dietro nel bagno del locale per bere. Una volta a due ragazzi ho detto: ‘Vi offro io una bottiglia d’acqua’”.

Per non parlare di quello che avviene nei locali più ‘in’, quelli in cui si fa l’aperitivo al centro: nemmeno il tempo di poggiare sul bancone le pirofile con la pasta o la pizza fumante e parte l’assalto alla ‘diligenza’. Un po’ per voracità, un po’ perchè è un modo per risparmiare sulla cena.

Possibile? Certo che è possibile. Non ci siamo inventati nulla.

Perchè basta guardarsi intorno per capire che Campobasso, oltre ad essere sempre più trascurata, è sempre più povera e triste nonostante una vitalità che purtroppo non viene tutelata. Purtroppo. E l’immobilismo o le iniziative valorizzate solo “se sei amico di” hanno fatto arrendere i più coraggiosi, i ‘soldati Ryan’ nella trincea sempre più infangata del commercio cittadino. 

Basta notare quante saracinesche sono abbassate, i negozi che hanno chiuso e che erano la spinta dorsale dell’economia cittadina.

Inutile forse ripercorrere (perchè tutti le ricordano) i colpi inferti al settore degli ultimi anni, l’avvento dei centri commerciali e il boom dei grandi empori cinesi che hanno ammazzato la concorrenza. Il ‘doppio omicidio’ è stato perpetrato dal commercio on line che offre prezzi ancora più competitivi, irraggiungibili.

Secondo una recente indagine, per ogni negozio che si apre, a Campobasso, ce n’è uno che chiude. Con le tasche sempre più vuote i cittadini non spendono più. E le tasse  che i commercianti devono al fisco (che si tratti di un piccolo negozio di alimentari o della boutique d’alta moda) non si abbassano.

Uno scenario insomma nerissimo. Segnali di una desertificazione preoccupante che impongono una presa di responsabilità non più rinviabile. Nessuno escluso: governo nazionale, Regione, Comune di Campobasso. Bandite le chiacchiere o gli spot da campagna elettorale. C’è da salvare il ‘commercio -soldato Ryan’, uno degli ultimi baluardi di un’economia ‘bombardata’.

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