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Il coraggio e le ombre: la morte di Mino Pecorelli. La verità quarant’anni dopo

La Procura di Roma ha riaperto le indagini sull'omicidio del giornalista molisano. Approfondimento tematico, nella giornata di ieri, al Circolo Sannitico di Campobasso. Pardini: “Vicenda intricata, ma per provare a comprendere la verità dobbiamo chiederci a chi giovò quella stagione di omicidi, minacce e terrorismo”. 

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Una pagina in chiaroscuro della nostra storia, un’ombra nel racconto della Repubblica italiana. Una ferita ancora aperta. L’omicidio di Mino Pecorelli, giornalista originario di Sessano del Molise, abile e coraggioso, pungente ed estremamente colto, risuona ancora oggi  – quarant’anni dopo quell’efferato delitto – in cuori e coscienze. Soprattutto in questi ultimi giorni, dopo la notizia della riapertura delle indagini voluta dalla Procura di Roma.

Nel pomeriggio di ieri (11 aprile), al Circolo Sannitico di Campobasso, il “caso Pecorelli” é stato approfondito nel corso di un dibattito che ha visto protagonisti il professor Giuseppe Pardini, docente di Storia contemporanea nell’Università degli Studi del Molise, e Giovanni Cassano, avvocato Distrettuale dello Stato di Campobasso.

Un appuntamento presenziato anche dal dottor Giovanni Palange, presidente del Rotary Club del capoluogo e dal presidente del Centro Studi Molisano,  Giuseppe Reale.  “Non é un caso che il Rotary abbia fortemente voluto portato all’’attenzione dei cittadini molisani la storia di Mino Pecorelli – ha detto Palange- perché è un avvenimento importante anche per il nostro territorio, soprattutto ora che la riapertura del caso è stata ufficializzata”. 

“Gli anni di piombo sono stati pieni di attentati e hanno rappresentato un periodo difficile, caratterizzato per altro dal picco dei sequestri di persona e dalla predisposizione di leggi speciali – ha commentato il professor Reale – Ma è stato anche un  lasso di tempo in cui si sono succeduti grandi cambiamenti anche dal punto di vista giurisprudenziali. Questo incontro  – ha concluso il presidente del Centro Studi Molisano – è significativo perché costituisce un’occasione per riflettere: se non si conoscono gli eventi della storia contemporanea presente, difficilmente si può cercare di comprendere il futuro”.

La vicenda Pecorelli si muove su scenari non sempre lineari, accarezzando dinamiche giudiziarie complesse e una coltre di dubbi profondi, a tratti lancinanti.  Perché, in fondo, nel turbinio di nomi (spesso altisonanti), volti e retroscena coinvolti a vario titolo nell’intricatissimo “plot” a mancare è proprio la tessera più importante del puzzle: la verità. 

Tante le interpretazioni, tantissime le piste battute, troppe le ipotesi per confluire in un teorema organico capace di far luce su ogni aspetto della storia. Una storia ancora cupa, che addolora e al medesimo tempo testimonia il valore di un uomo e di un professionista esemplare.

“Tanti giornalisti in quegli anni hanno pagato a caro prezzo, con la vita, la loro attività – ha spiegato Pardini- E la storia di Pecorelli si inscrive in questo filone, quello degli anni di piombo, ma è stata interpretata secondo tre diverse matrici – quella giornalista, quella politica è quella giudiziaria – incapaci ad oggi di essere unitamente convincenti. Di certo, Pecorelli era un giornalista importante, operava con il suo “Op”, operatore politico internazionale; dapprima agenzia, poi rivista settimanale. Era il solo a firmare gli articoli, perché temeva per la vita dei suoi colleghi. Eppure il suo giornale, ovvero quella che avrebbe potuto essere una fonte così importante, quasi incredibilmente è sparita nel nulla: in nessuna biblioteca nazionale ci sono copie di ‘Op’”.

La storia del giornalista originario di Sessano del Molise sembra poi essere legata a doppio filo ad altre personalità e ad altre morti “illustri”: quella di Antonio Varisco, colonnello dei carabinieri che si occupò della lotta alle brigate rosse; quella del generale dalla Chiesa, che le bierre le sconfisse; quella di Aldo Semerari, sociologo della devianza e primo criminologo italiano, barbaramente decapitato in circostanze misteriose. 

“Quello di Pecorelli era un settimanale importante, che raccoglieva notizie di “prima mano”, spesso forti, e articoli esplosivi. Pecorelli si concentrò molto sul caso Moro, rivolgendosi direttamente anche alle forze politiche – ha aggiunto Pardini – Emblematico un articolo dell’agosto del ‘78, in cui egli scrive: ‘si ricordi, la politica italiana, in particolare modo i comunisti, che di gladio ferisce di gladio perisce’”.

Una frase criptica solo all’apparenza, attraverso la quale Pecorelli faceva in realtà esplicito riferimento alle dinamiche della struttura “stay behind” che avrebbe caratterizzato l’ “operazione Gladio”.

“Tutto ciò- conclude il professor Pardini – perché si temeva il rischio di un’eventuale programma di conquista del potere da parte dei comunisti sia dal punto di vista elettorale che da quello sovversivo-insurrezionale. Dell’ ‘operazione Gladio’ erano a conoscenza Andreotti, Cossiga e Moro. Ora, la domanda che dobbiamo porci è: a chi ha giovato una stagione di delitti, rapimenti e minacce come quella degli anni di piombo? A chi ha giovato l’omicidio Pecorelli e quegli 8 anni di terrorismo? Analizzando i dati possiamo notare come, dopo quegli anni terribili, il Pci guadagnó incredibilmente terreno, conoscendo un incremento di voti superiore al  7%”.

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La parte finale del convegno è stata affidata alla relazione Cassano, avvocato distrettuale dello Stato di Campobasso.

“La vicenda Pecorelli rappresenta un argomento difficile, ostico. Ma c’è un nesso importante tra verità e libertà; un nesso che noi tutti abbiamo bisogno di cogliere. Perché se non c’è questo tipo di conoscenza è gravissimo; per noi e per le giovani generazioni. Pecorelli, originario di Sessano Molise, era un uomo coraggioso e ambizioso. A 16 anni si arruola in guerra, poi l’esperienza a Roma: diviene avvocato fallimentarista, quindi capo ufficio stampa del ministro Sullo. Ma tutto ciò non gli basta. La passione, infatti, lo porta nel 1967 a diventare giornalista di ‘Mondo d’oggi’, prima di fondare – nell’ottobre del 1968 – l’agenzia Op, che successivamente diverrà una rivista settimanale. Un giornale che si occupa di questioni politiche, militari, economiche, ma sempre sotto forma di scoop, di rivelazioni. Pecorelli fu impegnatissimo nel caso Moro, si tuffò letteralmente sul memoriale di Monte Nevoso, pubblicó lettere inedite e copertine forti. Pecorelli era certamente anticomunista, un uomo di destra, ma tutto ciò non emergeva nel suo lavoro, perché colpiva pesantemente anche quella che poteva essere considerata la sua parte politica; tant’è vero che, almeno inizialmente, la responsabilità del suo assassinio venne attribuita a Giulio Andreotti”.

A quarant’anni di distanza, la ricerca continua. Nuovi spiragli di speranza hanno fatto breccia in questa torbida vicenda con l’annuncio della riapertura delle indagini, lungamente cercata e richiesta dai famigliari del giornalista e in particolare dalla sorella Rosita. Un nuovo capitolo, dunque, si è appena aperto e l’auspicio é che giustizia e verità possano finalmente emerge dando soluzione a ogni enigma. 

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