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Giada e Valentina, la coppia è donna. Lezione di rispetto a chi censura i gay. “Evitiamo le esibizioni e ignoriamo le battutine stupide” foto

Giovanissime: hanno 24 anni e convivono da due. Un lavoro precario, una straordinaria forza di volontà, la riservatezza di chi non deve dimostrare nulla. “La diversità è un valore, anche se non tutti lo capiscono”. Accettano di raccontarsi con l’amica Carla, omosessuale anche lei, e di affrontare con sguardo lucido e senza pregiudizi i temi della omosessualità e del Gay Pride.

Giada ha 23 anni, è nata e cresciuta a Termoli, lavora e intanto prepara gli esami del Corso di laurea in Filosofia. Valentina di anni deve farne 24, è di Torremaggiore (Foggia) ma ormai abita in Molise. Dopo le scuole medie ha fatto un sacco di cose, prevalentemente nella ristorazione. Ora sta dietro al bancone del bar di un piccolo centro bassomolisano, frequentato in via quasi esclusiva da maschi e da anziani. Non è facile avere a che fare con una clientela di questo tipo, in un paese così piccolo, se sei lesbica. Giada e Valentina convivono da due anni. Hanno preso in affitto un appartamento a Termoli e dopo una iniziale e naturale diffidenza accettano di venire in redazione, dove le accompagna Carla, che con loro condivide quello che si chiama “orientamento sessuale”, ma soprattutto una bella e sana amicizia.

Sono tre ragazze belle, luminose. Abituate a rimboccarsi le maniche senza lamentarsi, concrete ed educatissime. Si danno da fare per mantenersi da sole e programmare il loro futuro facendo lo slalom tra i paletti della precarietà, gli stessi che costellano la strada di tutti i giovani italiani, ancora di più di quelli molisani dove le prospettive sono ridotte ai minimi termini. Valentina e Giada sono una coppia, Carla al momento è single. “Spesso usciamo insieme, noi tre oppure con amici e amiche. Andiamo a mangiare fuori, a bere una birra, facciamo le cose normali” spiega Carla, che sogna a Termoli un posto come il Dejavu Friendly di Pescara, dove le coppie e i single omosessuali dal BassoMolise vanno, soprattutto in estate, per trascorrere una serata in un luogo “dove nessuno ti guarda strano e ti senti un po’ a casa”.

Cosa succede in questi locali?

Giada: “Non succede assolutamente nulla, ogni tanto c’è l’animazione, si balla e si chiacchiera. Il fatto è che le discoteche sono un posto in cui si pensa di dover abbordare qualcuno, di rimorchiare, e io mi sento a disagio”.

Valentina: “I locali per lesbiche e gay sono posti in cui ci sentiamo più a casa. Per il resto non cambia assolutamente niente. Tranne il particolare che non ti senti osservato perché ti giudicano diverso”.

Giada: “Forse il pregiudizio potrebbe indurre a pensare che si tratti di posti in cui si comporta in maniera sfrontata, ci si lascia andare chissà a che tipo di comportamenti. Non c’è nulla di più falso. Semmai sono le coppie etero che in qualche caso esagerano con le effusioni in pubblico. A volte mi sono ritrovata in situazioni che mamma mia… possono risultare fastidiose, credimi”.

Voi quando siete in giro, in pizzeria o al ristorante o a fare una passeggiata, non vi tenete nemmeno la mano?

Valentina: “Io evito”

Perché? Cosa c’è di male in un bacio, in un abbraccio in pubblico?

Valentina: “Per strada ti guardano sempre con un po’ di sospetto, quindi a che scopo provocare reazioni del genere? Meglio non creare proprio il presupposto per battute stupide. Se siamo con amici evitiamo per una questione di rispetto, per non farli sentire a disagio”.

Giada: “Già. Non è bello che una coppia, qualunque sia, si lasci andare a intimità quando si trova in gruppo”.

E vi capita mai di ricevere attenzioni non cercate e non gradite?

Giada: “E’ capitato in più di una occasione. Una volta in un bar di Termoli abbiamo dovuto chiamare la sicurezza per mandare via uno che stava esagerando. Sai quelle cose cretine che fanno gli uomini quando bevono, come insistere e dire ‘ti faccio cambiare idea’ eccetera”.

Valentina: “Lavorando in un bar lo so benissimo”.

E che fai? Come ne esci fuori?

Valentina: “In genere lascio perdere, faccio finta di niente. E’ la cosa più sensata”.

E’ difficile essere quello che siete in questo contesto di provincia?

Giada: “C’è chi lo accetta silenziosamente, chi nemmeno ci fa più caso. Ma c’è anche chi invece ne è disturbato, ti giudica male”.

Prima della società c’è la famiglia, dove in genere avviene il passaggio più delicato. Le vostre famiglie come l’hanno presa?

Giada: “Sicuramente la famiglia, che è la prima agenzia di socializzazione, costituisce l’ostacolo maggiore nel vivere liberamente la diversità. La mia l’ha accettato senza troppe complicazioni. Mia madre inizialmente era meno disposta a comprendermi rispetto a mio padre, ma dopo una riflessione profonda sulla felicità dell’individuo ha capito che non avrebbe avuto senso ostacolare la mia ricerca del benessere. Certo, per una figlia non è semplice far capire a una madre e a un padre tutto questo, anzi: è un passo molto grande. Ma per fortuna nel mio caso non è stato accompagnato da enormi sofferenze”.

Valentina: “A Torremaggiore, dove sono cresciuta, lo sanno tutti. Non vivo la diversità in maniera problematica. I miei amici, maschi in gran parte, lo sanno da sempre e con loro ho un bellissimo rapporto. Di rispetto”.

Carla: “Penso che quando conosci una persona, la giudichi e la stimi in quanto persona. Quando vuoi bene a qualcuno fai di tutto perché quel qualcuno sia il più possibile felice, non lo ostacoli”.

Negli ambienti che frequentate invece come funziona?

Valentina: “Al lavoro lo sanno, ma in genere fanno finta di niente. Può capitare che qualcuno si lasci andare perfino a battute infelici, ma io non ne faccio un dramma”.

Per esempio?

Valentina: “Il giorno dopo l’unione civile tra due ragazze a Termoli, tanto per dire, c’erano anziani che leggevano un giornale locale che aveva riportato la notizia e hanno cominciato a fare commenti vari. Tipo “ma dove siamo arrivati”, “in che razza di mondo viviamo”, cose così. Ecco, queste cose succedono perché la società è fatta di persone diverse e non sempre la diversità è un valore. Spesso è considerata un limite. Ma io sono dell’avviso che se io non tolgo niente a te, tu non devi togliere nulla a me. Però senza guerre, sarebbe inutile”.

Una posizione molto rispettosa…

Valentina: “Perché mai dovrebbe essere il contrario? Il rispetto non è a senso unico”.

Avete visto il film, in gran parte molisano, Mamma + Mamma?

Valentina: “No”

Giada: “Non l’ho ancora visto, spero di vederlo a breve”.

E avete seguito le polemiche sul Congresso Mondiale delle famiglie a Verona?

Giada: “Pochissimo. Non vedo molto la televisione, inoltre questo tipo di notizia mi risulta noioso e vuoto. Penso, semplicemente, che gli estremismi non facciano bene a nessuno, e che quando ci si spinge troppo oltre con le proposte e i giudizi questo sia dovuto al fatto che la diversità fa paura, spaventa perché è una cosa sconosciuta. Credo anche che a muovere la società sia un pensiero di stampo maschilista, e purtroppo questo conta molto”.

Carla: “Io sono molto d’accordo con questa visione, e aggiungo che a muovere certe posizioni è anche l’ignoranza. Qui sul territorio in cui noi viviamo esiste una scarsissima conoscenza del fenomeno, malgrado ci siano tante coppie omosessuali. Mi sorprende pensare che Termoli, che per la sua posizione geografica dovrebbe essere la città più libera e aperta del Molise, sia invece l’unica tra le città più grandi dove non ci sono attivisti a favore del movimento Arcigay, che si trovano solo a Isernia e Campobasso, dove l’anno scorso c’è stata la prima parata gay omaggiata dalla presenza di Vladimir Luxuria”.

A proposito del Gay Pride molisano, ci siete state?

Carla: “No perché quel giorno dovevo lavorare. Ma mi sarebbe piaciuto andarci. E spero che possa essere riproposto”.

Vi sembra una buona occasione per farvi conoscere e per parlare di diritti omosessuali?

Valentina: “Per me certi Gay Pride sono cavolate. Fare una parata con persone che si denudano, che restano in mutande, magari scandalizzando pure la mamma che passa col bambino, va nella direzione contraria di quello che serve per la conquista dei diritti”.

Spiegati meglio

Valentina: “Non si conquistano i diritti togliendosi la maglietta e spogliandosi in pubblico, col rischio poi che identificano le coppie gay o lesbiche con pagliacci truccati e maniaci dell’esibizione. Noi non siamo questo. Come ti fa uno ad appoggiare se ti metti a urlare mezzo nudo in mezzo alla strada?”

La tua analisi è straordinariamente lucida.

Valentina: “Se io sono così, perché devo per forza mostrarlo?”

Giada: “La conquista dei diritti si fa a piccoli passi, e sempre nel rispetto degli altri. Credo che sia una battaglia personale, da fare ogni giorno con le azioni pratiche. Oggi viviamo in un momento di estrema precarietà economica e l’Italia attraversa una fase di paura del diverso forse più sentita di prima. Vale per gli immigrati, gli stranieri, che oggi sembrano essere il problema come lo erano gli ebrei nella Germania nazista. La diversità, in queste situazioni, si trasforma in un capro espiatorio. Se ci fosse meno povertà e un benessere più diffuso, tutto sarebbe diverso”.

La precarietà economica condiziona anche le vostre scelte di futuro?

Valentina: “Certo. Il problema è quello, non puoi organizzare granchè con un lavoro traballante, senza nessuna certezza”.

Giada: “Io mi auguro che si lavori per creare maggiore stabilità, solo in questo modo si può combattere l’ignoranza e aprirsi alle diversità e quindi anche all’accoglienza”.

Favorevoli alle adozioni gay?

Giada: “A favore, assolutamente. Come ero favorevole al disegno di legge Cirinnà sulle Unioni Civili”.

Valentina: “Sono cresciuta solo con una madre che mi ha fatto da padre, da nonna, da zia, da tutto. Non potrei mai essere contraria, e non lo dico perché sono lesbica. Una lesbica, se vuole, un figlio lo fa comunque e lo cresce con un’altra donna, perchè indipendentemente dall’orientamento sessuale può farlo. Quindi non è questo il punto…”

E qual è?

“Che i bambini non sono oggetti. Non lo sono per gli etero, non lo sono nemmeno per noi”.

E sul punto sono tutte e tre d’accordo.