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Dopo il biogas, arriva il primo impianto Biometano del centro-sud. Il ciclo virtuoso del rifiuto che diventa energia foto

Entro l’anno entrerà in funzione nel Polo Energetico di vallone Cupo il nuovo impianto di produzione biometano dalla frazione organica della raccolta differenziata. Attivo dal 2012 l’impianto biogas, che converte la frazione organica del BassoMolise e non solo. Siamo andati a vedere come funziona il ciclo del rifiuto che l’azienda Foglia trasforma in energia. Mentre è in corso l’autorizzazione per ampliare la discarica di rifiuti non pericolosi

I gabbiani volteggiano come nuvole in movimento sulla discarica di contrada Imporchie-Vallone Cupo, a Guglionesi. Invisibile dalla fondovalle del Sinarca, prende forma solo addentrandosi tra gli impianti di pesa, essiccazione, interramento dei rifiuti che arrivano dai 29 comuni del BassoMolise che fanno parte dell’Ato 3. Centomila abitanti la cui spazzatura “indifferenziata”, quella che non si può riciclare, finisce qua. Viene scaricata, fatta essiccare per almeno 18 giorni (tanto dura il processo) e poi portata dai mezzi meccanici sulla superficie autorizzata, dove un po’ alla volta viene inghiottita dalla terra.

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La discarica è stata attivata nel 2005: doveva durare 7 anni, secondo le previsioni che però si sono rivelate sbagliate. L’impianto, autorizzato per smaltire 37.500 tonnellate annue di rifiuti urbani, è in esaurimento soltanto adesso, come mostrano i teli a copertura e, sopra, il doppio strato di materiale terroso che tumula quel che resta della frazione secca. L’autorizzazione per ampliarla è in corso, così come i permessi per impianti di selezione e biostabilizzazione. Complessivamente 3 ettari e mezzo sul versante “nascosto”, come garantisce l’Amministrazione di Guglionesi Ambiente, la società che la gestisce e della quale è socio di maggioranza Giovanni Foglia, figlio di Umberto, morto tre anni prima che venisse avviata – partendo da un piccolo fazzoletto di terra a Macerata –  quella che sarebbe diventata l’azienda Foglia Umberto Srl.

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Costituita nel 1986 per fornire alle Imprese e agli Enti Locali un servizio nel settore dello smaltimento rifiuti, oggi opera prevalentemente “nel settore delle tematiche ambientali e del recupero energetico da fonti rinnovabili” spiega Giovanni, che si divide tra i 4 impianti di recupero energetico del biogas di Corinaldo, Ascoli Piceno e Guglionesi, dove per la verità trascorre la maggior parte del suo tempo.

La “sorpresa” infatti è oltre la discarica, salendo ancora sul vallone e incrociando uno scenario che, se non fosse per l’inconfondibile odore ai quali i molisani sono abituati a piccole dosi grazie al mastello della frazione organica ritirata porta a porta tre volte a settimane, sembrerebbe un paesaggio lunare. Si chiama impianto per recupero biogas da biomassa e trasforma il rifiuto umido dei comuni dell’Unione del Basso Biferno (e non solo) in energia immessa direttamente nella rete nazionale. Funziona dal 2012, e nel corso del tempo è stato perfezionato man mano con investimenti tecnologici importanti che hanno ottimizzato tempi, costi e qualità del prodotto finale. Il capannone nel quale entrano i camion traboccanti di spazzatura è il primo passaggio del ciclo virtuoso che interpreta alla lettera il concetto di rifiuto circolare. Qui i mezzi scaricano la frazione organica, comprensiva dei tanti (ancora) errori che commettono i cittadini quando si tratta di riempire i mastelli marroni. Nei cumuli di immondizia infatti, oltre agli scarti vegetali, ai sacchetti biodegradabili e a verdura e frutta marcescente, si notano buste di plastica, tronchi di legno, oggetti “alieni” rispetto all’umido da protocollo. Nella speranza che il rifiuto arrivi sempre più pulito, lavora un separatore una volta che il rifiuto finisce nelle vasche dove viene ridotto a una poltiglia sempre più liquida.

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Una biomassa, appunto, che alla fine del ciclo diventa energia. “Il digestore lavora in assenza di ossigeno e i batteri operano la trasformazione” chiarisce Luciano Taddei, direttore tecnico del Polo Energetico di Guglionesi, dando i numeri della produzione: “L’impianto si sviluppa complessivamente su un ettaro e mezzo, e la frazione organica autorizzata annualmente è di circa 30mila tonnellate che possono essere conferite da Comuni ubicati entro un raggio di 200 chilometri. A regime il biogas prodotto è pari a 450 metri cubi all’ora, cioè 830 kilowatt a ora di energia”.

Nelle vasche gira il liquame scuro, che con un sofisticato congegno di immissione entra nel circuito che lo trasforma in una miscela composta da vari tipi di gas prodotti dalla fermentazione batterica in assenza di ossigeno. Così i rifiuti vegetali e animali diventano calore ed energia.

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L’impianto, per funzionare al meglio, non deve smettere mai di girare. Così anche il sabato e la domenica, quando i camion della spazzatura non arrivano, il digestore lavora. “Una discarica – aggiunge Taddei – è come un grande serbatoio, dal quale si attinge ininterrottamente”.

Alla fine del ciclo di trattamento, della frazione organica non resta che gas e lo scarto liquido di risulta, un’acqua all’ammoniaca che deve necessariamente finire nel depuratore perché non può essere immessa nelle acque superficiali. “Quando riusciremo ad abbassare ulteriormente i valori di ammoniaca – spiega Giovanni Foglia mostrando una bottiglia di liquido trasparente e pulito, che solo al naso rivela il suo contenuto – si potrà evitare il passaggio al depuratore. Ma per ora funziona così”.

In questo impianto, l’unico digestore anaerobico di tutto il Centro Sud insieme con quello della Puglia, il rifiuto è una risorsa, nel vero senso del termine. Le ditte che scaricano qui l’umido pagano circa 60 euro a tonnellata. Conferire il secco, cioè l’indifferenziato, costa alle ditte quasi il doppio. Generatori tecnologicamente avanzati e microturbine sono capaci di sviluppare la potenzialità economica della “monnezza” e convertirla in energia e lavoro. Alla Foglia Umberto Srl sono impiegate 15 persone, quasi tutte della zona, oltre ai dipendenti delle numerose aziende che prestano servizio all’occorrenza e a seconda delle necessità.

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Come per esempio la Scavolo di Termoli, che proprio in queste settimane sta ultimando l’impianto di produzione del biometano. Il primo del Centro Sud, uno dei pochissimi in Italia. “Nel resto d’Europa – dichiara Taddei – ce ne sono diversi, e funzionano bene”. Una sfida costata la bellezza di 4 anni di braccio di ferro con la Regione Molise per avere i permessi, le autorizzazioni necessarie a procedere. Nell’ultimo periodo, con l’assessore Nicola Cavaliere, l’iter ha subito un’accelerata. Il nuovo impianto, che promette di essere modernissimo, entro l’anno entrerà in funzione. “Ma se ce la facciamo anche prima” dicono dall’azienda durante un sopralluogo al quale prendono parte il sindaco di Guglionesi Mario Bellotti e gli assessori Pino Aristotile e Pina D’Onofrio.

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Nella rete del gas metano saranno immessi 250-300 metri cubi l’ora di biogas grezzo proveniente dall’impianto limitrofo, trasformato in biometano con un processo che si chiama Upgrading. “C’entra sempre la chimica – conclude con l’entusiasmo negli occhi Taddei, geologo marchigiano che si è innamorato delle prospettive del Polo Energetico da rifiuti –  e si ottiene grazie a un secondo processo di digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti dal biogas con la rimozione – upgrading – delle componenti non compatibili con l’immissione in rete. Così con la spazzatura – sintetizza – si produce il carburante per far funzionare il riscaldamento in inverno”. E non solo quello. Il biometano, fonte energetica rinnovabile e programmabile, riduce le emissioni sfruttando le reti gas esistenti incrementando la produzione nazionale. “È un modello economico fondato su sostenibilità e circolarità delle risorse. In questo caso, dei rifiuti”.