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Crisi alla ex Gam. Amadori: “Piano industriale saltato, colpa di carenze e interferenze irrisolte”

Mentre da Cesena trapelano le prime informazioni sui motivi che hanno spinto il colosso dell'agroalimentare a rinunciare all'investimento a Monteverde di Bojano, il presidente Donato Toma rivendica: "Da quando ci siamo insediati abbiamo bruciato le tappe e garantito i finanziamenti prima dei tempi stabiliti". Antonio Federico (M5S): "C'è da mettere in sicurezza il reddito di tante lavoratrici e lavoratori a cui il 4 maggio scadrà la cassa integrazione". 

“I tempi del piano industriale sono saltati”. E “le carenze strutturali del macello e le interferenze che dovevano essere risolte da chi di dovere sono rimaste tali, nonostante fossero state già messe in evidenza quando lo scorso 28 febbraio 2017 venne firmato l’accordo”.

Sono queste le prime informazioni che filtrano da Amadori dopo che il 1 aprile, al tavolo del Ministero dello sviluppo economico, ha annunciato lo stop al progetto sul macello: in pratica, il ‘pollo di alta qualità’ nello stabilimento di Monteverde di Bojano non si farà più. Una frenata brusca, inaspettata. Che taglia posti di lavoro, spezza il sogno dei 240 operai di tornare a lavorare, avere un reddito “normale”. Ora è a rischio pure il rinnovo della cassa integrazione per i prossimi sei mesi.

Al tavolo, riferisce chi era presente, il direttore generale di Amadori Francesco Berti ha sostenuto che dei 240 lavoratori ex GAM solo in 32 hanno risposto alla chiamata per le candidature per una posizione lavorativa presso l’incubatoio riattivato a gennaio a Bojano (30 unità che potrebbero diventare 60), e  che il gruppo non ha più intenzione di investire nella filiera avicola molisana perché il bando del Tribunale di Campobasso è risultato tardivo, al di sopra delle loro possibilità di investimento e con caratteristiche tali da far mancare i requisiti previsti negli accordi sottoscritti tra le parti.

Doveva essere l’anno della svolta e del rilancio per la filiera avicola, settore strategico dell’economia molisana, e affidata nel 2016 ad uno dei colossi dell’agroalimentare italiano. La ex Gam sarebbe diventata un pezzo di una filiera importante, che conta già da 6 mangimifici, 7 incubatoi, oltre 800 allevamenti, 6 stabilimenti di trasformazione alimentare, 3 piattaforme logistiche e 19 centri di distribuzione fra filiali e agenzie.

Nell’accordo Amadori si era impegnata a investire 45 milioni di euro per l’acquisizione e la riqualificazione dell’incubatoio, dello stabilimento di trasformazione e degli allevamenti, oltre ad assumere 250 persone circa, in pratica gli attuali cassintegrati. L’incubatoio è confermato. Il macello no. E sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico si è scoperto che forse quell’accordo ora è carta straccia.
In tutto ciò la Regione ha le mani legate per un duplice motivo: da una parte non può entrare nelle scelte imprenditoriali e nei nuovi piani che Amadori ha stabilito, dall’altra era in carica il governo Frattura quando l’accordo è stato siglato. E ora nelle mani del nuovo governatore Donato Toma è arrivata una palla avvelenata. Il presidente non nasconde preoccupazioni e amarezza dopo l’incontro al Ministero.

“E’ stata una doccia fredda – commenta – sono rimasto colpito e amareggiato, anche se quando qualche giorno fa ho letto il bando avevo qualche dubbio sulla fattibilità imprenditoriale, in particolare sull’utilizzo dell’acqua e del depuratore di Itam, che è un altro lotto in capo ad un altro curatore fallimentare. Ovviamente chi fa l’investimento vuole avere la garanzia anche su tali aspetti”.

Eppure, rivendica, “da quando ci siamo insediati abbiamo bruciato le tappe e garantito i finanziamenti prima dei tempi stabiliti. Noi dovevamo assicurare un primo cofinanziamento di 2 milioni di euro e lo abbiamo fatto. Dovevamo mettere a disposizione la nostra struttura per accelerare i tempi per le valutazioni ambientali e lo abbiamo fatto. Dovevamo mettere i tfr per far sì che la Gam potesse continuare la richiesta di cassa integrazione e lo abbiamo fatto. Dovevamo stimolare il Ministero per il riparto dei fondi sulle politiche passive e lo abbiamo fatto. Noi abbiamo assolto a tutto quello che dovevamo fare. Ad oggi l’ostacolo sono i bandi per i lotti adiacenti e in questo caso la Regione non può far niente, avevamo già chiesto ai curatori fallimentari di accelerare con la pubblicazione dei bandi”. 

Il capo della giunta regionale proverà una sorta di moral suasion nei confronti di Amadori. Un tentativo in extremis per evitare un’emorragia di posti di lavoro e che 240 lavoratori restino senza reddito.

Sul destino della filiera avicola molisana c’è anche l’impegno del parlamentare molisano Antonio Federico. “Seguo la vicenda Gam da ormai 8 anni e di momenti difficili ne ho visti tanti, ma a situazioni così estreme davvero non ho mai assistito. Gli accordi sottoscritti presso il MISE nel febbraio 2017 con la Giunta Frattura, tra mille dubbi, cadono miseramente oggi con la Giunta Toma. Oggi non ha però senso parlare di responsabilità politiche, piuttosto invito tutti ad una bella azione corale di responsabilità. Innanzitutto c’è da mettere in sicurezza il reddito di tante lavoratrici e lavoratori a cui il 4 maggio scadrà la cassa integrazione”. 

Si proverà a inserire i lavoratori ex Gam all’interno del decreto di assegnazione delle risorse per gli ammortizzatori sociali in area di crisi complessa.

“Non so se Agricola Vicentina abbia ormai chiuso ad ogni possibilità – riflette ancora Federico – ma credo che ora la Regione debba caricarsi la responsabilità di accompagnare ad una risoluzione positiva la questione, come previsto tra l’altro nell’accordo del 2017. Il contratto di sviluppo è stato approvato, così come già concordato è il cofinanziamento; Agricola Vicentina ha inoltre già investito oltre 8 milioni di euro tra acquisto Lotto 1 e avvio dell’incubatoio. I lavoratori devono però oggi aderire con maggiore decisione agli accordi che loro stessi hanno sottoscritto poco più di due anni fa, perché ne va del potere contrattuale che si potrà esprimere ai prossimi tavoli istituzionali nei confronti dell’azienda. Voglio credere che non sia ancora stata messa la parola “fine” alla nostra filiera avicola”.