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Tentata strage di bambini. Come curare le “ferite dell’anima”

La tentata strage di bambini di San Donato Milanese è collocabile tra gli eventi traumatici di grave entità. Non tutti i bambini che viaggiavano su quello scuolabus reagiranno allo stesso modo

È di qualche giorno fa la notizia che ha sconvolto tutta Italia relativa alla tentata strage di 51 ragazzini che viaggiavano su uno scuolabus all’altezza di San Donato Milanese (Milano): l’autista che lo guidava, un 47enne italiano di origini senegalesi Ousseynou Sy, che doveva riportarli a scuola dopo un’attività sportiva all’aperto, minacciandoli di morte, pare abbia cercato di portare a termine un progetto stragista che è stato fortunatamente interrotto dall’intervento tempestivo dei Carabinieri, dopo che un bambino aveva allertato col cellulare i propri genitori. Bloccato lungo la marcia dai carabinieri, Sy ha cosparso lo scuolabus di benzina e ha appiccato il fuoco con un accendino quando i bambini erano ancora a bordo. I militari sono invece riusciti a mettere tutti i passeggeri in salvo. Nessun ferito. Prima, l’uomo aveva comandato i due insegnanti e il bidello a bordo di legare i bambini ai sedili del pullman con delle fascette perchè “tutto il mondo potesse parlare della sua vicenda”.

nicola malorni

La vicenda potrebbe rimandare non soltanto all’azione di un improvvisato terrorista, che ha premeditato il sequestro e la tentata strage, ma anche ad un traumatismo individuale e collettivo che penetra nel tessuto emozionale del nostro Paese: “È stata una mia scelta personale – avrebbe dichiarato l’uomo ai pm –  non ne potevo più di vedere bambini sbranati da squali nel Mediterraneo, donne incinte e uomini che fuggivano dall’Africa”.

Dalla procura di Milano, tuttavia, sono emerse informazioni ulteriori riguardanti l’autista e relative a precedenti accuse per violenza sessuale e guida in stato di ebbrezza, dati che potrebbero corroborare l’ipotesi di un traumatismo individuale, non risultando l’uomo legato né all’Isis né a nessun genere di organizzazione terroristica di matrice islamica.

Al di là degli aspetti giudiziari della vicenda, cui sicuramente la Giustizia italiana potrà dare la giusta attenzione, da analista non posso trascurare il cono d’ombra che questa vicenda sta proiettando sul nostro Paese: lo stato di sofferenza acuta dei bambini dello scuolabus rimanda a dimensioni traumatiche che investono l’infanzia nel mondo e, in particolare, i minori stranieri migranti. La sofferenza che, nel progetto verosimilmente delirante dell’uomo, sarebbe stata inferta ai bambini, alle loro famiglie e al nostro Paese, avrebbe avuto la funzione di rompere il nostro consueto modo di vivere e vedere la condizione dei migranti africani.

 

L’evento di San Donato Milanese è collocabile tra i cosiddetti “traumi T”, ovvero tra gli eventi traumatici di grave entità che possono portano alla morte o minacciano l’integrità fisica delle persone coinvolte. Oggi sappiamo che non tutti i bambini che viaggiavano su quello scuolabus reagiranno allo stesso modo; le loro risposte potranno essere diversificate e variare dal completo recupero e dal ritorno ad una vita normale in un breve periodo di tempo, fino a reazioni più gravi, che potranno impedire di continuare a vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico. I bambini potranno avere difficoltà a verbalizzare le loro emozioni che potranno essere espresse prevalentemente attraverso irrequietezza, agitazione, scoppi di rabbia, paura del buio, problemi di sonno, incubi e paura dell’abbandono. Potranno anche riferire sintomi fisici come mal di testa o di stomaco. Potranno scoppiare a piangere o potranno diventare molto tristi apparentemente senza motivo, allora potrà voler dire che stanno lottando con il dolore e che hanno bisogno di aiuto.

Questi eventi possono lasciare tracce indelebili nella psiche umana: la ricerca neuroscientifica ha dimostrato che le persone che hanno vissuto traumi importanti nel corso della vita possono riportarne i segni anche a livello neurobiologico, mostrando, ad esempio, un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala.

I bambini potranno andare incontro ad una serie di reazioni di stress fisiologiche, che nel 70-80% dei casi tenderanno a risolversi naturalmente senza un intervento specialistico. Questo avverrà perché l’innata reattività di elaborazione dell’esperienza traumatica della nostra psiche (un analista junghiano, Donald Kalsched, ha parlato a riguardo di “sistema di auto-cura del Sè”) è in grado di integrare le informazioni emozionali (l’angoscia sperimentata) relative a quell’evento “digerendole”, ossia ricollocandole in modo costruttivo e adattativo all’interno di una narrazione dell’accaduto. Ciò che il trauma determina è uno stato abnorme di angoscia che dal piano dell’espressione corporea tenderà spontaneamente – nella maggioranza dei casi – ad integrarsi in una rappresentazione mentale attraverso le immagini prima e la narrazione dell’evento traumatico dopo.

Tuttavia, può accadere che alcune persone continuino a soffrire anche a distanza di moltissimo tempo dall’evento: potranno provare le stesse sensazioni angosciose non riuscendo per questo a condurre una vita soddisfacente. Questa condizione configura spesso un quadro sintomatologico noto come Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD – Post-Traumatic Stress Disorder), che è caratterizzato appunto dal “rivivere” continuamente l’evento traumatico, continuando a provare tutte le emozioni, sensazioni e pensieri negativi esperiti in quel momento.

 

Intanto, i bambini dello scuolabus milanese avranno bisogno di una persona con cui parlare dei propri pensieri e sentimenti; sarà importante per loro mantenere la routine quotidiana, per esempio tornare a scuola al più presto, anche se le capacità attentive e di memoria, la motivazione, le abilità di apprendimento consuete potranno risultare ridotte; qualcuno dovrà adeguatamente rassicurare loro e i loro familiari rispetto alla sintomatologia acuta perché se le reazioni e le emozioni saranno forti, questo è normale; dovranno darsi il tempo necessario per riguadagnare le proprie forze e la serenità sufficiente per tornare ad una vita “normale”.

È necessario, in questi casi, dare messaggi chiari, trasmettere al bambino le informazioni in modo aperto e sincero, soprattutto riguardo quello che è successo, quello che sta succedendo e quello che succederà. Le spiegazioni devono tenere conto ovviamente dell’età del bambino. I genitori sono le persone più indicate per informare e preparare il bambino, se questo non è possibile allora deve farlo una persona che il bambino conosce bene, di cui si fida. Deve esserci il tempo e la tranquillità necessaria per parlare. L’adulto deve ascoltare le domande del bambino e rispondere con sincerità, accettare e rispettare le sue emozioni. I bambini reagiscono in modo diverso, alcuni piangono o protestano oppure negano la realtà, altri dimostrano apatia e si comportano come se non avessero sentito quello che gli è stato appena spiegato, ma devono avere la possibilità di poter riprendere l’argomento con le loro domande e di ricevere risposte sincere. Se non ci sono risposte, allora bisogna dirlo al bambino, i bambini questo lo capiranno.

Certo, l’attenzione dei Servizi sanitari dovrà essere massima, in caso di necessità, quando i processi innati di elaborazione del trauma e la rete familiare non si riveleranno sufficienti, poiché le esperienze negative e traumatiche subite in età infantile sono in genere presenti in modo diffuso, vengono sottovalutate e diventano comunque una fonte primaria di disagio. In alcuni casi sarà necessario assicurare percorsi psicoterapeutici mirati.

Soprattutto i bambini che, durante l’infanzia, hanno sperimentato traumi ripetuti (sia di natura relazionale che ambientale) e che non possono contare su una buona relazione di attaccamento con le proprie figure genitoriali (condizioni queste di maggiore vulnerabilità), sono caratterizzati da traiettorie di sviluppo estremamente carenti e danneggiate. Il piccolo dell’Uomo, per sua natura, tende a fidarsi molto degli adulti, soprattutto delle figure genitoriali che hanno una grande credibilità ai suoi occhi. Quindi, se l’adulto fa o dice qualcosa di negativo o di grave il bambino prova una profonda angoscia ed emozioni come rabbia, colpa, tristezza, mancanza e senso di impotenza. La capacità dei bambini di provare questo tipo di esperienza emozionale non deve essere assolutamente sottovalutata, anche se la loro sofferenza si esprime con modalità diverse da quelle degli adulti.

 

Gli adulti non devono, in questi casi, pensare che “dimenticare”, “non parlare dell’esperienza”, “tornare alla vita normale e basta” li aiuti perché, indipendentemente dal fatto di essere stati coinvolti direttamente nell’evento, i bambini si rendono conto e sentono quando succede qualcosa di grave. Se si tace o si è vaghi riguardo all’evento, si lascia il bambino in balia dei suoi pensieri e delle sue emozioni senza nome, con la sua immaginazione, con domande senza risposta e con tutto il disagio che questo provoca. Le fantasie negative così come il ricordo traumatico possono provocare un senso di ansia e di terrore che lasciano ulteriori segni permanenti nella psiche.

È per questo che i bambini che hanno vissuto delle esperienze altamente stressanti e traumatiche fin da piccoli, e che non hanno potuto elaborare adeguatamente il loro trauma, tendono a rimettere in atto i loro traumi attraverso il comportamento. È per questo che l’attenzione della società civile a questi eventi deve essere massima e non unilateralizzarsi esclusivamente sull’intervento giudiziario e repressivo.