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Operazione Pensa, Maselli al Gip: “Ho fatto lo spaccone per paura”. Di Bartolomeo invece tace

Si è tenuto questa mattina l’interrogatorio di garanzia a carico di tre delle persone indagate nell'ambito dell’inchiesta portata a termine venerdì scorso. Due le persone finite in carcere, quattro ai domiciliari. Quattordici invece le persone denunciate a piede libero

“Operazione Pensa”, secondo round. Questa mattina si sono tenuti gli interrogatori in carcere dei due maggiori indiziati: Michele Di Bartolomeo (detto Pensa) e Andrea Maselli. Il primo difeso dall’avvocato Silvio Tolesino, il secondo da Giuseppe Fazio. All’udienza in carcere presenti il gip, Teresina Pepe e anche il sostituto procuratore titolare dell’indagine, Giuliano Schioppi.

Di Bartolomeo, autore di diverse rapine e pronto (secondo quanto emerso dagli atti) a prendere il controllo dello spaccio di cocaina in città, è il 25enne sul quale la squadra mobile di Campobasso lavorava da tempo. E gli agenti di via Tiberio avrebbe continuato a farlo se l’inchiesta non avesse subìto quell’impennata dettata dalla presunta recrudescenza di una condotta che poteva mettere in pericolo altre persone.

Maselli, era finito nello specifico sotto la lente dei carabinieri del Norm dopo la rapina ad una donna brasiliana compiuta dal 19enne (assieme a “Pensa” ed ad un altro indagato) il 22 gennaio scorso.

Due fascicoli: il primo, della squadra Mobile. Copioso, ricco e circostanziato. 

Il secondo del Norm dei carabinieri che nasce dettato dall’esigenza di dover intervenire nella flagranza della rapina di gennaio, quando la brasiliana aggredita chiede aiuto chiamando il 112.

Incartamenti  accomunati dalla presenza di “Pensa” che sono inevitabilmente confluiti in uno stesso faldone sigillato all’alba di venerdì scorso con l’esecuzione di sei misure: due in carcere e quattro ai domiciliari. Le accuse, a vario titolo, vanno dallo spaccio, alle rapine, all’estorsione, alle lesioni, alle minacce.

Delitti efferati, come le botte ai consumatori che non pagavano la cocaina acquistata. Oppure le rapine senza scrupoli a suon di pestaggi per accaparrare refurtiva da reinvestire con l’acquisto di droga. Bugie, macchinazioni, presunte strategie adottate per eludere i controlli, in particolare da parte del Di Bartolomeo che voleva “sparare un poliziotto” e che – stando alle accuse – aveva incendiato l’auto di un agente della stradale e rubato lo scooter di un poliziotto della squadra mobile.

Maselli invece – secondo quanto emerso dalle dichiarazioni che ha reso stamane rispondendo anche alla pubblica accusa –  nella circostanza “ci si sarebbe trovato”.

All’uscita dal carcere l’avvocato Giuseppe Fazio torna a ribadire questo aspetto: “Il mio assistito ha collaborato e raccontato al gip e al sostituto, come aveva già fatto ai carabinieri, come sono andate le cose nell’unica rapina a lui contestata, quella alla donna brasiliana. Parliamo di un ragazzo di 18 anni e 5 mesi che ha beccato l’amicizia sbagliata in un momento non semplice della sua vita. Quindi il suo coinvolgimento si riduce a sei ore di delitto risalenti a gennaio scorso, confessate 36 ore dopo i fatti, in ordine alle sue responsabilità e parliamo di due episodi di droga per le quali peraltro io dagli atti non evinco alcuna cessione a terzi”. In sostanza Maselli, secondo l’avvocato, avrebbe agito e parlato con la violenza cui fa riferimento l’ordinanza perché spaventato dall’atteggiamento dispotico di Michele Di Bartolomeo. “Ha fatto lo spaccone, lo ha fatto per paura”.

L’avvocato Silvio Tolesino invece non parla. E né ha parlato il suo assistito. Davanti a Gip e Pubblica accusa, Michele Di Bartolomeo si è avvalso della facoltà di non rispondere. “E non perché non ci sia voglia di collaborare – sottolinea in poche parole il legale – ma semplicemente perché rispetto alle accuse è giusto che insieme a lui io capisca, dopo aver letto tutto il fascicolo composto da un migliaio di pagine, le contestazioni circostanziate”.

Teresina Pepe, uscita dal carcere si è poi recata in Tribunale dove invece si  tenuto il terzo interrogatorio a carico di uno degli indagati detenuto ai domiciliari. Il Gip si riservato di decidere in ordine alle richieste degli avvocati in merito all’applicazione di misure meno afflittive.