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Non lo chiamare amore, la testimonianza di Mena “Io, figlia che ha visto la violenza, dopo 23 anni mi sono ripresa la vita”

All'incontro organizzato dalla Scuola superiore della magistratura – Formazione decentrata della Corte di Appello di Campobasso, relatori d'eccezione in ambedue le tavole rotonde hanno argomentato la materia sotto molteplici aspetti. Ma la testimonianza dell'attrice di teatro campobassana, imprevista e inaspettata, ha scosso la sala e offerto ulteriori spunti di riflessione

Se ti fa male, non è amore. O meglio: “non lo chiamare amore”.

Perché se chi è consapevole sa bene che dietro un insulto, un abuso, una prevaricazione, una manipolazione non c’è affatto tenerezza né rispetto né stima; spesso la vittima – che precipita in una spirale di false illusioni – crede, probabilmente per sfiducia e scarsa autostima, che la violenza di una parola, l’arroganza anche di una sola sberla o la prepotenza di un gesto rappresenti “ugualmente un’espressione di amore”. Continuando così a sopportare il peso del disprezzo e della denigrazione e a tacere. No. Non è così. Questo non è amore.

Polizia, magistrati, avvocati, associazioni, istituzioni lo ripetono da anni fino allo sfinimento. Educano e proferiscono continuamente sul problema della violenza di genere, dell’omertà che regna (e vince) in migliaia di relazioni “malate”, del sommerso che per paure – oggi immotivate – le stesse vittime difendono e custodiscono, eppure non basta. Di violenza si soffre e purtroppo si muore ancora. Un campo di battaglia che miete molteplici vittime, perché per esempio dietro una storia di violenza ad una donna c’è quella che subiscono i figli, spesso presenti ad aggressioni fisiche e verbali.

“Non lo chiamare amore” è stato il titolo e anche il filo conduttore delle due tavole rotonde che ieri pomeriggio si sono tenute presso la sala Costituzione della Provincia promosse dalla Scuola Superiore della Magistratura – Formazione Decentrata della Corte di Appello di Campobasso, unitamente all’Associazione donne magistrato italiane, Comitato pari opportunità presso la Corte di Appello di Campobasso, la Consigliera di parità presso la Regione Molise, l’Aiaf, Cammino, l’Osservatorio per il diritto di famiglia.

Un incontro in gran parte tecnico. Intervallato da relatori autorevoli del campo cui ha partecipato una classe del ginnasio del liceo classico “Mario Pagano” che ha trasmesso un video girato sullo stalking.

non lo chiamate amore

L’iniziativa ha coinvolto giuriste, magistrati, esponenti dell’avvocatura, ma anche dirigenti della Polizia di Stato: il capo della Mobile, Raffaele Iasi, ha relazionato per esempio su quella che è una “notizia di reato”.

E poi l’esperienza del centro anti violenza pubblico “Be Free” e l’intervento dell’Ordine degli psicologi del Molise. Obiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni su cosa c’è dentro il singolo episodio di violenza contro le donne e i minori.

Norme, leggi, procedure a parte, sulla sala – gremita di persone – è sceso il gelo e un silenzio che ha azzittito finanche il vocio tipico di chi commenta slide e congetture, quando nella pausa tra la chiusura della prima tavola rotonda e l’introduzione alla seconda, ha preso la parola per l’interpretazione di un componimento su cosa è davvero l’amore e quindi su cosa è la violenza, l’attrice di teatro Mena Vasellino.

Un testo dalle parole forti che alla fine le ha strozzato il fiato dando sfogo alla sua personale testimonianza. “Cosa non è l’amore lo capisco bene – ha raccontato soprattutto diretta ai ragazzi presenti in sala – e lo dice una che per 23 anni è stata costretta a guardare le violenza di un padre perpetrate quotidianamente in casa. E non a me. Ventitre anni di tormenti, di paure, di traumi che mi porto dentro nascosti nel mio cuore perché mai ho denunciato. Mai ho avuto quella forza indebolita anche dall’indifferenza di chi – per esempio –  nel condominio dove abbiamo abitato non si è mai preoccupato di quelle urla, di quello strazio che arrivava dai muri in cartongesso di un piccolo appartamento. Cosa non è l’amore io l’ho imparato sulla mia pelle. Crescendo ho liberato le mie angosce nel teatro. E grazie alla recitazione ho trovato la forza di raccontare la violenza nelle mie rappresentazioni e quindi l’audacia di dire a chi mi segue: denunciate sì, ma voi che ascoltate non sigillatevi le orecchie; voi che guardate, osservate negli occhi chi avete di fronte. Non siate indifferenti. Abbiate anche voi il coraggio di essere sostegno a chi da solo – credetemi – non può farcela”.