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L’informazione sotto scorta. Sandro Ruotolo e Michele Albanese: la verità e il coraggio di una professione foto

I due giornalisti a Campobasso, ospiti del convegno di Assostampa Molise: “Un giornalista intimorito è una sconfitta per tutti. Perché colpire la conoscenza é colpire la democrazia”.

L’informazione può far soffrire, quando soffre. Quando é inchiodata nei contorni aspri dell’isolamento, quando sanguina perché non riesce a sbocciare, a generare sensibilità e conoscenza, sopraffatta dalla scure dell’omertà, da complicità fosche, dal silenzio e dall’indifferenza. L’informazione lacrima talvolta dolori dal significato profondo, illuminante, incarnandosi in testimonianze ricche di dignità e sacrifici nobili. Come quelle di Michele Albanese e Sandro RuotoloMinacciato dall’ombra della ‘Ndrangheta l’uno; dalla crudeltà della camorra e del boss Zagaria, l’altro. 

Giornalisti, fino in fondo. Fino ad abbracciare il senso ultimo di una professione e delle sue – spesso inevitabili – conseguenze, fino a combattere insidie di uomini e poteri criminali, fino a sfidare nubi e paure; incluse quelle della morte. Fino a vivere sotto scorta, quotidianamente.

Le loro storie, il loro racconto – sabato 23 marzo – nella sala della Costituzione delle Provincia di Campobasso, al centro del convegno promosso da Assostampa Molise: “Chi ha paura dell’informazione?” intervistati da Monica Vignale, direttore di Primonumero.it, e da Giovanni Di Tota, caporedattore di Telemolise, con i saluti di Giuseppe Di Pietro, presidente dell’Assostampa Molise.

Un dibattito intenso, che ha approfondito ruoli e possibilità del sistema editoriale e giornalistico odierno, soprattutto in relazione ad alcuni dei suoi principali antagonisti: le mafie, la cattiva politica, il malaffare.

Riflessioni e analisi lucide, preziose, convenute in una sintesi univoca: lo stato di salute dell’informazione e del suo sistema coincide con quello della democrazia.

ruotolo e albanese

“Il pianeta terra oggi versa in condizioni drammatiche – ha detto Ruotolo -. Pensiamo a guerre, cambiamenti climatici, malattie che esplodono, alle criticità del continente africano. Il nostro ruolo è importante per la funzione della nostra democrazia. E siamo i primi a pagare, purtroppo, per questo compito. A pochi chilometri da qui, a Malta, una giornalista è stata fatta uccidere con un’autobomba, così come i colleghi che si occupano di camorra. All’interno dell’Europa, l’Italia vive una posizione molto grave in questo senso. Oggi abbiamo 22 colleghi che lavorano grazie alla protezione dello Stato, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono stati 3600 giornalisti intimiditi dal 2006 ad oggi. Ecco perché siamo dinanzi a questioni che riguardano tutti: un giornalista intimorito è una sconfitta. Colpire l’informazione è una sconfitta per la democrazia”.

ruotolo e albanese

Chi fa informazione, chi tutti i giorni respira, accarezza e si mescola con la realtà in cui vive per raccontarne e svelarne le trame, anche le più recondite, si trova molto spesso a fare i conti con contesti e criticità peculiari, spesso difficili da estirpare. Si tratta, molto spesso, di una sorta di patologia sistemica, maglie logore e scricchiolanti di un ingranaggio complesso e talvolta impietoso.

Come quelle che portano un giornalista a offrire la propria intellettualità – costruita magari con sacrifici, entusiasmi e desideri ardenti – per 3 euro al pezzo, senza contributi previdenziali né garanzie contrattuali. Senza sorrisi e senza uno straccio di riconoscenza. Cronache di un altro mondo. Un mondo che, per qualche ragione strana solo all’apparenza, in tanti amano. Nonostante tutto, ancora più forte.

 

Logiche ostinate, tristemente penetranti, ruvide; lacci pronti a stringere i respiri del talento e della verità. Già, il talento e la verità. Due elementi spesso bistrattati, ma come accomunati dallo stesso affine destino: prima o poi, vengono fuori. 

Può volerci più tempo a farli emergere, a palesarne la luce rivelatrice, in realtà più “arroccate”, più chiuse e recalcitranti agli slanci del cambiamento. In provincia, ad esempio. Dove il giornalismo non è solo quello della multimedialità, dell’istantaneità da internauti, ma “anche” e “ancora” quello che consuma: suole, sonno, sogni e sospiri.

Di questa realtà, delle sue storie e dei suoi angoli bui ha parlato Michele Albanese. Essere sotto scorta fa soffrire – dice – seppur i magnifici agenti che mi sono accanto siano diventati i miei migliori amici, i miei fratelli. È difficile perché l’uomo nasce libero e io non sono libero, da sei anni ormai, di andare al mare o di camminare nella piazza del paese”.

Parole, quelle di Albanese, capaci di scavare sentieri emotivi sublimi, densi di pathos e di un sapore d’autenticità straordinariamente raro.

“Io a differenza di Ruotolo non provengo da una testata importante. Sono il cronista di un giornale regionale, edito anche in Calabria. Un territorio in cui la ‘Ndrangheta ha cambiato pelle, si è evoluta, perché si è sommersa facendo affari criminali in tutto il mondo; anche con le più importanti famiglie di narcos sudamericani: oggi chiunque voglia cocaina in Europa sa che si deve rivolgere ai calabresi. Grazie anche ai forti legami con la Massoneria, la ‘Ndrangheta è entrata in contatto con i vertici dello Stato”.

ruotolo e albanese

“Cinque anni fa – racconta Albanese – sono stato salvato dalla Polizia di Stato. Io all’epoca mi stavo occupando di una famiglia malavitosa della zona di Gioia Tauro, composta da personaggi latitanti da più di 18 anni. È stato proprio uno di questi latitanti, intercettato attraverso delle ‘cimici’, a dichiarare i suoi intenti: aveva dato ordine di uccidermi. Da quel giorno vivo sotto scorta. 

È una condizione gravosa, perché sento il dovere della testimonianza, della responsabilità e della correttezza. Io – confessa il giornalista – della scorta ne soffro. Perché continuo a vivere lì, nella mia terra: penso che ad andarsene via debbano essere loro, i criminali. La scorta a me pesa, sebbene io sappia come senza questi splendidi ragazzi, questi fratelli che mi proteggono, sarei morto. A me manca il mare. E non perché non ci posso andare. Immaginate quale immagine darei di me se mi facessi il bagno con due agenti a farmi da guardia, sulla banchina: raffigurerei una forma di ostentazione di potere. Ecco perché da sei anni non vado in spiaggia, nè in piazza. Tutte queste rinunce ed esperienze scavano ferite interne dentro me. La scorta limita i rapporti con amici e ambienti. La scorta fa soffrire perché l’uomo nasce libero: di vivere, di sbagliare, di contaminarsi. E invece io vivo isolato, anche da pezzi del mio stesso mondo. Non è facile vivere così, ma oggi posso dire che la ‘Ndrangheta fa schifo anche grazie allo Stato che mi protegge. So e sento di avere il dovere di stare lì, continuare a vivere lì, nella mia terra, per dimostrare che si può continuare a fare il giornalista nonostante tutte queste limitazioni. Se mi chiedessero la vita per la responsabilità della mia gente, non esiterei un attimo a offrirla”.

Sulla situazione dell’editoria a livello nazionale e locale, sulle criticità del suo sistema: “Se togliamo il nervo delle piccole testate locali – e non a caso tra i nostri colleghi morti ammazzati molti sono cronisti di strada – non resta nulla. Io sono preoccupatissimo per i colleghi, soprattutto per quelli che hanno maturato tanti anni di contribuiti, per i ragazzi che studiano nelle scuole di giornalismo e che rischiano di vedere i loro sogni spezzati, infranti. Chi illuminerà le periferie? Chi sarà disposto a vedersi la macchina incendiata per fare il giornalista? Tra un po’ – continua Albanese – il nostro diverrà un sogno spezzato. Ma qui è in gioco la libertà e la democrazia del Paese. Se questi mondi strani, come mafia corruzione e politica, trovano luoghi di contiguità, si rischia il tracollo”.

A pesare, a incidere, sono spesso le conseguenze di scelte politiche. Lo stanziamento e la concessione dei soldi per l’editoria assumono in questo senso un’importanza cruciale. “I fondi servono a sostenere i giornali regionali che costituiscono l’ossatura della informazione locale. C’è un problema serio di qualità, di rispetto deontologico. Molti di noi, per sopravvivere, stanno vendendo l’anima al diavolo abbracciando ciò che non è giornalismo ma una sorta di prostituzione intellettuale – ha concluso Albanese -. Il taglio dei fondi? Nel corso di un convegno al Senato, qualche mese fa, ho incontrato un sottosegretario all’Editoria. Ha ammesso che l’obiettivo era chiudere i giornali nazionali. Sono rimasto di stucco. Bisognerebbe tornare ad organizzare manifestazioni contro chi vuole destabilizzare il nostro mondo; più l’informazione è libera e più dà fastidio ai poteri. Sono preoccupato per il Paese, che senza informazione è destinato a esperienze capaci di farci sprofondare nel baratro”.

ruotolo e albanese

 

A tornare sulla questione anche Sandro Ruotolo: “Abbiamo un Paese in cui è il potere che critica l’informazione, quando invece dovrebbe essere il contrario. Certo, anche noi e la nostra categoria abbiamo colpe: il mondo dell’informazione è stato spesso conformista, tanti colleghi non hanno fatto bene il primo lavoro ed è anche per questo che alcuni giornalisti si trovano oggi a vivere situazioni come le nostre. Ma è chiaro che il crimine ha bisogno del buio, del silenzio. E quando un giornalista accende i riflettori, la mafia risponde nel suo modo. Il giornalismo oggi è cambiato. Negli anni 70, quando io ho cominciato, non c’erano soldi, ma precariato. Eppure io lasciai la mia testata perché non ero d’accordo con la linea editoriale e rimasi disoccupato. Oggi i giornalisti vengono pagati tre euro a pezzo o undici euro al giorno. In una situazione del genere c’è bisogno di più informazione. Ma dobbiamo cambiare i linguaggi, seguire il cambiamento. Oggi soltanto in Italia abbiano circa 43 milioni di account Facebook e mediamente si passano sette ore al giorno davanti a uno smartphone. La soglia di attenzione si sta abbassando sempre più, ci sono milioni di italiani in analfabetismo e dunque il rischio della manipolazione è forte. Ecco perché c’è bisogno di più conoscenza e più informazione. Ma la sfida è sul web: lì  si gioca la partita, una partita di democrazia, perché li sono i giovani, il futuro. Bisogna investire nel wi-fi, in Internet”.

Presente all’appuntamento anche Domenico Iannacone, molisano doc e volto Rai: “Se guardo Michele Albanese penso alla dimensione locale, della provincia, quella che ha bisogno di essere raccontata dal basso. Se guardo a Sandro Ruotolo, invece, penso a quello che sto facendo adesso professionalmente. Io dico sempre che spesso mi sono appoggiato e mi appoggio alla stampa locale, spesso ho avuto la possibilità di fare bene il mio lavoro proprio grazie ai giornalisti locali. Anche per questo la stampa locale ha bisogno di sostegno. Ogni volta che sono stato in quei posti, in Calabria, ho avuto bisogno di parlare con Michele perché ha rappresentato per me una sorta di Virgilio. Il nostro è un lavoro che è stato delegittimato alla base e ora dobbiamo ricostruire la dignità del giornalista. Solo allora la notizia sarà dignitosa”.