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Lettera a un amico che non c’è più

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Caro Guglielmo, caro Amico mio, oggi si è chiuso l’ultimo processo, tra i tanti che Ti hanno visto alla sbarra come imputato. Anche questa volta, come sempre, sei stato assolto. La differenza rispetto agli altri processi, nei quali eri imputato nella qualità di Sindaco della Tua città è che questa volta eri stato imputato in ragione della Tua attività di medico. Il processo poteva finire senza attendere l’ora tarda di oggi. Sarebbe bastato che io, Tuo difensore, avessi detto al Giudice, che Tu non c’eri più, che Tu avevi lasciato questo mondo. Il Giudice, avrebbe pronunciato una sentenza di non doversi procedere ”per morte del reo” e tutto sarebbe finito. Invece, contravvenendo al dovere di verità, non ho detto al Giudice che Tu ci avevi lasciato. Volevo una decisione nel merito, mi ripugnava una sentenza che avesse chiuso la tua vicenda terrena, con la formula di cui innanzi.

Non volevo che la Tua vicenda giudiziaria, si concludesse con una sentenza che Ti prosciogliesse, ma che venisse accompagnata dall’appellativo di “reo”. Sapevi Tu, come sapevo io, che i fatti addebitati non avevo consistenza. Sapevi Tu, come sapevo io che ne’ Tu, ne’ i Tuoi colleghi coimputati dovevate rispondere degli addebiti che i NAS vi avevano mosso. Avevate cercato di dare dignità al malato, di dare prestazioni alla gente del territorio. Lo staff della medicina di gruppo che avevate costituito era una novità per il territorio. Come tutte le novità è stata osteggiata. Sono state evidenziate ipotesi di irregolarità formali che Vi hanno portato sul banco degli imputati, che vi hanno fatto acquistare la qualifica di imputati, che hanno indotto gli inquirenti a sequestrarvi perfino gli autoveicoli. Oggi il Giudice, dopo una lunga istruttoria dibattimentale, condotta nel contraddittorio tra accusa e difesa, ha deciso che le accuse nei vostri confronti erano insussistenti.

Anche il P.M. ha chiesto l’assoluzione piena per Te e per i Tuoi colleghi. Ho accolto la sentenza con soddisfazione. Mi sono sentito sollevato per aver scelto la strada più impervia. Volevo sentire proclamare “in nome del popolo italiano, assolvo Giardino Guglielmo, assolvo Nicola Di Lena, assolvo Antonio Saburro, assolvo Nicola Gabriele, assolvo Augusto Vincelli, perchè il fatto non sussiste. Non mi bastava, non Ti bastava, ne’ Ti sarebbe bastata una formula che pur prosciogliendoTi, Ti avrebbe qualificato come “reo”. Ora puoi veramente riposare in pace, amico mio.

 

Antonio De Michele (avvocato difensore di Guglielmo Giardino)

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