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La rivolta dei Comuni più poveri contro i tagli alla solidarietà: ricorso contro Salvini foto

Oltre 60 Comuni italiani hanno presentato ricorso amministrativo contro il riparto del Fondo di Solidarietà 2019. L’iniziativa legale, avviata su impulso del consigliere regionale del Molise Micaela Fanelli (Pd), è nata in seguito alle decisioni del Governo gialloverde e delle gravi conseguenze prodotte sui bilanci e quindi sui servizi di competenza comunale a seguito di una erronea applicazione dei principi e dei parametri del federalismo fiscale.

L’iniziativa è stata presentata ieri mattina nella sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, a Roma.

I Comuni hanno deciso di impugnare il Fondo di Solidarietà 2019 “perché è stata messa in atto una graduale riduzione dell’azione di perequazione, o equiparazione, con sempre minori possibilità per gli enti locali dei territori più deboli di ottenere le risorse necessarie a garantire i servizi indispensabili”.

E’ stato l’avvocato Salvatore Di Pardo a curare il ricorso. “La Costituzione – ha spiegato – garantisce le autonomie locali e attribuisce ad essi compiti e funzioni proprie, tra le quali istituire asili nido ed altri istituti di istruzione; assicurare i trasporti locali; garantire assistenza sociale. La Costituzione garantisce altresì che i Comuni abbiano le risorse necessarie per assicurare l’erogazione di tali servizi nella misura tale da assicurare i livelli essenziali (minimi) di assistenza al cittadino. Da qui, la decisione di adire il Tar e successivamente la Corte Costituzionale, per ristabilire la legalità negata dal Governo”.

Per finanziare le proprie funzioni ai Comuni è riconosciuta la tassa Imu. I Comuni non ricevono risorse dallo Stato, ma applicano proprie imposte (previste dalla legge) e con il ricavato finanziano i servizi ai cittadini. Ma nelle aree più povere e meno sviluppate del paese (Molise, Calabria, Basilicata, Campania eccetera) le risorse che i Comuni ottengono da questa fiscalità – ha precisato ancora Di Pardo – “non sono sufficienti a garantire i livelli essenziali (minimi) di assistenza e la copertura delle spese per i servizi minimi che la Costituzione attribuisce ai Comuni e che i cittadini hanno diritto di avere”.

Per evitare che ciò accada – ha detto Lorenzo Coia, Presidente della Provincia di Isernia e Sindaco di Filignano –  “la Costituzione, sempre all’art. 119, prevede che sia istituito un “fondo perequativo”, che serve a redistribuire risorse in favore dei Comuni più “deboli”, evitando così che in Italia esistano Comuni di serie A (cioè quelli che vengono prima, prevalentemente quelli del Nord Italia) e cittadini di serie B (quelli che vengono dopo, prevalentemente quelli del Sud) e garantendo così i principi di solidarietà e di eguaglianza stabiliti dalla Costituzione italiana.  Il fondo ripartisce le risorse in favore dei Comuni secondo due criteri: quello della spesa storica (e cioè attribuisce ad ogni Comune le risorse sulla base di quanto già in passato attribuito); quello perequativo (e cioè quello finalizzato a riequilibrare il deficit di alcuni Comuni). La legge ha previsto che gradualmente entro il 2021 si dovrà passare dal sistema storico a quello perequativo (basato sul fabbisogno di ogni Comune). Tale previsione è però non gradita ai Comuni più ricchi che dovrebbero trattenere le maggiori risorse e non vorrebbero dover contribuire a quelli più deboli”.

Il Ministro dell’Interno Salvini, con una  interpretazione della legge finanziaria, ha fatto quattro cose, “di cui solo la prima è espressamente prevista dalla legge” ha aggiunto il Sindaco di Ferrazzano Antonio Cerio. Ovvero: “ha bloccato la progressione prevista dalla legge verso il sistema perequativo. Ha congelato anche per il 2019 la quota al 45%, un regalo ai Comuni più ricchi ed a quelli che storicamente hanno avuto più risorse pubbliche a prescindere dalle loro esigenze, prevalentemente ai Comuni del Nord,  ha confermato per tutti i Comuni gli identici importi assegnati al 2018, malgrado i fabbisogni del 2019 fossero diversi. E infine il Governo ha pensato bene di attingere dal fondo dei Comuni decurtandolo di oltre 500 milioni di euro”.

In pratica, secondo i Comuni ricorrenti, in palese violazione del dettato costituzionale si tolgono soldi indispensabili per assicurare i livelli minimi di assistenza ai soggetti più deboli (bambini, disabili, ecc. ) “per finanziare politiche governative quantomeno discutibili e certo non garantite dalla Costituzione (reddito di cittadinanza, flat tax, ecc.)”.

“Dal blocco del 2019, che è andato a finanziare le promesse del governo gialloverde, è nata la rivolta dei Comuni italiani – ha concluso Micaela Fanelli – da Sindaco, in dieci anni ho cercato di assicurare tutti i servizi per i miei cittadini e, ad esempio, ho fatto partire l’asilo nido, ma solo grazie alle risorse addizionali. Attraverso il fondo di solidarietà, ho sempre sperato di poter fornire risposte in più. Ed è bene tornare a sottolineare che uno dei motivi principali per cui le aree interne si spopolano sta soprattutto nella mancanza dei servizi essenziali. Il controesodo e la coesione si fa innanzitutto con una reale perequazione e poi con le risorse aggiuntive. Speriamo di vincere questo ricorso per avere più risorse, ma soprattutto per affermare un principio che ci aiuterà a bloccare processi autonomistici targati Lega, che mirano ad aiutare i Comuni più ricchi, a discapito del raggiungimento dell’esercizio dei diritti fondamentali garantiti a tutti dalla Costituzione”.