“Incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti”

Viviamo la maggior parte del tempo indossando delle maschere, che sono un filtro tra la nostra anima e il mondo sociale. C’è un volto di plastica dove c’è una relazione, un’interazione umana: solo quando siamo da soli non ne abbiamo bisogno. Di fatto, le maschere sono anche utili all’adattamento ma l’essere umano deve essere in grado di riconoscerle per non perdere di vista la propria autenticità.

È tempo di Carnevale e voglio iniziare questo articolo con una provocazione: viviamo la maggior parte del tempo indossando maschere e non dovevamo di certo attendere queste giornate per vivere come giocatori di poker, intenti a non lasciare che qualcuno al tavolo capisca quali carte abbiamo in mano, cosa proviamo, cosa pensiamo noi altri avversari. Viviamo come giocatori di poker tutto il giorno: a lavoro, per strada, a scuola, sui social, in politica, e a volte anche in famiglia, nei sogni e nelle fantasie più private.

La teniamo talmente a lungo – la nostra maschera – che quando ci guardiamo allo specchio non sappiamo più chi abbiamo di fronte; alcune poi, lasciano sulla nostra pelle un segno duraturo, anche dopo averle tolte.

Ricorderete Luigi Pirandello in Uno, Nessuno, Centomila che diceva: “Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile”.

Malorni Nicola

Questa domenica non voglio parlarvi del Carnevale, ma delle Maschere in quanto funzioni della nostra psiche; quelle che non indossiamo soltanto oggi ma tutta la settimana, ogni giorno, in ogni luogo. Essa è neutralità come strategia di sopravvivenza, anestesia emotiva come difesa, filtro di pensieri e sentimenti. Lo sanno bene i ragazzi vissuti in contesti difficili in cui mostrare debolezza o sensibilità significa prestare il fianco ai soprusi, assoggettamenti e violenze. E lo sanno bene i figli di genitori separati conflittuali che imparano a non parlare dell’uno con l’altro, e dell’altro con l’uno, e a dire che “va tutto bene” e che “no, va tutto male”, insomma a mettere in scena un ruolo utile in quella che ormai, tirata di qua, tirata di là, non è più la loro vita ma la scenografia creata ad arte da registi potenti e avidi di gloria. Lo sanno bene le donne che tollerano le violenze del partner senza denunciare e che a volte arrivano a dirsi di aver sempre pensato di dover aiutare qualcun altro, a tutti i costi, sin da bambine. Lo sappiamo anche noi quando sentiamo che a Carnevale, le maschere di plastica, quelle che indossiamo davvero per divertimento, in fondo rivelano qualcosa di noi, celato sotto gli abiti, le posture, gli atteggiamenti di ogni giorno. In fondo, quindi, la maschera di carnevale sta a  mascherare le altre Maschere: essa è un inganno e allo stesso tempo una rivelazione, dipende dal punto di vista. Quel che è certo è che la maschera di Carnevale occulta quella del “cittadino indifeso” che dice “è colpa della politica corrotta se c’è ingiustizia sociale”; c’è poi anche quella del capo autoritario che pensa di essere un leader; quella del “tutto bene grazie” che pensa “non ho voglia di parlare con te”; quella del “nessuno mi capisce” e del “che colpa ne ho se dagli altri mi faccio governare”.

 

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” ci diceva Oscar Wilde per insegnarci come in molte occasioni la nostra autenticità si esprima maggiormente nella sicurezza di un anonimato che oggi possiamo trovare, ad esempio, nella “giustificazione” dell’uso di sostanze o nella “distanza” dei blog e dei social network. Lo psicoanalista Alfred Adler ci faceva notare come con i nostri sensi non riusciamo a recepire dei fatti, ma soltanto un’immagine soggettiva di noi stessi, un riflesso del mondo esterno: immaginate quando ascoltate la vostra voce registrata… sembrate un’altra persona. Ci comportiamo, sulla base di un’esperienza protratta di apprendimento, come se avessimo un’opinione molto precisa su noi stessi fino a quando scopriamo che i nostri stessi sensi ci hanno ingannato: siamo l’Altro, un Altro, uno dei Centomila, siamo “ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti” – per dirla con Luigi Pirandello.

Ci siamo costruiti un’idea su di noi e sul mondo e… a dirla tutta, credo proprio che Jung avesse ragione quando scriveva, nel suo “Struttura dell’inconscio”, che “Quando analizziamo la persona le strappiamo la maschera e scopriamo che quello che sembrava individuale, alla base è collettivo”.

 

C’è un filtro tra la nostra anima e il mondo sociale: dalla coppia, alla famiglia, alla società. C’è un volto di plastica dove c’è una relazione, un’interazione umana: solo quando siamo da soli non ne abbiamo bisogno; solo quando ci fermiamo, nel silenzio, a dirci: bene, ti ascolto, parlami di quello che vuoi… Occorre farlo per ritrovarci, per non smarrirci, per individuarci lì dove il tributo al collettivo non solo è inevitabile ma è necessario: perché, di fatto, le maschere sono anche utili all’adattamento; ci aiutano ad immedesimarci nei vari ruoli a cui la società ci chiama, ad agire e a relazionarci in modo adeguato, “credibile”, “professionale”, nel nostro ambiente di vita.

 

La conoscenza di sé, tuttavia, aiuta a non perdersi di vista: permette di entrare ed uscire dai vari ruoli in modo naturale, utilizzando le maschere al servizio dell’Io e del suo adattamento al mondo sociale, come strumenti utili all’espressione ricca della nostra personalità.  Al contrario – questo era il monito di Jung – finché l’essere umano non conosce le proprie maschere non può essere artefice ma solo oggetto plasmato ad immagine e somiglianza del collettivo. Indosserà perciò in modo unilaterale, predominante, costante, una o poche maschere identificando se stesso con un’immagine iper-investita di sé: diventerà allora “il proprio corpo in forma”, il proprio ruolo professionale, la propria missione ideologica.

 

Molti dei comuni disturbi di natura psicologica che incontro quotidianamente nella mia attività di analista (dai disturbi dell’umore a quelli della personalità, ecc.) sono spesso accompagnati da una riduzione dell’espressione autentica della personalità, censurata o inibita nella speranza di evitare un conflitto interiore, prima che interpersonale. Non a caso in analisi, il lavoro sui sogni e sulle fantasie aiuta a riconoscersi nei mille volti celati di sé, e quindi a riconquistare una più versatile personalità capace di muoversi agevolmente nel palcoscenico della vita, trasformandosi però da comparsa in protagonista, da persona rassegnata in personalità creativa, da “maschera pirandelliana” ad individuo unico ed irripetibile.