Don Giovanni Diodati è vivo e combatte: “Abbraccio tutti. Pregate per me”. Scandalo sui social che l’avevano dato per morto. Choc in città

Il parroco della chiesa di San Paolo, cappellano della Polizia di Stato, icona della campobassanità, sta affrontando un duro momento a causa di una malattia inaspettata. Lui ha voglia di farcela e sta affrontando le terapie necessarie ma esplode la vergogna dei social con messaggi di cordoglio e foto ricordo

E’ vivo. Vivo e vegeto, per fortuna. Acciaccato, questo sì. Perché di punto in bianco trovarsi di fronte ad una diagnosi inaspettata e importante, addolora e indebolisce. Ma questo è solo il primo impatto al cospetto della malattia. Poi c’è la reazione: l’istinto naturale a lottare per farcela.

E lui, a questo istinto, ha voluto dare opportunamente retta. Scegliendo quel binomio paradossale ma spesso vincente: scienza e religione. Che stranezza: la conoscenza che collabora con la fede. E sarà pure bizzarro ma quello che conta sono i risultati e controllare la malattia è già un traguardo. Quanto meno il primo.

Don Giovanni Diodati, icona della campobassanità, ambasciatore del vangelo di Dio lungo le strade, tra i bambini, nei luoghi della sofferenza, nelle case dove prepotentemente entra l’afflizione per i motivi più disparati, parroco della chiesa di San Paolo e sempre presente laddove c’è discriminazione, angoscia e perdizione, cappellano della Polizia di Stato (adesso in pensione), sappiatelo: è vivo.

E soprattutto, se lo mettano bene in testa gli sciocchi che da 48 ore si precipitano a darlo per morto su quei esecrabili social che a questo punto non solo stanno rovinando l’informazione seria e corretta ma stanno massacrando di dolore famiglie, parenti e amici.

Se lo mettano bene in testa i finti perbenistiche, piuttosto che genuflettersi e rivolgere una preghiera al cielo (a prescindere dal dio in cui si crede) si cimentano in sgradevoli e farneticanti chiacchiericci da bar, in pettegolezzi senza arte né parte.

Don Giovanni Diodati ha sì un problema di salute, ma chi non ne ha uno in famiglia di questi tempi?
La differenza? Che questa volta è toccato a lui. Ma non è morto.

Ha scelto, invece (come ha sempre insegnato) di lottare. Di seguire le cure che i medici e i professori dell’oncologia gli hanno proposto ma ha scelto di farlo all’Hospice di Larino. Ed è bastata questa sua scelta a fomentare l’ ignoranza – già di per se dilagante – che ha associato l’Hospice a “morte certa”.

A parlare sono state le teste vuote di chi non sa cosa è l’Hospice di Larino e di chi probabilmente non sa che il cancro “è patologia specifica per ogni individuo” (sosteneva il buon Veronesi), che il cancro “si può controllare”, che il cancro “è spesso imprevedibile nel bene e nel male”. Ed è ovvio che se non fosse così oggi ci sarebbe una cura uguale per tutti.

Detto questo, certo è che spacciare per morto chi non lo è, non aiuta né sostiene chi ha scelto di combattere contro tutti i “se” e tutti “ma”. Che siano della medicina e che siano anche della religione.

Invece da due giorni si insegue violentemente la voce di un decesso che per fortuna – anzi, grazie a Dio – non c’è stato.

Si leggono ancora oggi messaggi di cordoglio con tanto di foto ricordo di don Giovanni su tutti i social. Mentre il “vocione” della chiesa campobassana (chi lo conosce sa che don Giovanni è riconoscibile grazie solo al caratteristico timbro di ci cui è dotato, forte e deciso) ce la sta mettendo tutta per affrontare questo scoglio con meno conseguenze possibili.

Tutta la città di Campobasso fino a questa mattina si è mobilitata in un passa parola, orrendo e desolante sulle sorti di Don Giovanni. Questo è accaduto perché molti “sui social hanno letto…”.
No. Non può funzionare. I social non sono Vangelo. Ma non sono neanche l’informazione pulita, seria e corretta

Il caro “don Jo” (come lo chiamano gli allievi della polizia, i bambini del catechismo, gli amici più stretti) pur negli affanni della malattia è lì, a Larino, che manda messaggi a tutta la sua comunità perché preghino per lui. Perché lo sorreggano in quello che a lui è più caro: la “supplica a nostro Signore Gesù Cristo”.

E ha una parola anche per chi a Gesù Cristo non crede: “almeno crediate nella vita”. Lui ci crede. Chi scrive pure perché me l’ha insegnato lui quando il cancro ha riguardato anche la mia vita. Crediamoci tutti. Meno chiacchiere, ma magari una preghiera o una riflessione in più.