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Piano, la bottega dei fiori compie 60 anni. “Ormai li regalano solo gli over 50”. Social e wedding planners? “Hanno stravolto il mestiere”

Dal 1958, la famiglia di fioristi continua a rinnovare la propria tradizione professionale. Dopo papà Vincenzo, è il figlio Pino a guidare l’attività insieme a sua madre. “Il nostro è un mestiere che non si improvvisa, servono passione e competenza”. I clienti del negozio? "Per lo più ultracinquantenni. Lo scambio di omaggi floreali è diminuito, ormai ci si manda un messaggio su whatsapp e finisce lì".

Il profumo di una passione portata avanti con amore, una tradizione familiare che da sessant’anni è parte della storia di questa città. Da quando Vincenzo Piano, nel 1958, inaugurò il suo negozio di piante e fiori, Campobasso è cambiata tanto. Nelle abitudini, nelle tendenze; nella ricerca affannosa di un progresso che non sempre e non per forza è sinonimo di miglioramento.

Compleanni, ricorrenze, nascite, feste patronali, religiose e folkloristiche: i fioristi  della famiglia Piano hanno accompagnato l’evoluzione del capoluogo. Le loro composizioni artistiche, le loro piante, i loro petali, hanno colorato le emozioni di sposi, genitori e riempito i momenti di tenerezza tra innamorati alle prime armi.

Giuseppe, Pino per gli amici, che ha raccolto l’eredità professionale di suo padre, arrivando a rappresentare ormai un riferimento per tantissimi clienti: il suo negozio di via Mazzini è una piccola oasi in pieno centro cittadino, una bottega artistica che dai sei decadi ormai soddisfa anche gli acquirenti più raffinati ed esigenti.

Pino Piano Campobasso

Mio padre ha cominciato questo mestiere quando aveva appena 14 anni – racconta Pino – nell’unico negozio di fiori allora esistente in città, proprio accanto al teatro Savoia. Dopo 17 anni di ‘onorato servizio’, nel 1958 appunto, ha scelto di mettersi in proprio. E anche io ho seguito il medesimo percorso, prima aiutando papà nel suo lavoro e successivamente portando avanti  l’attività, che conduco da 25 anni”.

Un impegno che non finisce alla soglia del negozio di via Mazzini, ma che invece contempla dinamiche e responsabilità ulteriori: “Personalmente, ho investito tanto in studio e corsi di formazione, per vent’anni poi sono stato membro della Federfiori e del sindacato dei Fioristi. Ho anche portato i corsi professionali qui, in Molise, perché ritenevo e ritengo che se non cresce la categoria difficilmente può crescere il mercato”.

Pino Piano Campobasso

Quello in cui ti trovi a operare è un settore commerciale caratterizzato da parecchie variabili. È cambiato molto nel corso degli ultimi anni?

“Il nostro è un mestiere che non si può improvvisare. Servono passione, dedizione, competenza e disponibilità al sacrificio, perché spesso si lavora anche nei giorni festivi, senza orari. E poi c’è un universo di nozioni professionali da imparare. Sicuramente l’avvento di Internet ha cambiato tante cose: in rete si trovano tante informazioni, talvolta fuorvianti, che spesso non tengono in considerazione criteri fondamentali in ottica di acquisto: la qualità del prodotto e il valore del lavoro artigianale. A mutare è stata anche la modalità di vendita. Mi spiego meglio: una volta noi sapevamo di avere date e appuntamenti fissi, anche in città. La festa di Sant’Antonio, la festa di San Valentino, la festa della donna, l’Immacolata Concezione: tutti eventi che permettevano una programmazione sistematica, offrendo la possibilità di lavorare tantissimo; stessa cosa per i matrimoni. Ora non è più così. Innanzitutto perché in vista delle festività è diminuito lo scambio di omaggi floreali; ci si manda un messaggio su whatsapp e finisce lì. Una volta, poi, c’erano i clienti fissi, che si rifornivano solo e soltanto dal negoziante di fiducia. Oggi, invece, ognuno compra dove si trova. L’avvento della grande distribuzione, così come l’affacciarsi di nuove figure- come quelle, ad esempio, dell’ influencer e del wedding planner – ha ulteriormente cambiato gli scenari”.

Quanto ha inciso la crisi economica nell’ultimo periodo?

“In una città come Campobasso, fatta in buona parte di impiegati, secondo me in maniera minore rispetto ad altri centri. A incidere negativamente, probabilmente, sono stati anche altri fattori. Uno di questi, ad esempio, è legato alle vendite di beneficenza, che hanno stravolto il nostro settore perché vanno a instaurare una concorrenza spietata e sleale, andando a vendere sottocosto prodotti di nicchia, spesso senza dover per altro tenere alcuna rendicontazione. Per noi è un danno economico esagerato, perché se non erro sono 18 le vendite di beneficenza ufficialmente riconosciute a livello nazionale e sono tutte incentrate sulla vendita di piante e fiori, il che svantaggia tutta la nostra categoria”.

Con il graduale mutamento delle abitudini di consumo è variato, di conseguenza, anche il target commerciale?

“Assolutamente si. Il nostro target di riferimento è quello degli ultracinquantenni: sono loro che comprano abitualmente. Per attivare i ragazzi, invece, devi avere la capacità di entrare nel loro mondo, specie con le nuove tecnologie. Il nostro punto di forza, ad ogni modo, che ci differenzia soprattutto dalla grande distribuzione, è la componente artistica e artigianale della trasformazione. Un valore aggiunto al prodotto che vendiamo”.

In tutti questi anni, dal tuo privilegiato punto di osservazione, come e quanto hai visto cambiare la nostra città?

“È cambiata tanto, sia livello economico che di abitudini di consumo. La grande distribuzione ha spostato l’asse commerciale: la gente non passeggia più in centro, va a rinchiudersi li. Poi sono cambiate le priorità: oggi in una famiglia di cinque persone, ad esempio, ci sono cinque smartphone e cinque abbonamenti per smartphone. Ci sono cioè altre spese prioritarie rispetto all’acquisto del fiore. Per sopravvivere, oggi, devi avere la fortuna di avere un’attività visibile, per posizione strategica o per ‘nome’, ma anche la capacità di sfruttare le nuove piattaforme digitali per offrire servizi innovativi ai clienti”.