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Equivoco Marco Mottola, un incredibile caso di omonimia in epoca social

Si è visto sbattuto in prima pagina su tutti i giornali nazionali e anche, per un errore di superficialità, sulla nostra testata in relazione all'omicidio di Serena Mollicone, avvenuto 18 anni fa e ora finalmente risolto. Ma l'ingegner Marco Mottola di Bari non ha nulla a che vedere con il delitto. E' un omonimo dell'indiziato, che vive a Venafro dove gestisce un bar, che ha la sfortuna di chiamarsi come l'uomo accusato di aver ucciso la ragazza ad Arce. "Foto presa da un profilo twitter senza alcuna verifica" chiarisce ora il suo avvocato.

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Il Marco Mottola inchiodato da una serie di perizie scientifiche che lo ritengono il principale responsabile dell’omicidio di Serena Mollicone, la ragazza di Arce uccisa 18 anni fa, non è il Marco Mottola la cui fotografia ieri è stata pubblicata da Primonumero.it e da una serie di giornali nazionali, primo tra tutti Il Messaggero.

Dietro la pubblicazione dell’immagine un singolare caso di omonimia ma soprattutto – bisogna ammetterlo, perché gli errori si riconoscono – un atteggiamento superficiale da parte della stampa che ha “pescato” quel primo piano da un profilo Twitter, senza procedere alle opportune verifiche e controverifiche, sbattendolo in prima pagina accanto al volto della giovane strangolata e lasciata morire in un bosco a 18 anni nel paese in provincia di Frosinone.

La storia è andata così. Ieri, mercoledì 20 febbraio, Primonumero.it ha pubblicato un articolo dal titolo: “Vive a Venafro l’uomo accusato di aver ucciso Serena Mollicone: “Io e la mia famiglia non c’entriamo nulla”, nel quale abbiamo raccontato che il figlio dell’ex comandante della stazione dei Carabinieri di Arce, indiziato insieme al padre e alla madre per la morte di Serena, gestisce un’attività commerciale in provincia di Isernia. Secondo gli investigatori e sulla base di prove soprattutto di natura scientifica, sarebbe stato lui a uccidere nel 2001 la diciottenne che si era recata nella caserma dei Carabinieri per denunciare un presunto giro di droga gestito proprio da Mottola.

Come spesso accade quando non si dispone di fotografie originali – il delitto d’altra parte è successo in un’altra regione e finora, per evidenti motivi, non ce ne eravamo mai occupati – ci siamo rivolti a Google per una immagine idonea. Il motore di ricerca ci ha restituito una serie di articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino di Napoli, La Gazzetta di Parma, il Gazzettino e altri che mostravano tutti lo stesso collage, cioè il volto di Serena Mollicone accanto a quello di Marco Mottola.

In perfetta buona fede abbiamo pertanto utilizzato quella immagine a corredo dell’articolo. Abbiamo scoperto alcune ore dopo di aver commesso un errore perché il Marco Mottola della foto non è l’indiziato del delitto. L’avvocato Antonio Iacobellis di Bari, che difende le ragioni di Marco Mottola estraneo alla vicenda, lo spiega in una richiesta di rettifica arrivata in redazione: “Oggi il mio assistito, avvisato da numerose telefonate pervenutegli  da parenti, amici e colleghi, ha dovuto prendere atto, con immaginabile inquietudine e stupore, che una foto illegittimamente estratta dai suoi profili personali presenti sui social network in cui appare il suo volto in primo piano è stata pubblicata dalla vostra testata giornalistica e su altri giornali. La foto è stata mostrata in articoli associati al tragico fatto di cronaca dell’omicidio di Serena Mollicone, con conseguenti danni di immagine”.

Possiamo solo immaginare lo sconcerto, l’incredulità e l’amarezza con la quale l’ingegner Marco Mottola, 41enne residente a Bari, che nulla c’entra con il delitto di Serena, è stato costretto a guardarsi sui giornali, alcuni ad ampissima diffusione nazionale, in relazione a un terribile fatto di cronaca.

Un episodio che ci addolora e che nello stesso tempo fa riflettere sulla faciloneria con la quale in epoca di social network si utilizzano le immagini private, a scopo anche giornalistico. Da parte nostra solo e unicamente l’attenuante che la stessa immagine è stata usata, ben prima che da noi, da quotidiani a larga tiratura che hanno seguito il caso dall’inizio. Non abbiamo messo in dubbio l’autenticità di quella foto, e abbiamo sbagliato. Ci dispiace infinitamente e ci auguriamo che questo articolo serva, oltre che da rettifica, anche da scuse a tutti, principalmente al diretto interessato.

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