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La lezione dell’autore de ‘La solitudine dei numeri primi’: “Ragazzi, divorate il cielo” foto

Lo scrittore Paolo Giordano, Premio Strega 2008 per 'La solitudine dei numeri primi', ha incontrato gli studenti dell'istituto Majorana per parlare del suo quarto e ultimo romanzo 'Divorare il cielo', edito da Einaudi nel 2018.

Uno scrittore e un fisico, cosa hanno in comune due professioni che sembrano tanto diverse tra loro? La risposta è nelle parole di Paolo Giordano: “Formularsi delle nuove domande”. Lo scrittore Premio Strega nel 2008 per il suo romanzo d’esordio “La solitudine dei numeri primi” è stato stamane – 19 febbraio – ospite d’eccezione dell’Istituto “E. Majorana” di Termoli, nel liceo che porta il nome di un illuminato e geniale fisico italiano.

Un incontro stimolante per i tanti studenti che vi hanno preso parte, incuriositi di conoscere l’autore del libro appena letto, e che molti di loro avevano con sé: l’ultimo romanzo dello scrittore torinese, “Divorare il cielo” (Einaudi, 2018). Un libro che – come spesso accade nei romanzi dell’autore Giordano – parla di ragazzi e ai ragazzi. Ma sollecita molte riflessioni anche a chi la giovinezza l’ha superata e si trova a fare i conti con “la fatica di vivere”.

È un Paolo Giordano che si mostra ai suoi giovani lettori senza infingimenti. Una ragazza gli chiede se non gli faccia paura questo mostrarsi troppo. “Ora ho molta meno paura e penso che il vero modo di essere liberi sia lasciar perdere la vergogna e l’occultamento di parti di sé che si considerano inaccettabili”. Le debolezze – così chiamate – sono in realtà la parte più affascinante di ogni individuo, questo il messaggio lanciato ai giovani incantati da parole forse mai udite. “La meraviglia risiede in larga parte nelle nostre zone ‘sbagliate’ e tutti noi le abbiamo” e la letteratura – chiosa l’autore – celebra tutto questo.

Paolo Giordano al Majorana

Gli studenti di varie classi dell’istituto – tra cui molte dell’ultimo anno – si sono subito mostrati affascinati dalla figura del fisico che è diventato scrittore. Vinte subito le remore iniziali, molti tra gli astanti hanno rivolto allo scrittore varie domande e tra queste non poteva mancare quella sul percorso ‘atipico’ dell’ospite. Nella risposta di Giordano si rinviene tutta la difficoltà nell’operare una scelta così decisiva per la propria vita a cui si è chiamati in un’età “in cui si sa veramente poco di se stessi”, quella del percorso accademico.

Il consiglio rivolto agli studenti è dichiaratamente controcorrente al ‘senso comune’. Oggi prevale un senso finalistico che induce a scegliere l’università sulla base delle opportunità di lavoro e sul ‘cosa serve’. L’invito di Giordano è invece di scegliere in base alla propria passione. “Nulla serve, tutto serve. Ha senso solo se ha senso per voi”. E ricorda la sua scelta che lo portò a rinunciare agli studi filosofici per intraprendere quelli fisici. “Anni dopo ho capito di aver sbagliato strada e ho iniziato a scrivere. La scrittura mi ha riportato dove volevo andare, ma costa molto correggere la rotta”.

Non che rinneghi la sua formazione scientifica che, anzi, continua ad appassionarlo e ad informare anche i suoi romanzi. Per parlare del personaggio di Bern – figura centrale del suo ultimo lavoro, magnete per gli altri personaggi – non a caso utilizza la metafora dei ‘buchi neri’, zone inconoscibili in cui tutto ciò che vi capita dentro si perde.

In circa un’ora e mezza di interazione continua tra studenti e scrittore, sono stati tanti i temi toccati con sensibilità dallo scrittore, in una sorta di confessione e di specchio che ha avuto il merito di far luce sulle tante ombre che aleggiano sulla critica età adolescenziale.

E senza paura lo scrittore, classe 1982, in un discorso che rivolto ai giovani “potrebbe sembrare quasi osceno”, ha parlato della difficoltà a rimanere vivi ad una certa età, della vita che “si raffredda” e dello sforzo attivo che bisogna mettere in campo per non “farsi neutralizzare dalla vita”. Pare che la vita ad un certo punto vada proprio in questa direzione, e allora cosa meglio della letteratura può contrastare questa tendenza? “Scrivere per me è un’iniezione di vitalità e allo stesso modo lo è la lettura che è un’occasione di vita”. Così come lo sono – prosegue Giordano – gli incontri con gli altri.

È sempre rispondendo ad una curiosità di una studentessa che Giordano afferma come nelle storie narrate c’è sì l’esperienza personale ma c’è soprattutto quello che non è – o non è stato – esperienza personale. “La scrittura mi risarcisce di quello che non ho vissuto”. Un’occasione per recuperare un modo di essere che non è il proprio, un’altra possibilità di vita. I ragazzi di ‘Divorare il cielo’ sono esuberanti e liberi mentre l’autore confessa che a quell’età lui era molto più controllato ed ubbidiente. La letteratura, che la si scriva o la si legga, ha il potere di farci vivere parti inesplorate di noi stessi.

Quest’ultimo romanzo è ambientato nelle campagne di una Puglia autentica, lontana anni luce da quella turistica. Un’altra parte inesplorata dell’autore di Torino che se ne è innamorato proprio come ci si innamora di un luogo tanto differente da quelli a cui si è abituati. Un ‘luogo dell’anima’ che rappresenta simbolicamente anche la lotta e il contrasto tra bellezza e degrado. E il finale nella lontana e fredda Islanda racchiude tutto il senso dello spiazzamento che spesso si prova nella vita, come quando due persone si perdono, e allora un paesaggio esterno rende vivido un paesaggio interiore.

Dal pubblico attento e sorprendentemente interessato giunge una domanda sul ‘sentirsi realizzato’. Il mestiere di scrivere – spiega l’autore – ha l’effetto delle montagne russe che ti portano dalla cima al fondo, ovvero dall’esaltazione al sentirsi una nullità. È questo forse uno degli aspetti più faticosi del fare lo scrittore e il sentimento di sentirsi realizzato è inafferrabile. “Posso dire che mi sento in fase di realizzazione”.

Ma si può davvero divorare il cielo? “Alla vostra età è fondamentale desiderarlo e provarci”.