Democrazia fantoccio: un consiglio regionale svuotato di senso, che rimane a galla solo per la poltrona foto

Ennesima pagina buia della storia istituzionale molisana: la mozione anti Mazzuto non viene messa ai voti, le opposizioni se ne vanno e la maggioranza non ha niente da discutere. Dopo soli 10 mesi Toma è appeso a un filo, ma c'è da scommettere che nessuno lo affosserà per non perdere il lauto stipendio da consigliere regionale

La seduta di consiglio regionale di martedì 26 febbraio è quello che si potrebbe definire “una pagina buia” per la democrazia. Una mozione bocciata ancora prima di essere discussa, la minoranza che lascia, la maggioranza che non ha nulla di cui discutere. Come se il Molise non avesse problemi da affrontare, emergenze da superare. In un quadro di caos però il problema è chiaro: chi ha vinto le elezioni appena dieci mesi fa, ora fatica a governare. E potrebbe essere così per i prossimi quattro anni, perchè difficilmente si troverà qualcuno disposto a barattare il ricco stipendio da consigliere regionale per uno scatto d’orgoglio democratico.

L’impressione che ha lasciato la seduta di Consiglio di martedì 26 febbraio è stata di totale Non Senso. Non può avere senso un consiglio regionale sul nulla, almeno non per i cittadini. E non tanto perchè la mozione che avrebbe dovuto mettere ai voti la sfiducia all’assessore Mazzuto è stata rispedita ai mittenti ancor prima di essere discussa. Quello, piaccia o non piaccia ci può stare, fa parte delle regole democratiche. Il punto più basso è stato toccato dopo, quando Andrea Greco del M5s ha preso la parola attaccando frontalmente la maggioranza, e il presidente Micone gli ha intimato di attenersi al punto in fase di discussione.

Ne è nata una diatriba che ha portato il Movimento Cinque Stelle, il Pd e le dissidenti della Lega ad abbandonare l’aula. “Senza di noi non avrete niente da discutere” ha sentenziato Greco. E i fatti gli hanno dato ragione. Quindici punti all’ordine del giorno, tutti presentati dalle minoranze: Pd, 5Stelle, in qualche caso Aida Romagnuolo della Lega che era andata via anche lei. Mancando loro, non c’è stato un solo argomento di cui parlare ed eventualmente da approvare. Con una mini sospensione, la maggioranza ha preso tempo e ha provato a metterci una toppa con una mozione presentata al momento da Gianluca Cefaratti sul dimensionamento scolastico. Una di quelle cose arrangiate all’ultimo momento, anche questa senza troppo senso. Quindi discussione lampo e approvazione, poi tutti a casa.

Consiglio regionale molise

Il risultato è stato imbarazzante. È impensabile che la maggioranza, cioè la parte esecutiva per eccellenza in una amministrazione pubblica, quella che ha la libertà di “legiferare” e i numeri per approvare, non presenti nulla, non abbia nulla da discutere in un Consiglio con quasi venti punti all’ordine del giorno.

La “sparata” recente contro l’assessore Mazzuto delle leghiste Calenda e Romagnuolo ha tolto il velo alla totale assenza di compattezza della coalizione di centrodestra. Qualche problema era già emerso, in verità, e non era nemmeno stato nascosto. A inizio gennaio il presidente aveva improvvisamente azzerato la Giunta. I bene informati dicono l’abbia fatto per far capire chi comanda, per frenare mire elettorali in vista delle comunali di questo o quell’altro assessore. Un azzeramento-beffa, finito così come era cominciato: non è cambiato nulla. La settimana scorsa Mazzuto era finito nel mirino dei Popolari Tedeschi e Di Lucente (della sua stessa maggioranza) che nella seduta di martedì 26 febbraio hanno però deciso di ‘salvarlo’.

Perchè, visto che le posizioni sono radicalmente diverse e che le accuse alle derive leghiste dell’assessore forti? La risposta non può essere che una: hanno salvato Mazzuto per salvare se stessi. Sfiduciando Mazzuto avrebbero automaticamente aperto la strada a una mozione di sfiducia del presidente, cioè colui che nomina gli assessori. E questo non lo vuole nessuno.

Donato Toma, eletto con uno scarto ben maggiore delle previsioni il 22 aprile di un anno fa, sta scontando sulla propria pelle cosa vuol dire presentarsi a capo di coalizioni larghe ed eterogenee: ottime per vincere le elezioni, pessime per governare. Come si mette insieme la Lega con i Popolari? Come si gestisce un personaggio “ingombrante” come Michele Iorio, un ex re che ha governato la Regione per oltre un decennio e adesso è ridotto a semplice consigliere regionale?

“A 10 mesi dall’inizio della legislatura – afferma il gruppo M5S – siamo di fronte a una coalizione di centrodestra che mostra tutte le sue spaccature politiche e a un Presidente di Regione che fatica a gestire le dinamiche partitiche, tirato per la giacchetta tra un segretario di partito, quello della Lega, e i personalismi dei tanti membri della sua frammentata e frammentaria maggioranza. Non abbiamo mai avuto fiducia in questo governo – spiegano i pentastellati – e ciò che è accaduto oggi è la conferma dei nostri timori e delle nostre previsioni: il fallimento totale di un’accozzaglia di partiti guidati da Toma che, addirittura, pur di ‘salvare’ un coordinatore regionale di partito nominato assessore esterno dietro esplicita richiesta di una segreteria, sacrifica due consigliere elette dal popolo”.

E adesso c’è il problema dei numeri, che non si può nascondere. La richiesta di mozione di sfiducia per Mazzuto non è passata, ma ai voti è finita in parità: dieci contro dieci. Mancava Massimiliano Scarabeo, è vero, ma il senso non cambia. Basta che a un solo membro della maggioranza venga un mal di pancia per bloccare questo o quel provvedimento. Come si può pensare di andare avanti così, sul filo di lana, per altri quattro anni?

A meno che non si voglia tentare di ‘imbarcare’ qualche scontento della minoranza, cosa che non sembra fattibile al momento, o che le due dissidenti leghiste facciano marcia indietro. Il problema esiste e probabilmente qualche vecchia volpe della politica nostrana ci sguazza. A parole predica unità, nei fatti trama per rendere Toma sempre più fragile.

A farne le spese potrebbe essere tutto il centrodestra alle comunali in vista a Campobasso e a Termoli. Per il momento ne risente tutto il Molise. Perchè l’efficienza della macchina istituzionale è un valore fondamentale della democrazia e dà un senso compiuto all’esistenza stessa di una Regione che non brilla certo per una classe dirigente invidiabile nè per tempismo e lungimiranza.

Il vero dramma però è un altro, e a costo di passare per populisti va fatta una riflessione. Davanti a uno stipendio di oltre diecimila euro, fra tutti i vari benefit e rimborsi previsti, si può davvero pensare che chi oggi siede in consiglio regionale sia disposto a sacrificare questa rendita sostanziosa in nome di valori come “coerenza” e “ideali”? Detto in parole povere: chi rinuncerebbe a una così ricca poltrona? Cosa che, sia chiaro, è valida oggi con Toma così come ieri con Frattura o ieri l’altro con Iorio, ma che – va detto anche questo – nel corso del tempo è diventata sempre più preponderante rispetto ad altre motivazioni che spingono i candidati a calarsi nell’arena del consenso.
Così, oggi più che mai, il Molise sembra schiacciato dal peso di un ricatto squallido, che affievolisce la democrazia e la trascina ai minimi storici. Con buona pace dei soldi che una seduta di consiglio significa per le casse pubbliche e di conseguenza per le tasche dei cittadini.