I nostri figli nativi digitali, tra creatività e isolamento

Abbiamo alfabetizzato i nostri figli all’uso del web abbattendo progressivamente il confine tra due vite, quella off-line (ossia della vita reale biologico-relazionale) e quella on-line (ossia quella delle molteplici connessioni virtuali). Quest’ultima, in molti casi, è già diventata la prima, ossia quella dominante.

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La nostra è una società multischermo: senza accorgercene ci siamo trovati a vivere in un piccolo spazio con centinaia di finestre che si aprono ogni giorno proiettandoci ovunque, pur restando spesso il nostro corpo immobile e ripiegato su se stesso, confinato in uno spazio ristretto di appena un metro quadro.  La “macchina del tempo”, i “viaggi astrali” e i “trasporti telecinetici” che i miti moderni degli anni ’70 e 80’ avevano appena iniziato a narrarci, sono diventati già una realtà, in un certo senso. E utilizziamo sempre più la felice definizione di M. Prensky di “Nativi digitali”, del 1999, per riferirci ai nostri figli, nati nell’epoca della rivoluzione digitale. Trascuriamo, però, che questa definizione rimanda unicamente ad una condizione temporale inerente la loro nascita, e non certamente ad una caratterizzazione di “competenze” nell’ambito delle tecnologie digitali.

Rischiamo quindi di idealizzare questa condizione al punto da confondere la formazione analogica dei nostri figli con la “competenza digitale”: se “smanettano” – come si suol dire – con il PC e gli smartphone, non è detto che abbiano necessariamente una “competenza digitale”. Ci muoviamo in altri termini sul crinale tra creatività e… molto altro. Un altro lato, più oscuro, di questo fenomeno globale che rimanda ad una dimensione “Ombra” della rivoluzione digitale: si inizia a parlare, non a caso, anche di Dark Web, ossia il Web Oscuro, per riferirsi ai rischi legati al cyberbullismo, al grooming (adescamento di minorenni a scopo sessuale) ecc.

Malorni Nicola

Credo che questa premessa sia fondamentale per aprire alla riflessione, da una parte, sulle grandi opportunità di sviluppo offerte ai nostri giovani dalle nuove tecnologie (penso al progetto europeo regionale “Innocultour” per la promozione turistica dei piccoli territori attraverso il coinvolgimento dei “nativi digitali”) e, dall’altra, sui pericoli che si annidano dietro un uso smodato di tali strumenti.

 

Secondo una  recente ricerca di Telefono Azzurro (Il tempo del Web: Adolescenti e genitori online, 2016)  “Se gli adolescenti fossero piante, la loro linfa vitale sarebbero gli smartphone. Bambini e adolescenti sono abituati ad utilizzare le nuove tecnologie fin da piccoli per giocare, comunicare, tenersi aggiornati, imparare, fare acquisti… Essere online è uno status: quando sono a scuola chattano con amici per organizzare la prossima partita a calcetto o l’uscita del sabato pomeriggio, appena tornano da scuola scrivono ai compagni che hanno salutato soltanto un’ora prima: anche quando non stanno facendo niente, controllano l’ultima notifica su Facebook o scaricano – e inviano – l’ultimo video divertente.”

Abbiamo alfabetizzato i nostri figli all’uso del web abbattendo progressivamente il confine tra due vite, quella off-line (ossia della vita reale biologico-relazionale) e quella on-line (ossia quella delle molteplici connessioni virtuali). Quest’ultima, in molti casi, è già diventata la prima, ossia quella dominante: una pericolosa involuzione lungo il processo di sviluppo della personalità di un giovane individuo che sta progressivamente abbandonando l’esperienza corporea, sensoriale, affettiva della relazione umana a favore dei micro-contatti telematici, frammentati, simultanei, velocizzati, spesso anestetizzati da qualsiasi apporto emozionale, positivo e negativo, delle relazioni.

Così la loro stanza, anzi quel metro quadro necessario alla connessione con l’iperspazio del web, può trasformarsi nell’ambiente vitale prevalente, i rapporti reali con i pari possono diventare sempre più rari, l’assenza di dialogo in famiglia diviene una costante come anche in pizzeria o in vacanza quando vediamo gli adulti mangiare, discutere, ridere e i bambini fermi, immobili, come sedati dallo schermo di uno smartphone. Ma sedati rispetto a cosa? Dalla loro vitalità troppo disturbante, difficile da contenere? Li abbiamo forse catapultati in un mondo liquido perché il nostro spazio mentale è poco capace di contenere la complessità, benedetta, della loro esistenza?

Spesso sottovalutiamo i nostri comportamenti di educatori perché non sembrano rilevanti dal punto di vista sociale: in fondo, cosa fanno? Non danno fastidio a nessuno! Trascuriamo, spesso inconsapevolmente, che il dramma silenzioso e a tratti non visibile che stanno vivendo è il ritiro dalla vita reale e la conseguente immersione in una dimensione virtuale e immaginaria, fatta di videogames e “identità virtuali”.  Questo stesso accostamento lessicale (identità – virtuale) mi sembra davvero incongruo, stridente, assurdo perché identità è autentica individualità, è la somma delle mie peculiarità bio-psico-sociali, e non un “profilo social”.

 

Ma perché ci siamo cascati? Perché siamo stati ammaliati dal potere di questa rivoluzione culturale e sociale? I bambini, e soprattutto gli adolescenti, hanno compreso che in quella dimensione possono assicurarsi una certa forma di controllo sulle emozioni negative, e questo all’Io piace molto: è gratificante, eccitante, di rinforzo all’autostima. L’Io di ogni adolescente può in questi ambienti esercitare un controllo efficace sulle esperienze “umbratili” della vita (per dirla con Jung) che si realizza nella scelta degli ambienti virtuali, del tempo di permanenza in ognuno di essi, nella scelta degli interlocutori. Esso è libero di postare qualunque cosa, rassicurato anche dall’assenza del corpo che nella vita reale può consolidare o tradire le parole, può farle rallentare, bloccare, tremare, impallidire, arrossire, insomma tutto ciò che le emozioni che ci scorrono nelle vene sono in grado di fare da sempre. Il corpo con le emozioni che lo rendono caldo e vitale è possibile tagliarlo fuori, come un oggetto disturbante. Inoltre, la velocità con cui tutto può avvenire ha anche distorto la loro percezione del tempo: il futuro è una dimensione lontana, molto più astratta, difficile anche da immaginare; possono pertanto restare attaccati al “qui e ora”, al “tutto e subito”. L’incertezza del futuro invece era poco rassicurante, anzi preoccupava molto, allora la liquidità del web e del mondo social è un registro di funzionamento difensivo utile a placare anche l’ansia del futuro incerto, che prometteva di destabilizzare questo Io bisognoso di “solide certezze”.

 

Ma se questi sono comportamenti già patologici (come nell’isolamento depressivo di alcuni giovani che giungono, anche in Italia e sempre più frequentemente, a sviluppare quella condizione conosciuta ormai in tutto il mondo con il termine di “Hikikomori”) o potenzialmente patogeni, qual è il loro scopo? Cosa ci stanno indicando? Perché sono profondamente convinto che in tutto questo ci sia comunque un “senso” che siamo tenuti ad interrogare.

Proviamo a cercare una delle possibili risposte osservando il loro comportamento. Loro, i nostri figli nativi digitali, stanno scegliendo di uscire dalla complessità della vita reale (che in fondo non è altro che una vita ricca di emozioni piacevoli e disturbanti) per entrare in una dimensione priva o protetta da emozioni negative. Eccedono con l’isolamento quando il taglio con la vita reale è funzionale alla protezione da una vita emozionale e relazionale che gli risulta non più tollerabile.

In Italia, l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna con lo studio Adolescenti “eremiti sociali” ha rilevato 346 segnalazioni (164 maschi e a 182 femmine) da parte degli istituti scolastici di condizioni psico-sociali riconducibili all’Hikikomori. Si tratta spesso di giovani tra i 13 e i 25 anni, di famiglia benestante, spesso figli unici di genitori separati. In molti casi si tratta di ragazzi senza problemi di rendimento scolastico, ma tendono a chiudersi fino al completo isolamento. Conseguentemente il loro disagio inizierà prima o poi a compromettere il loro funzionamento sociale, scolastico, lavorativo.

Posti di fronte alla percezione di sé (veicolata soprattutto dalle emozioni e dalle sensazioni) e le sollecitazioni del mondo sociale reale (genitori, insegnanti e coetanei, avvertiti come stressors), i ragazzi sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e fallimento. Non a caso sono l’inizio e la fine delle scuole superiori i momenti di maggiore rischio per l’insorgenza di queste problematiche: ossia sono proprio le fasi critiche della loro esistenza, le prove importanti della vita, a tormentarli maggiormente, quando si trovano cioè a confrontarsi con contesti nuovi e con le scelte che indirizzeranno il loro futuro sociale e lavorativo.

L’essere umano tende spontaneamente ad allontanare le sensazioni spiacevoli o i sentimenti penosi perché avvertite come cause di malessere o di dolore: per queste ragioni è possibile che ci si rifiuti di uscire, di vedere altre persone e di avere rapporti sociali, preferendo vivere in un completo isolamento.

Il primo allarme rispetto all’insorgenza dell’Hikikomori può essere rappresentato da frequenti assenze da scuola e dall’evitamento degli esami universitari; altri segnali possono essere, oltre all’autoreclusione nella propria stanza, l’inversione del ritmo sonno-veglia (veglia notturna, sonno diurno) e la preferenza per le attività solitarie.

Dobbiamo quindi iniziare a preoccuparci di questa frattura col mondo sociale, una frattura che spesso coinvolge le dimensioni inter-generazionali tra adulti e minori, che rimanda a solitudini, a “microcosmi liquidi” capaci di ammaliare i giovani illudendoli di essere ascoltati e considerati.

 

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