Hiv, in Molise la più alta incidenza di nuovi casi. Il test sull’Aids? Lo fanno (quasi) solo gli stranieri

Nel 2017 diagnosticati 27 nuovi casi di infezione, il doppio dell'anno precedente, come certifica l'Istituto Superiore di Sanità (Iss), pari a un aumento del 10%: la percentuale più elevata d’Italia  in rapporto al numero di abitanti. Diversi però potrebbero aver contratto il virus senza saperlo: il test (gratuito e anonimo) è ancora troppo sottovalutato dalla popolazione residente

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Il Molise è la regione italiana con la più alta incidenza di nuovi casi di Hiv. Nel 2017 sono stati diagnosticati 27 nuovi casi di infezione, come certifica l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), pari a un aumento del 10%: la percentuale più elevata del Paese in rapporto al numero di abitanti.

Sempre il Molise è anche l’unica regione in cui il numero di stranieri infetti è superiore di due terzi a quello dei residenti. Le nuove diagnosi per infezioni da Hiv hanno riguardato 9 italiani (33%) e 18 stranieri (66,7%). Ma dedurre che dipende da una “invasione” di migranti sarebbe sbagliato, visto che il trend registra un aumento di infezioni fra la popolazione residente anche se il 2017 è stato l’ultimo anno che ha visto una massiccia presenza di cittadini stranieri ospiti nei Cas. “Il boom è terminato – chiarisce Salvatore Dell’Oglio, uno dei responsabili delle coop dell’accoglienza – e a partire dal 2018 i numeri degli ospiti si sono drasticamente ridotti fino a dimezzarsi, complici gli sbarchi di fatto azzerati e la partenza di quanti hanno terminato il percorso e hanno lasciato il Molise”.

 

Dalla lettura dei dati su scala nazionale, piuttosto, emerge che il Molise potrebbe essere uno dei territori dove la sensibilizzazione alla malattia, quel virus che ha terrorizzato il mondo occidentale ma che è stato “dimenticato” gradualmente nelle pratiche di informazione e conoscenza, è più scarsa che altrove. E del resto da noi sono pochissimi i cittadini che si sottopongono al test sull’Aids.

“Perché, si può fare il test?” la risposta prevalente alle domande poste da Primonumero.it a persone di varia età che risiedono in provincia di Campobasso. “Non lo sapevo”. “No, mai fatto”. “Non ci ho mai pensato”. Eppure i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mettono in allerta: se è vero che ci sono circa 40 milioni di persone che vivono con l’Hiv, è altrettanto vero che ce ne sono altri 10 milioni che hanno contratto l’Hiv e non lo sanno.

Il fatto che le diagnosi su stranieri siano più numerose di quelle fatte su molisani potrebbe dipendere dal fatto che i primi sono più controllati. “Quando arrivano – aggiunge Dell’Oglio – i migranti vengono sottoposti a esami per la tubercolosi e le malattie infettive, quindi Epatite B, Epatite C e Hiv. E’ la prassi”.

Non funziona allo stesso modo per i molisani, e il fatto che le campagne di informazione e prevenzione si siano fermate molti anni addietro non aiuta certo. Eppure il test si può fare, con tutte le garanzie necessarie. E’ possibile fare il prelievo tutti i giorni, al mattino, presso i laboratori e i centri trasfusionali di Campobasso Termoli e Isernia, oppure, in alternativa, presso l’unità operativa di Malattie Infettive del Cardarelli. Il test è gratuito e assolutamente anonimo: non ha bisogno dell’impegnativa del medico curante e si può fornire il nominativo che si desidera, anche falso, oppure non fornire alcun nome.

Resta, al momento, un dato che fa riflettere a dimostrazione che l’infezione da Hiv non solo non è stata debellata, cosa peraltro evidente visto che un vaccino preventivo non esiste. Nè potrebbe cambiare le cose lo studio italiano, di recente pubblicazione, del vaccino a base di proteina Tat che infatti è solo terapeutico, cioè si somministra a persone già infette.

Il contagio continua a diffondersi e i numeri addirittura crescono. Nel 2016 i nuovi casi di infezione registrati in Molise erano stati 12. Nel 2015 e nel 2014 11, nel 2010 soltanto 4. Di Aids si continua a morire – sebbene sempre meno, grazie alle cure – al punto che il Piano Nazionale anti Aids è stato rafforzato notevolmente, con l’obiettivo di fare emergere il sommerso e intervenire prima che l’Hiv si trasformi in malattia conclamata, con tutti i rischi connessi.

A preoccupare, in linea generale, è anche l’età dei nuovi infetti. Nel 2017, ultimo anno per cui sono disponibili le cifre, l’incidenza maggiore è stata riscontrata nella fascia anagrafica tra 25 e 29 anni (8,8 casi per 100.000 abitanti) con un valore significativo anche nella fascia tra 20 e 24 anni (7,6).

Sul banco degli imputati continuano ad esserci i rapporti non protetti, soprattutto tra i residenti italiani. Il maggior numero di nuove diagnosi avviene su maschi che hanno rapporti sessuali con maschi  – precisano dall’Osservatorio – mentre negli stranieri prevale la via eterosessuale.

Fatto sta che il virus non è più confinato a gruppi di tossicodipendenti o omosessuali, ma riguarda anche gli eterosessuali, che oggi costituiscono la metà dei malati. Fondamentale diagnosticare in tempo il problema per poterlo curare, perché se non ci si sottopone a cure farmacologiche accade che in un arco temporale di 10 anni in media l’Hiv si trasformi in Aids.

La malattia si contrae attraverso il sangue e i rapporti sessuali. Alcuni tra i primi sintomi, quelli più comuni, sono placche biancastre sulla lingua o l’herpes zoster. Ma spesso ci si accorge del virus in occasione di polmoniti, diarrea, febbre, forti dimagrimenti in poco tempo e di conseguenti ricoveri in ospedale.

Le campagne di prevenzione storiche che in passato hanno avuto un ruolo importante nel convincere i tossicodipendenti a non scambiarsi le siringhe o gli omosessuali a utilizzare i profilattici  sono invece state quasi completamente ininfluenti sulla popolazione eterosessuale. Ed è anche per questo che oggi metà dei malati è etero, e che la Regione Molise, già due anni fa e al pari di altre regioni, ha deciso di approvare il percorso diagnostico terapeutico assistenziale: un documento proposto sulla scorta delle linee guida nazionali, che ha una serie di obiettivi strategici come la individuazione dei soggetti infetti per ridurre il rischio di trasmissione e di progressione della malattia, per finire con la garanzia della massima privacy dei pazienti.

Questo perché gli eterosessuali si vergognano più degli omosessuali, e sono più a rischio perché solitamente “dimenticano” il pericolo della infezione, ritenendo che essa riguardi prevalentemente i gay.

A colpire, nella lettura dei dati e delle tabelle del Coa dell’Istituto Superiore di Sanità, è anche la netta differenza che esiste tra il Nord e il Sud. In Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, per esempio, in rapporto al numero di abitanti l’incidenza è molto più alta fra gli italiani che fra gli stranieri. Un dato che diverge da quello del Sud perché nel Settentrione esiste una maggiore consapevolezza del rischio, la frequenza con la quale la popolazione residente effettua il test è superiore e i medici di base sono più sensibili a consigliarlo rispetto ai medici del Sud.

Chiaro un punto, sul quale gli esperti sono tutti d’accordo: i pazienti affetti da Hiv oggi non sono più gli stessi del passato. Nella categoria ci sono persone che svolgono professioni di tutti i tipi, giovani e adulti. Bisogna considerare che l’aumento di casi – e quindi anche l’aumento di diagnosi – si spiega alla luce, fra molteplici fattori, di rapporti sessuali non protetti con prostitute e transessuali che arrivano da Paesi a fortissima contaminazione, come il Brasile, l’Africa e l’Est Europa.

 

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