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“Giustizia mosse il mio alto fattore”: carcere e stress lavoro correlato

La rappresentazione che anche gli agenti di Polizia Penitenziaria hanno di sé si è scissa in quella del sorvegliante da una parte e in quella di una sorta di “educatore” dall’altra: dimensioni che una volta erano tenute separate, s’incarnano oggi nell’individuo agente che si trova a dover fronteggiare non solo un sovraffollamento concreto interno all’istituzione – il carcere - in cui opera, ma anche un sovraffollamento interiore di “funzioni” e mansioni comportamentali.

C’era una volta Caronte, il dio infero dalla “ferocia illuminata”, il traghettatore di anime nell’Ade: “Giustizia mosse il mio alto fattore” – gli faceva dire Dante Alighieri – “fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e ‘l primo amore” (Inferno, III, 4-6). Le trasportava – le anime dannate – da una riva all’altra del fiume Acheronte, ma solo se esse disponevano di oboli per pagare il viaggio; diversamente, sarebbero state costrette ad errare in eterno senza pace tra le nebbie del fiume.

 

Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s’adagia” (Inferno, III, 109-111): e così oggi, il potere dei social, le risonanze emozionali delle notizie di massa, lo sdegno contro la violenza che traghetta moltitudini di persone da una sponda all’altra dell’ipocrisia “illuminata”, hanno trasformato in una scena dell’Inferno dantesco un breve video girato da un comune passante che filmava un agente di Polizia Penitenziaria dell’Istituto di pena di Campobasso che, con pistola puntata e colpendo con pugni e calci un detenuto, bloccava un tentativo di evasione.

Agli occhi di molte “anime salve”, quella figura ibrida di controllore ed educatore che è divenuto ormai l’agente di Polizia Penitenziaria, dev’essere apparsa proprio come un Caronte dantesco “con gli occhi come bracieri, facendo loro dei cenni, (…) colpendo con il remo qualunque tra loro si mettesse seduta”.

Malorni Nicola

Si sono abbattuti su questa figura commenti e processi mediatici senza precedenti e dal Dipartimento della Polizia Penitenziaria (DAP) è arrivato immediatamente anche il primo provvedimento di sospensione dal servizio dell’agente. E a chi tentava di placare il furore della “giustizia mediatica” locale e nazionale come il Segretario regionale di un Sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, che invitava a considerare la parzialità del video girato, la comunità dei benpensanti ha opposto l’immagine che ormai, nel corso degli ultimi vent’anni, ha reso l’agente di Polizia Penitenziaria una figura ibrida dai connotati palesemente mitologici.

Ho visto scorrere in questi ultimi giorni fiumi di parole che rimandano a rappresentazioni mentali che hanno trasformato questo operatore della giustizia in una figura che dovrebbe conciliare in sé degli opposti che per secoli abbiamo collocato in dimensioni completamente diverse, dicotomiche, separate: da una parte la detenzione repressiva, dall’altra l’accoglienza, l’ascolto e l’accompagnamento verso la “riabilitazione sociale”.

 

Queste figure, che nulla hanno in comune con il Caronte della mitologia, sono chiamate per mandato sociale a dare risposta ad una complessità assolutamente inedita nella storia della nostra società: sono cambiati i reati, sono cambiate le istanze e le funzioni della Giustizia nei confronti del reo, la multietnia e la multiculturalità hanno reso più complessa la gestione delle relazioni all’interno degli istituti penitenziari, sempre più affollati e regolamentati, con notevoli ripercussioni sugli assetti emozionali e organizzativi interni.

Con l’introduzione della Legge n. 395/1990, che scioglieva il Corpo degli Agenti di Custodia istituendo il “Corpo di Polizia Penitenziaria”, sono stati rideterminati differenti compiti istituzionali degli appartenenti al Corpo, tra i quali figurano non solo il servizio di pubblico soccorso ma anche la partecipazione all’osservazione ed al trattamento rieducativo.

La rappresentazione che anche gli agenti di Polizia Penitenziaria hanno di sé, si è pertanto scissa in quella del sorvegliante da una parte e in quella di una sorta di “educatore” dall’altra: dimensioni che una volta erano tenute separate, s’incarnano oggi nell’individuo agente che si trova a dover fronteggiare non solo un sovraffollamento concreto interno all’istituzione in cui opera, ma anche un sovraffollamento interiore di “funzioni” e mansioni comportamentali. Lo Stato, in altri termini, chiede a questi lavoratori di adottare stabilmente nelle loro prassi quotidiane due approcci comportamentali molto diversi (per matrici culturali e teoriche, assetti metodologici e prassi operative), spaziando tra una funzione espressamente repressiva e di controllo e quella dell’ascolto, osservazione, comprensione e gestione dei vissuti emozionali, affettivi e relazionali nell’ambito specifico del proprio ruolo di agente di polizia.

Oggi questi lavoratori sono divenuti quindi delle figure ibride, difficili da collocare anche nei miti collettivi che hanno guidato per secoli l’umanità. Il motto stesso della Polizia Penitenziaria (“Despondere spem munus nostrum”, ovvero “garantire la speranza è il nostro compito”) sembra mitizzare questa nuova figura cui il mandato sociale chiede di incarnare le istanze emergenti di una società profondamente mutata, istanze sia fisiche sia psichiche che tentano di integrare due opposti apparentemente inconciliabili: quello dell’esecuzione della volontà giudiziaria e quello del processo di individuazione del detenuto, ossia di una trasformazione del reo intesa come processo di sviluppo della peculiare individualità.

Essi, che una volta si chiamavamo “agenti di custodia”, “guardie” o secondini, oggi devono garantire la speranza che è data dall’individuazione del detenuto, che per definizione è basata sulla libera espressione dell’individualità, in un contesto come l’“Istituzione totale” che per poter esistere, appunto, deve ancora essere necessariamente repressivo: un conflitto che già di per sé è un fattore di stress nell’operatore, chiamato più o meno implicitamente a svolgere  funzioni di “educatore” pur dovendo tenere in pugno, all’occorrenza, pistola e manganello per garantire ordine e sicurezza dentro e fuori dal carcere, in un assetto emotivo che va spesso ben oltre la sfera della propria consapevolezza e competenza. A questo si aggiunga che spesso il “poliziotto-educatore” soffre di carenze nella preparazione all’impatto emotivo e della incapacità di  prendere la giusta distanza da una forma mentis originaria di matrice militare che lo spinge a leggere la realtà su categorie dicotomiche del tipo bene e male, positivo e negativo, giusto e ingiusto.

Inoltre, dal punto di vista giuridico ed operativo il “sorvegliante” oggi ha perso gran parte del suo potere, divenuto ormai relativo, fondandosi sulla negoziazione dei ruoli tra detenuto e agente e creando una vera e propria crisi identitaria del personale penitenziario che ha dovuto modificare il proprio assetto psicologico in una condizione generalizzata di sovraffollamento e carenza di organico. Forse molti ignorano che l’8 gennaio 2013 è stata emessa, dalla Corte per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, una condanna per il sovraffollamento delle carceri in Italia. Secondo la sentenza, pubblicata a  Strasburgo, l’Italia aveva “un anno di tempo per decidere misure di compensazione per quei cittadini «vittime del sovraffollamento nelle prigioni italiane»”, che la Corte definisce “strutturale e sistemico”.

Secondo l’Associazione Antigone, il sovraffollamento carcerario medio nazionale è del 150%, con una presenza di 66.568 contro una capienza tollerabile di 45.849 persone. Inoltre, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al 30 settembre 2012, segnalava già un sotto organico a livello nazionale di circa 10.000 unità, distribuito sulle diverse qualifiche interne, tenuto conto che il numero di agenti previsti è ovviamente formulato in base al numero di detenuti presenti.

Queste condizioni di denunciata violazione dei diritti umani investono non soltanto i detenuti, ma tutti coloro che vivono il carcere in prima persona, ossia gli operatori socio-sanitari (medici, psicologi, educatori) e, a maggior ragione, gli agenti di Polizia Penitenziaria. Questi, date le condizioni lavorative appena tratteggiate, sono costantemente esposti alla sindrome del burnout e a processi di istituzionalizzazione e depersonalizzazione derivanti principalmente dagli spazi ristretti entro cui sono obbligati ad operare, dalla routine mansionale e dalla rigidità dei ruoli loro affidati.

Gli obiettivi prefissati dall’Amministrazione di appartenenza sono quelli del mantenimento dell’ordine e di un regime di vita sostenibile all’interno del carcere, con turni lavorativi pesanti in regime di lavoro straordinario, con conseguente rinuncia al riposo ed alle ferie in una situazione di carenza di organico. È in queste condizioni che possono strutturarsi modalità di funzionamento patologico dell’organizzazione penitenziaria che andranno ad influenzare la presa di decisioni e l’attuazione delle mansioni lavorative. Su queste dovrebbe porsi maggiormente l’attenzione delle Istituzioni e della Società, al fine di attuare strategie di intervento a livello individuale ed istituzionale nell’ottica dell’empowerment, come potenziamento dei fattori di resistenza e superamento dello stress lavoro-correlato.

 

Gli agenti non sono e non vogliono essere considerati come meri esecutori di una Volontà Superiore (“fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e ‘l primo amore”), aspirano bensì ad un riconoscimento professionale non solo interno all’Istituzione ma anche esterno, da parte della società civile, che comprenda ogni mansione affrontata nel quotidiano, affinché possano percepirsi adeguatamente come operatori attivi, in un’ottica di sensibilizzazione e di mediazione tra bisogni dei detenuti, mandato sociale e regolamento di Istituto.