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Vittime delle Foibe – Il giorno del ricordo

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In occasione del Giorno del Ricordo per le vittime delle foibe e degli esuli istriano-dalmati,
costretti ad abbandonare le loro case dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, a
seguito della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, pubblichiamo i messaggi delle istituzioni.

Così il Presidente della Regione, Donato Toma: “Il Giorno del ricordo è innanzitutto il “giorno della resipiscenza”, una data che per gli italiani significa assumere la consapevolezza di aver commesso un errore, ammettere di aver perseverato in esso per quasi sessant’anni, essersi ravveduti solo nel 2004 con la legge n. 92 del 30 marzo, che ha istituzionalizzato il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e per la concessione di un riconoscimento a favore dei congiunti degli infoibati.

Solo a partire da febbraio del 2005, dunque, soltanto quattordici anni fa, gli italiani hanno iniziato a celebrare il Giorno del ricordo, in memoria delle migliaia di vittime massacrate e gettate impietosamente nelle cavità naturali delle aree carsiche della Venezia Giulia.

Foibe, infoibati, esodo, vicende del confine orientale. E ancora: soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, soggetti sottoposti a torture, deportazione, prigionia… Parole terribili che leggiamo nella citata legge, correlate a eventi tragici  che non hanno  permeato a sufficienza la conoscenza e la coscienza della collettività e dei quali, forse, ancora non si comprendono appieno il senso e la portata. Fatti che, per lunghissimi anni, sono stati avvolti da una cortina di colpevole silenzio e condannati all’oblio dalla storia e dalle istituzioni.

Nel 1945 il dramma della Shoah venne subito contestualizzato dall’evidenza dei campi di concentramento, dalla liberazione degli internati sopravvissuti e dalle macabre scoperte degli orrori compiuti dai nazisti. Il processo di Norimberga, nel fare giustizia delle atrocità compiute da Hitler e dai seguaci della sua ideologia, comunicò al mondo intero la condanna unanime e senza appello nei confronti di quanti si erano resi responsabili di quei misfatti.

Sulle foibe, invece, non si accesero i riflettori della cronaca. Vi era l’esigenza da parte dei vincitori di relegare questa tragedia a un effetto collaterale della Seconda guerra mondiale.  Si scelse la strada dell’omertà e, in molti casi, anche della negazione storica dell’accadimento di quei tristi eventi. Eppure, indicibili nefandezze furono operate dalle milizie di Josip Broz, nome di battaglia “Tito”, sui nemici di guerra e su chiunque della popolazione civile fosse stato accusato di essere collaborazionista o nemico del popolo. Efferatezza e crudeltà della stessa natura di quella dei regimi fascisti e nazisti, combattuti e sconfitti.

Spiace constatare che ancora oggi, com’è avvenuto di recente, si generino polemiche su un giorno che dovrebbe essere celebrato all’insegna dell’unità nazionale e che ci siano ancora tentativi di ridimensionare o, addirittura, fornire una chiave di lettura diversa delle foibe. I crimini di guerra non hanno colore politico e da qualunque parte provengano, o qualsiasi motivazione li abbia determinati, debbono essere fermamente condannati quali delitti contro l’umanità.

 

Il sindaco di Campobasso, Antonio Battista, parla di “scritte antifasciste sui muri del cinema Astra di Trento e dito puntato contro il proprietario della sala accusato di aver permesso la proiezione di Red Land – Rosso Istria, il film, trasmesso anche dalla Rai, che ripercorre la vita di ‘Norma Cossetto’ la ragazza stuprata da 20 uomini di Tito e poi buttata viva nelle foibe. Minacce e intimidazioni che sembrano appartenere ad un’epoca in bianco e nero, e invece risalgono a meno di una settimana fa. Fatte in un Paese democratico e civile.

Quanto accaduto in quelle terre di confine, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, è un tema ancora troppo controverso. Una verità che fa male e che si fa fatica ad accettare, “forse perché o forse anche perché – dicono gli scampati – la storia la scrivono sempre i vincitori e mai i vinti” che restano in silenzio e sotto un cono d’ombra che toglie il diritto a far emergere brutture che pesano come macigni sulle nostre coscienze. Ma i macigni non sono invisibili, non possono passare inosservati. Per un dovere morale quanto civile.

Sono trascorsi appena 15 anni dall’ufficializzazione del Giorno del Ricordo. È stato un processo lungo e complicato dedicare una data ad un altro eccidio consumato in Europa e finito al centro di polemiche tra quanti volevano far emergere la cruda realtà e quanti invece si affannavano a nascondere il bestiale ingranaggio che aveva ucciso migliaia e migliaia di persone durante quegli anni bui. Una pagina di storia dimenticata, ma da non dimenticare perché non possono finire nell’oblio le inenarrabili barbarie subite dagli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia. Torture coperte dall’indifferenza. Quella stessa indifferenza che Anton Cechov chiamava ‘la paralisi dell’anima’ una ‘morte prematura’. Definizione che non posso non condividere perché, come la Shoah, anche le foibe sono state coperte da un’inspiegabile reticenza che non ci ha permesso nemmeno di omaggiare le vittime dell’eccidio, di ricordare le torture, il dramma di tante comunità in fuga. Ricordare, dunque, per non banalizzare il male, per inculcare alle nuove generazioni il pericolo che si cela dietro l’oblio. Ricordare per fermare la devastante deriva dell’odio in riposta ad altro odio, per non alimentare quei focolai di intolleranza e di razzismo che stanno pericolosamente riprendendo piede in tutto il vecchio e illuminato continente. Focolai da arginare con la solidarietà e l’altruismo, con la cultura dell’accoglienza – valori alla base della nostra Costituzione – e con quel senso civico che deve impedirci di volgere lo sguardo altrove. Il silenzio non è mai stato amico dell’oggettività. Ed è proprio dal silenzio e dall’omertà che bisogna stare lontani. Va rispettato invece il dolore che spezza il fiato e che ha impedito agli scampati di raccontare. Una forma di difesa la loro, probabilmente anche un mezzo per sopravvivere all’orrore dal quale sono miracolosamente riusciti a fuggire. Un silenzio che però, seppur più eloquente di mille parole, non ha aiutato a rimettere insieme i tasselli di una terribile vicenda i cui contorni sono ancora oggi poco delineati, come fossero offuscati dal dubbio che le foibe siano realmente esistite o dalla paura, concreta, che possano ripetersi, sotto altre forme, in altri luoghi, imposte da nuove dittature. Un dramma che ha macchiato un Paese già sporco di sangue per via della guerra. Un’aberrazione che facevano passare col nome di ‘liberazione’. Un paradosso giocato sulla pelle di troppi innocenti. Un’accezione del termine che aveva l’acre odore della vendetta e che niente aveva a che fare con la libertà, con il poter essere se stessi, con la dignità umana. Liberazione, invece, come sinonimo di carneficina per chiunque si opponeva al regime di Tito. Italiani, in fuga da terre italiane. Italiani che i connazionali non hanno protetto, non hanno accolto così come avrebbero potuto. Profughi considerati fascisti solo perché contrari alle follie del dittatore slavo che, senza freno, mieteva vittime con una ferocia inaudita. Tante famiglie terrorizzate hanno lasciato le loro case per trovare un rifugio, alcune sono arrivate pure a Campobasso dove hanno vissuto l’esilio con assoluta dignità ma con il cuore in pena per chi era passato dalla luce di quelle terre rosse all’oscurità delle foibe. Qualcuno di quei fuggiaschi è sepolto anche nel nostro cimitero. Ma in quei paesi di confine, lì dove il tempo sembra essersi fermato, sono rimaste in piedi alcune case che furono abbandonate in fretta dagli italiani. Case che conservano l’amaro profumo di vite ‘interrotte’ e quel senso di distacco che non è facile da accettare. Case diventate ‘monumenti’ di una pagina nera, scritta a più mani, in cui ognuno di noi ha delle responsabilità. Il Giorno del Ricordo deve dunque servire a farci riflettere sui troppi errori commessi, sulla solitudine in cui abbiamo lasciato i nostri connazionali. Un giorno per elogiare il coraggio di chi è fuggito ma anche di chi ha provato a restare. Un giorno per piangere sull’indifferenza che ha mortificato migliaia di innocenti. Un giorno per chiedere scusa ai sopravvissuti e onorare la memoria di chi non c’è più. Una data per ripartire dal rispetto verso gli altri, verso chi è in difficoltà. Verso il prossimo”.

Il Presidente del Consiglio regionale, Salvatore Micone, ha dichiarato: “Il Giorno del Ricordo tra i suoi tanti significati singoli e collettivi ha anche quello importantissimo di “riattaccare una pagina strappata nel libro della nostra storia”, come ha opportunamente avuto modo di affermare il Presidente Mattarella. Una pagina di sofferenze, di umiliazioni, di odio, di razzismo, di viltà e di disonore. Ad essere, infatti, infoibati per nasconderli al mondo e per consegnarli all’oblio della storia che non si racconta, non furono solo le migliaia di italiani e jugoslavi vittime, tra il ’43 e il ’45, delle scorribande, delle stragi, delle esecuzioni sommarie, dei soprusi e delle volgarità dei cosiddetti partigiani titini, ma furono idealmente tutte le donne e gli uomini innocenti di ogni nazione, di ieri e di oggi, vittime inconsapevoli e involontarie dell’odio feroce che l’essere umano, raccolto in branco e nascosto dietro inverosimili e trasparenti paraventi di lotta politica, è capace di provare e attuare nei confronti dei propri simili. Per anni ad essere infoibata e quindi nascosta è stata la verità storica per opera dell’ostinazione di taluni ambienti a negare fatti e circostanze.

Ad essere infoibata, e quindi occultata per lunghi decenni, è stata la giustizia a causa del tentativo vile di alcuni di negare anche il ricordo di quelle vite spezzate, del loro travaglio, se non addirittura della loro reale esistenza. Ad essere infoibata, e quindi grossolanamente dissimulata, è stata per molti lustri la triste vicenda umana di oltre trecentomila italiani (donne, bambini, anziani, uomini feriti, persone che avevano perso veramente tutto) che dovettero lasciare su minaccia dei titini le proprie case nelle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia per essere spediti come profughi in varie zone d’Italia ricevendo lì, in molte occasioni, accoglienze non certo calorose, con nuove umiliazioni e altre discriminazioni di
ingiustificato e inaccettabile sapore politico. Tutto questo, e tanto altro ancora, noi, orgogliosi
discendenti di quei sfortunati italiani di ieri, in questo giorno, rileggiamo con rinnovata libertà
intellettuale, solidarietà nazionale, sano e realistico convincimento politico, le righe di quella
triste pagina nuovamente rilegata, nel grande libro della storia italiana, con il filo della verità,
dell’obbiettività e della giustizia.

E’ di questi giorni l’accertamento dell’ennesime vittima delle foibe del Molise. A Giovanni Iafelice, originario di Oratino, recentemente riconosciuto infoibato dalla Commissione speciale insediata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e a tutti coloro i quali sono stati vittime dirette o indirette di quegli orrendi accadimenti dell’Istria negli anni quaranta del XX secolo, vanno il rispetto e la solidarietà di tutto il Consiglio Regionale che mio tramite ribadisce coralmente, senza distinzioni politiche o partitiche, l’impegno ad avere memoria di tutta la
nostra storia al fine di trarne insegnamenti utili per consentire di dare il proprio contributo istituzionale, culturale e sociale alla costruzione di un futuro che rigetti ogni forma di odio, contrasti ogni tentativo di sopruso e combatta ogni forma di persecuzione politica, razionale o nazionale”.

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