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Evasione dal carcere e video shock, si cerca la verità in un fermo immagine

In un frame estrapolato da quei 31 secondi girati da un passante lungo via Cavour, sarebbero contenute le reali intenzioni dell'agente di polizia penitenziaria: quelle di spaventare il recluso che stava fuggendo dopo aver chiesto una visita medica in ospedale. La pistola pare avesse tutti i dispositivi di sicurezza inseriti. I sindacati: "Uguale dignità e uguale diritti per chiunque. Invece un agente è già stato condannato a priori. Il paradosso? Se il detenuto fosse fuggito, quel poliziotto sarebbe stato giudicato allo stesso modo"

C’è un inchiesta in corso. Un fermo immagine che pare smentire le immagini nude e crude girate sinora e sul quale probabilmente si discuterà a lungo. Il racconto di chi ha assistito alla fuga del detenuto dall’inizio alla fine. E una relazione del Corpo di polizia penitenziaria consegnata alla procura della Repubblica di Campobasso.

Il caso della fuga del detenuto, nato a Roma, recluso a Campobasso per droga, furto e rapine ha scosso l’Italia. In particolare per le modalità con cui è stato fermato. Una pistola puntata e quell’impeto palpabile scaturito dalla paura di perdere il controllo della situazione.

“Mi spiace constatare che la stessa tutela scesa in campo per il detenuto che ha tentato un’evasione non sia valsa per l’agente penitenziario. Mi spiace constatare che l’informazione locale e nazionale si sia avvalsa di trenta secondi di video girati in un momento concitato e certamente forte, senza domandarsi il perché di quella reazione. Mi spiace constatare che si sia stato già condannato un uomo, chiamato all’adempimento del proprio dovere, senza alcuna cautela né alcun riguardo rispetto agli stessi diritti di cui gode ovviamente il detenuto che ha eluso i controlli e tentato la fuga”.

Aldo Di Giacomo, coordinatore del sindacato di polizia penitenziaria, fuori dallo shock causato dal video girato da un passante davanti al carcere di Campobasso mentre tre agenti fermano un ospite della Casa di Reclusione di via Cavour  – tradendo fiducia e buoni propositi consistiti in una visita al Cardarelli dove è stato puntualmente accompagnato su sua richiesta – parla chiaro. E non senza una nota di rammarico. “Nessuno, giornalisti in primis, si è chiesto perché? Anzi avete condannato un uomo che probabilmente ha sbagliato i modi ma avete assolto a priori un altro che, alla fine, ha sbagliato ugualmente. E questo, io non lo capisco”.

Un fermo immagine a disposizione delle forze investigative dimostrerebbe che la pistola dell’agente penitenziario aveva la sicura inserita, dunque mai sarebbe potuto esplodere un colpo dall’arma. “Quindi – continua Di Giacomo – se da questo fermo immagine emergerà quanto detto finora è ovvio che quello messo in atto è stato un gesto dimostrativo per spaventare il detenuto in una situazione che sarebbe potuta precipitare in un modo o nell’altro”.

Aldo Di Giacomo, da tempo, denuncia le condizioni difficili in cui sono costretti a lavorare gli agenti di polizia penitenziaria. E lo fa in nome “dei diritti dell’una e dell’altra parte”. Cioè salvaguardando i detenuti che hanno diritto ad una vita dignitosa anche all’interno delle mura carceraria ma tutelando in egual modo i poliziotti penitenziari costretti a stress inimmaginabili e a condizioni di lavoro non sempre dignitose.

Si chiede cosa sarebbe accaduto se il detenuto avesse incontrato lungo quei metri di fuga un ostaggio. Oppure se fosse riuscito a scappare. “In un modo o nell’altro l’unico a pagare sarebbe stato il poliziotto che lo custodiva. Paga oggi per la reazione forte che c’è stata e avrebbe pagato ugualmente se le cose fossero andate in modo diverso. E’ palese che c’è qualcosa che non quadra. Qui tutti sono uomini: detenuti e poliziotti”.

Il tentativo di fuga è iniziato quando il 37enne è sceso dall’automezzo della Polizia penitenziaria che lo aveva riportato in carcere, dopo una visita medica all’ospedale. Il detenuto a quel punto è riuscito a divincolarsi e a eludere il controllo degli agenti abbandonando le stampelle di cui sembrava avesse bisogno fino all’attimo prima, per poi fuggire in strada mentre il cancello di accesso alla struttura si stava chiudendo.

Sulla questione è intervenuto anche Alessandro De Pasquale, presidente nazionale del sindacato di polizia penitenziaria. “Non vorremmo che la tentata evasione dal carcere di Campobasso si trasformi in processi generici e in provvedimenti di sospensione capaci di annientare la carriera di eccellenti operatori della sicurezza – scrive in una nota -. Le immagini del video – continua – appaiono decontestualizzate e non consentirebbero di conoscere le esatte dinamiche dell’accaduto”.

Sulla stessa linea di pensiero anche il Sinappe, una delle maggiori organizzazioni sindacali della Polizia Penitenziaria, che oggi ha anche scritto una lettera al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiedendogli un’attenta analisi sulla vicenda.

Ieri mattina –  31 gennaio – nel carcere di Campobasso è arrivata anche la garante regionale dei diritti della persona, Leontina Lanciano: “Al momento sono in corso indagini da parte dell’Autorità giudiziaria – ha detto all’uscita dal carcere – Indagini che sono finalizzate a chiarire la dinamica dell’episodio, prendendo in considerazione anche gli accadimenti precedenti a quanto diffuso in video, al fine di ricostruire un quadro completo. La questione è evidentemente di grande rilevanza e delicatezza e merita quell’attenzione e riflessione che va oltre l’impatto emotivo immediato che la visione del filmato ha comprensibilmente determinato. In qualità di Garante regionale dei diritti della persona e dei detenuti, seguo costantemente l’evolversi della vicenda”.