Bambini che cadono sotto i colpi della nostra indifferenza

La lunga serie di eventi di violenza sui bambini, da ultimo quello della piccola Alice di soli 22 mesi, ci fa scoprire un vulnus, grave, del sistema dei servizi di tutela e cura dell’infanzia maltrattata in Italia. Siamo noi tutti a non averla tutelata

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La lunga serie di eventi di cronaca nera, drammaticamente segnata anche di recente dalla vicenda che ha colpito la piccola Alice, di appena 22 mesi di età, ridotta in fin di vita a causa delle percosse ricevute dal compagno della madre, Federico Zeoli, molisano, ci fa scoprire un vulnus, grave, del sistema dei servizi di tutela e cura dell’infanzia maltrattata in Italia.

Malorni Nicola

E la vicenda della piccola Alice ci riguarda anche come molisani, perché lei è la vittima non solo della violenza efferata di un uomo di cui, verosimilmente, si fidava, ma anche di un sistema di tutela dell’infanzia carente che, prima ancora di proteggere adeguatamente lei, nata e cresciuta in una condizione di grave degrado, avrebbe dovuto curare le ferite di quell’uomo. Alice è stata riempita di botte prima ancora che dal compagno della madre, da un traumatismo transgenerazionale che ci vede, ognuno per le proprie responsabilità di membri integranti di un Sistema sociale di tutela, direttamente coinvolti.

Siamo noi tutti a non averla tutelata. Alice ha ricevuto morsi, contusioni e lividi dal compagno della mamma, a soli 22 mesi, e non ha fatto in tempo a capire il perché di tanta rabbia; si è quietata esanime sotto gli occhi delle sorelle, sotto i colpi di un giovane “uomo”. Ma questi, prima di finire in quella palazzina degradata di via San Carlino a Genzano, nei pressi della Capitale, era nato e cresciuto qui da noi, in Molise.

Alice faceva quello che fanno tutti i bambini: piangeva, non la smetteva e lui, Zeoli, che fa? Dalla cronaca apprendiamo che non regge il pianto della bambina e scatena una furia bestiale sulla piccola, arriva a morderla all’altezza dell’ombelico, la percuote su tutto il corpo, al viso, alla testa. La bambina a quel punto perde i sensi perché Madre Natura protegge i figli in questo modo: di fronte ad una scena traumatica, o a causa di uno stato di angoscia abnorme spegne la luce della coscienza, scinde l’anima, allontana la psiche dal corpo straziato dai colpi inferti dal mondo.

Sì, dal mondo: ci diciamo che no, i maltrattanti non sono persone “fragili”, che essi sono persone da allontanare, rinchiudere, punire in modo esemplare. Le ecchimosi e le ferite sulla testa e sul corpo dei bambini sono state procurate da “mostri” dimenticando che dietro quei “mostri” si nasconde ancora un bambino che si è sentito minacciato dal mondo molti anni fa, anche qui in Molise, nel nostro Paese, in casa nostra.

 

È questo il destino tragico della violenza all’infanzia: i bambini quando non vengono curati dopo aver subito violenze si trasformano con molta probabilità in persone violente. È la conseguenza di una sorta di immunizzazione sistemica della psiche contro la minaccia. E con questo non intendo dire che i violenti vanno curati e basta: la giustizia faccia il suo corso, ma noi assumiamoci la responsabilità di ciò che continuiamo ad evitare per prevenire questi drammatici eventi che continueranno a colpire le future generazioni di bambini.

Federico Zeoli è figlio dell’Italia, è figlio della nostra Regione, di un Paese che non tutela adeguatamente i bambini.

Anche la madre di Alice, un’altra sventurata, cosa fa? Cerca inizialmente di coprire il compagno violento che ha quasi ucciso sua figlia: “È svenuta” – dice ai sanitari che però non le credono perché il corpo della piccola era pieno di lividi. “Si è trattato di un incidente” è la prima versione fornita dalla donna alle Forze dell’ordine.

Ma cos’è? – si saranno chiesti i sanitari e gli agenti – Questa donna è impazzita? Copre l’uomo che ha colpito con tanta violenza sua figlia? Sono tutti bambini, questi, profondamente angosciati: di fronte alla violenza hanno imparato a immunizzarsi con la negazione, la dissociazione, la scissione. Difese psichiche primitive che possono allontanarci dalla dimensione umana.

Di questa giovane madre si racconta una vicenda esistenziale segnata da molti problemi, genitori separati, maltrattamenti. Mentre di lui, di Federico Zeoli, sappiamo che ha precedenti per minacce e lesioni a Campobasso e problematiche importanti di carattere sociale.

 

Una tragedia che arriva all’indomani dell’altra, tremenda, che forse stiamo già imparando a dimenticare, forse anche noi per immunizzarci: il piccolo Giuseppe ucciso a Cardito in provincia di Napoli dal patrigno, davanti ai fratelli, davanti alla mamma. «Ho perso la testa», nulla più ha saputo dire agli inquirenti Tony Essobdi Bedra. Questi poveri figli, uccisi con la scopa, presi a pugni o morsi al petto, da patrigni che non sono mai diventati grandi.

Sono notizie che scuotono la nostra anima, per qualche settimana al massimo se ne parlerà, poi torneremo alle nostre rassicuranti occupazioni della vita quotidiana. Ogni tanto ricorderemo che queste cose accadono, accadono ovunque, anche dietro casa nostra.

Intanto, però, quel che dobbiamo sapere è che neanche il nostro Paese ha mai avuto una “buona memoria” di questi accadimenti: manca un sistema informativo per la raccolta dei dati, istituzionalizzato ed omogeneo, sul maltrattamento nei confronti dei bambini e, di conseguenza, di un adeguato sistema di monitoraggio. Recentemente Terre des Hommes e il CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro gli Abusi all’Infanzia) hanno prodotto un documento che riporta la prima quantificazione del fenomeno del maltrattamento sui minori, di respiro nazionale, mai realizzata in Italia con il coinvolgimento dei Comuni italiani.

 

Le risonanze degli ultimi eventi, a partire dai maltrattamenti nella scuola di Venafro, che ci hanno stimolato qui in Molise ad attivarci per la costituzione di una task force, su iniziativa della Garante Regionale dei Diritti della Persona Leontina Lanciano e della Presidente della IV Commissione Regionale Filomena Calenda, hanno evidenziato questo grave deficit anche del sistema regionale molisano: non abbiamo ancora una équipe specifica per agire adeguatamente sulle violenze, fatto salvo l’intervento in emergenza di uno psicologo che è stato prontamente assicurato dall’Azienda Sanitaria e che può intervenire limitatamente su aspetti specifici della condizione psicologica post-traumatica dei bambini coinvolti.

Per una programmazione di interventi nel medio-lungo termine, invece, anche ai fini delle opportune azioni di prevenzione e tutela, mancano dati osservativi e statistici utili a farci conoscere a fondo e contrastare con strumenti appropriati il fenomeno dell’abuso all’infanzia, nelle sue più sottili e sfuggenti sfaccettature. Siamo ancora molto distanti dalla possibilità, qui in Molise come anche nel nostro Paese, di avviare una efficace azione di tutela dell’infanzia, nonostante le raccomandazioni europee che insistono sulla necessità di dotarsi di sistemi di monitoraggio del fenomeno efficaci e istituzionalizzati. Senza consapevolezza non si va da nessuna parte.

 

L’assenza di un sistema di monitoraggio è lo specchio della nostra pervasiva attitudine a immunizzarci contro la violenza nel modo più disfunzionale che possa esserci. Con molta probabilità torneremo a rimuovere le risonanze emotive di queste ore; continueremo a trascurare i bambini; loro continueranno a piangere e ad invocare il nostro aiuto; poi, non ricevendo la risposta che si attendevano, smetteranno anche di piagnucolare. E chi di loro sopravviverà, forse negli  anni a venire mostrerà al mondo il volto crudele del “mostro” che noi, nella nostra cieca inconsapevolezza, continueremo a combattere in un mitologema che nessuno è stato ancora in grado di interrompere.

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