Lutti precoci. Prendiamoci cura dei più piccoli

Oggi ai bambini si vieta per lo più di partecipare ai funerali, di ascoltare notizie sulla malattia dei cari, gli si dà in altri termini il messaggio che la comunità non è disposta ad accompagnarli nel cammino della vita che implica anche l’incontro con la morte. Così però vengono lasciati soli quando invece dovrebbero essere aiutati a elaborare il lutto e a sviluppare una nuova relazione interiore con la persona scomparsa

Più informazioni su

Vi sarete trovati anche voi spesso di fronte alla perdita prematura di giovani a causa dell’elevata incidenza di malattie o di incidenti stradali, abuso di sostanze, violenze che si abbattono sulle nostre vite. Le notizie di morte hanno ancora il potere di scuoterci, è vero, ma spesso per il tempo necessario alla lettura veloce di un articolo o di un post sui social, o per la durata di un rito funebre; partecipiamo ad un’accelerazione dell’elaborazione stessa del dolore (che di fatto si arresta) e ad una distraibilità che ci “aiutano” ad evitare il contatto con la dimensione profonda della morte, quella che s’incarna invece nelle persone direttamente coinvolte, quella del dolore che spegne talvolta anche i volti dei bambini che sopravvivono, troppo precocemente, alla dipartita dei loro genitori, come una fiammella privata dell’ossigeno necessario a farla ardere.

nicola malorni

 

A preoccuparmi maggiormente è il mutismo disumano e la sordità diffusa che ci accomuna di fronte al lutto dei più piccoli. Si tratta di eventi che implicano vissuti affettivi ed emozionali complessi, difficili da trattare, e la tendenza più diffusa, anche da parte dei servizi territoriali e delle istituzioni, è quella di emarginarli – questi bambini – dalla dimensione affettiva sia individuale che collettiva. Partecipiamo del dolore di queste famiglie trascurandoli, non ci accorgiamo che i bambini sono lasciati soli, nella loro apparente incoscienza.

Loro hanno delle enormi risorse per far fronte agli eventi traumatici – questo è vero – e spesso è proprio facendo leva sulle loro innate capacità di autocura che noi adulti riusciamo a contribuire efficacemente al superamento di grandi dolori che possono colpire anche loro. Spesso però ci diciamo – troppo superficialmente, per rassicurarci – che “tanto sono bambini e non hanno ancora chiaro il concetto di morte”, negando a noi stessi la saggezza arcaica delle emozioni che non nascondono verità agli umani, a qualsiasi età. Li vogliamo trasformati ad immagine delle nostre difese nevrotiche, non come esseri capaci di cor-doglio (il dolore del cuore), ossia in grado di sentire il dolore della morte e bisognosi di una sua possibile rappresentazione mentale, che può essere facilitata certamente dal contributo di noi altri. Li lasciamo dunque soli nella loro presunta incoscienza, o peggio, nella loro idealizzata capacità di autocura, ad affrontare la vita, amputati di quella funzione di ascolto che è stata già riconosciuta dalle Nazioni Unite come diritto fondamentale del bambino.

 

Le mutate condizioni economiche, sociali, etiche e religiose hanno modificato negli ultimi decenni i nostri parametri culturali e i nostri universi simbolici di riferimento, estromettendo la dimensione della morte dalle nostre coscienze, dai nostri discorsi in casa, dalle nostre lezioni a scuola. Forse abbiamo dimenticato che siamo cresciuti con i nostri genitori che si occupavano del viatico e dell’estrema unzione, della vestizione del morto e della veglia funebre; i nostri nonni anche del pianto rituale, e tutti insieme partecipavamo al corteo funebre e, dopo il funerale, al pranzo o alla cena con i familiari da consolare. E c’erano il lutto e il mezzo lutto nel vestirsi, le visite al cimitero, le messe di suffragio, il tempo stabilito dell’appartarsi e del reintegrarsi nella vita sociale. In tal modo gli adulti assieme a noi bambini familiarizzavano con questi eventi temuti e minacciosi: oggi ai bambini si vieta per lo più di partecipare ai funerali, di ascoltare notizie sulla malattia dei cari, gli si dà in altri termini il messaggio che la comunità non è disposta ad accompagnarli nel cammino della vita che implica anche l’incontro con la morte.

 E – questo è il grande assurdo – anche quando ad essere colpiti sono loro direttamente, perché a morire sono il padre o la madre, non li accompagniamo. Li portiamo a scuola, a calcetto, in gita, a lezione di musica, chiedendogli di voltare le spalle al dolore. E così abdichiamo al nostro ruolo che è quello di accompagnarli lungo la via dell’individuazione, rendendo anche il discorso sulla morte quasi ovunque impraticabile: è sconosciuto o dimenticato, talvolta perfino osteggiato e connotato negativamente, svuotato di senso e comunque impossibilitato a svolgere quella funzione di orientamento etico che aveva svolto per molti secoli. Siamo familiari, parenti e amici, e specialmente nelle aree urbane, dopo i funerali, ritorniamo frettolosamente alla nostra vita abituale, che impone efficienza, ritmi e tempi rapidi, a discapito della comunicazione e della condivisione dell’affettività con i nostri piccoli.

Parallelamente alla mancanza di un universo simbolico di riferimento di natura collettiva, anche i bambini non possono più trovare le parole per accompagnare il defunto nell’oltretomba, per autosostenersi e consolarsi assieme agli altri familiari, né si dà loro lo spazio e il tempo per vivere il travaglio del lutto e confrontarsi con la morte del proprio amato genitore, nonno, zio, cugino.

 

Interrompiamo questa percorso involutivo invece! Facciamo in modo che le nostre parti umane non restino soffocate dalle dinamiche economiche, tecnologiche e consumistiche, che sembrano ormai prevalere a discapito dell’affettività che è la prerogativa dell’umano! Non è possibile contrastare nulla, nessun progetto di prevenzione del disagio tra i bambini e i giovani potrà mai ritenersi efficace se non avremo recuperato una visione che reintegra la funzione del dolore che è fondativa dell’identità umana. Facciamoci promotori di iniziative collettive utili a rompere il silenzio e la solitudine con cui i bambini affrontano i travagli dell’esistenza!

Vi sono famiglie con un basso livello di espressione delle emozioni e un alto livello di razionalizzazione e controllo, le famiglie fortemente invischiate, le famiglie conflittuali, le famiglie che negano la gravità della situazione e trattano il morente come se non fosse in quello stato, le famiglie disgregate e quelle disimpegnate dall’assistenza e dall’accompagnamento del morente, le famiglie mute che utilizzano il silenzio come meccanismo di protezione reciproca. Dobbiamo fare in modo che le nostre comunità si fondino su famiglie capaci di aiuto e sostegno reciproco e di comunicazione aperta, che sappiano condividere la sofferenza e il presente che stanno vivendo.

 

Anche i bambini devono poter sviluppare una nuova relazione interiore con la persona scomparsa: mantenendo vivo il ricordo attraverso il valore dei sentimenti condivisi e trovando consolazione nel fatto che conservano dentro di sé la presenza simbolica della persona amata e la capacità di continuare ad amarla, anche se non più presente vicino a sé fisicamente. Alla presenza della persona cara deve subentrare una forma rinnovata d’amore capace di sopravvivere alla perdita. Come per Attilio Bertolucci l’assenza deve poter diventare una “più acuta presenza”, non nel senso di un dolore più acuto ma di una più calda e amorevole interiorizzazione di quanto i bambini hanno perduto all’esterno.

È necessario che siano predisposti dei momenti (a casa, a scuola, nelle parrocchie, nei centri diurni, nei servizi integrativi ecc.) in cui il riaffiorare alla coscienza dei vissuti dell’abbandono, della separazione, della perdita, e le paure per la propria integrità e il proprio futuro possa essere facilitato. Soltanto in questo modo potranno essere contrastati i vissuti depressivi invalidanti di rifiuto, disorientamento, panico, disperazione, rabbia, isolamento e sensi di colpa.

Solo in questo modo i bambini, non potendo eliminare la perdita, né ritornare al passato, né difendersi dalla sofferenza, potranno imparare a riconoscere e a contenere le proprie parti sofferenti e bloccate, senza esserne imprigionati o travolti.

Più informazioni su