La neve come il sogno

La neve ha il potere di rallentarci e arrestare il ritmo abituale dell’attività dell’Io, concedendogli una vacanza inaspettata. Di fronte al candore del silenzioso manto nevoso si presentifica la resa dell’Io, del pensiero razionale, del ragionamento attivo a favore di una dimensione simil-onirica, sognante, immaginativa.

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Questa domenica voglio indirizzare il mio articolo per la rubrica “Senso” soprattutto a te che ami il freddo e la neve, che hai accolto con gioia quella che si è rivelata una tra le ondate di freddo più intense degli ultimi decenni; a te che in questo inizio di gennaio non ti sei lasciata o lasciato deprimere dal gelo artico che si è abbattuto sul Centrosud Italia. A te che hai scoperto una poesia inedita nelle immagini straordinarie di un Molise imbiancato, una grande mostra naturale di presepi viventi, dimostrazione di una bellezza senza tempo e senza censura, improvvisamente materializzatasi davanti a tuoi occhi increduli.

nicola malorni

 

A te che, a tutti gli altri che obietteranno che la neve, in verità, non porta nulla di buono, consiglierai comunque la lettura di questo articolo, perché al di là delle considerazioni condivisibili rispetto al manto immacolato che poi comunque si sporca, alla necessità di ripulire le strade e liberare le auto, del tempo in più che occorre per arrivare a lavoro, degli scivoloni sul ghiaccio e della possibilità di restare bloccati in casa o su una strada ghiacciata, qui io e te penseremo a quella certa eccitazione positiva che ci riporta indietro nel tempo e, non a caso, sembra regalarci altre sensazioni sopite, non dal freddo, ma dalla mitezza del clima temperato della nostra vita quotidiana.

Ti parlerò infatti di quell’eccitazione che ci sorprende alla vista del manto nevoso che avvolge l’ambiente tutto intorno, promanando dalla nostra memoria emozionale quell’ampio serbatoio di ricordi impliciti, perlopiù infantili, legati alle nostre prime esperienze con la neve che sono state senza dubbio accompagnate dalla gioia: ricordi? Era il periodo della nostra vita in cui ci siamo alzati la mattina e abbiamo scoperto che il mondo innevato aveva deciso di regalarci qualche giorno di vacanza in più, aveva intimato ai tuoi genitori di non mandarci a scuola, e questo comportava che avremmo giocato tutto il giorno con la neve, tu avresti costruito un pupazzo e qualche amico ti avrebbe lanciato palle di neve.

 

Nonostante i tanti anni passati da allora, ti accorgerai che permane in noi, per nostra grazia, un istinto primordiale che è quello della gratificazione immediata (quella che congela per un po’ ogni buona regola appresa) e ci spinge a godere dell’ozio, del gioco, della lentezza, dell’affettività e della gentilezza dei gesti: e così, molto volentieri, abbandoniamo le nostre occupazioni per riversarci nelle strade e nei parchi a giocare assieme ai bambini o ai nostri amici a quattro zampe, o semplicemente a contemplarla, la neve, come romantici nostalgici. Perché la neve è come la sabbia al mare, l’altra materia cara ai bambini e ai nostri “bambini interiori”. Quando t’accorgi che è impossibile recarti a lavoro, dopo la frustrazione iniziale, ti concedi di fermarti ad osservarla dalle finestre, condividi le tue emozioni con amici e parenti inviando e condividendo foto o video: la neve ha il potere di rallentarci e arrestare il ritmo abituale dell’attività dell’Io, concedendogli una vacanza inaspettata, a favore di una dimensione ecologica molto più ampia che ingloba l’Io riconnettendolo, come su un asse, alla vita emozionale più profonda.

 

Accade anche che alcuni ricerchino la gratificazione immediata nella concessione di alcuni eccessi alimentari: questi però sono retaggi di una cultura popolare soprattutto contadina (ma anche risultato di un sentimento nostalgico che ci fa regredire ad un funzionamento tipicamente infantile), che non sempre risulta salutare esponendoci a inutili, se non dannose, sregolatezze. È  altra cosa:  sentire, ad esempio, un maggior appetito col freddo altro non è che un retaggio di una cultura, quella dei nostri antenati contadini per i quali era consigliabile procacciarsi molto cibo durante i periodi più freddi per non restare senza scorte; oggi le nostre famiglie non hanno più questa esigenza per cui dovremmo finalmente sfatare teorie ingenue come quelle secondo cui – altro esempio – bere bevande alcoliche favorirebbe l’aumento della temperature corporea: la sensazione di calore è soltanto illusoria, infatti. Anzi, l’alcool, favorendo la dilatazione dei vasi sanguigni, fa sì che affluisca più sangue verso la pelle e meno verso gli organi vitali, aumentando così il rischio di ipotermia.

 

C’è qualcosa del freddo e della neve, invece, che ci riconnette alla “bellezza” del mondo, a nostra insaputa: penso alla forma dei cristalli di ghiaccio che compongono un fiocco di neve, una vera e propria opera d’arte della natura. Ad occhio nudo non ce n’è uno uguale all’altro ma, ad un livello strutturale che sfugge alla nostra percezione visiva, sono al contempo tutti perfettamente simmetrici, con la loro forma esagonale che si arricchisce con l’abbassarsi della temperatura. È un fenomeno naturale, autonomo, regolato da quella che io ho iniziato a chiamare da un po’ la “legge della bellezza”. Su scala macroscopica, infatti, numerose sono le forme osservabili in natura riconducibili alla struttura elementare (una geometria “frattale”) dei fiocchi di neve, spesso connotate da affascinanti simmetrie: tra queste ricordo le colonne esagonali delle chiese e dei templi, la polvere di diamante o le dendriti cristalline. Queste ultime sono strutture ramificate di origine minerale, nate da un processo di sviluppo di cristalli a seguito di un rapido raffreddamento di materiale fuso, spesso confuse con fossili di piante acquatiche (li chiamano anche “pseudofossili” infatti): noi termolesi ne troviamo in abbondanza sulla pavimentazione del lungomare nord di Termoli.

 

In quel paesaggio imbiancato che guardiamo dalla finestra vi è una dimensione percettiva molto complessa che ha il potere di eccitarci al di là di ogni immaginazione: pensiamo al colore percepito del bianco che, nella realtà, rimanda a tutti i colori dello spettro; i cristalli dei fiocchi di neve, infatti, ci appaiono bianchi perché sono la somma di tutti i colori.

Tra un fiocco e l’altro, inoltre, c’è dell’aria che, proprio perché avvolta nei cristalli di ghiaccio, restituisce al nostro apparato percettivo i suoni attutiti. L’effetto è quello di un’invasione percettiva di silenzio, di nuovo, di inatteso, di sensazioni divergenti che ci impongono un nuovo assetto psico-emozionale. Di fronte al candore del silenzioso manto nevoso si presentifica la resa dell’Io, del pensiero razionale, del ragionamento attivo a favore di una dimensione simil-onirica, sognante, immaginativa.

 

Tutto è attutito e tutto è al contempo amplificato: ogni movimento sul manto nevoso lascia una traccia, come il passaggio di un uccello o di un gatto. Tutto appare più vivido come il verde degli abeti o di altre piante, i colori scuri degli animali che zampettano in giro e di tutte le creature che, non essendo abituate come noi a vivere in un ambiente spesso innevato, non hanno sviluppato il colore chiaro del pelo per la mimetizzazione.

 

La neve ci regala questo: l’incontro inaspettato, come nelle fiabe, nel gioco e nei sogni, con personaggi della nostra infanzia che non si sono potuti mimetizzare, incontri inattesi, che non immaginavi di poter incontrare lungo il corso abituale della tua vita. Il potere attrattivo che questa dimensione ha sulla nostra psiche dimostra l’esistenza in noi di un bisogno di “fermo biologico”: abbiamo necessità di rallentare, di osservare il silenzio, di lasciare emergere la nostra vita emozionale e istintuale più profonda, come accade ogni volta che ai bambini narriamo una fiaba ed ogni notte quando veniamo sorpresi da un sogno. Io lo verifico spesso con i miei pazienti in analisi, di fronte al gioco della sabbia, sia adulti che bambini: si fermano davanti alla scena lasciandosi sorprendere, talvolta, dal gesto inedito di un personaggio interiore che irrompe, non mimetizzato, sul candore accogliente della scena di gioco.

Potremmo equiparare, infatti, la nevicata anche al sogno o alla scena del gioco: come il passaggio di qualcuno sulla neve, anch’esso lascerà delle tracce nella mente, noi le scorgeremo, forse le interrogheremo, la nostra fantasia ci porterà a immaginare scene di vita, emergeranno emozioni e ricordi e poi, con il risalire della temperatura (così come nel risveglio) la neve-sogno si scioglierà e la vita tornerà a scorrere come prima.

 

La nevicata come il sogno: in fondo, siamo come immersi in un grande progetto di “geometria frattale” per cui ogni oggetto sembra ripetersi nella sua forma allo stesso modo su scale diverse (omotetia), e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale.

Ci sorprende il sogno restituendoci ai sentimenti e alla dimensione sognante e immaginativa dell’infanzia, così come la nevicata che restituisce l’ambiente ad una dimensione primigenia di attesa, preludio di rinascita e di rinnovamento.

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