Chiusi i bar dell’Università, sette dipendenti senza più lavoro nè tutele

Dal 21 dicembre le attività di ristoro presso le facoltà di Economia, Giurisprudenza e Pesche hanno abbassato le saracinesche. I lavoratori non percepiscono lo stipendio da agosto. Un avviso pubblico per sei mesi è andato a vuoto perché i costi imposti dall’Unimol sono troppo alti rispetto al mercato

Studenti senza bar e punti di ristoro all’università del Molise. Lavoratori senza più un’occupazione. Accade presso le facoltà di Economia e Giurisprudenza di Campobasso ma accade anche alla sede di Pesche (Isernia).

Da dicembre scorso la società che gestiva l’esercizio all’interno della struttura accademica molisano ha scelto di anticipare la rescissione del contratto, abbassare le serrande e ‘spedire’ a casa sette dipendenti che intanto attendono le retribuzioni mensili fin dal mese di agosto. Ma soprattutto sono a casa con  l’incognita del futuro. Perché a tutt’oggi ancora non sanno se riceveranno la comunicazione che dà loro diritto alla disoccupazione, se potranno tornare mai tornare a lavorare come hanno fatto per anni e se avranno le spettanze non retribuite finora.

Insomma un’altra storia tutta molisana e non nella più belle delle nuance: un’istituzione che pare chieda costi onerosi per la gestione di un punto di ristoro all’interno delle proprie sedi, lavoratori non retribuiti e oggi a casa senza occupazione, senza la possibilità (come troppo spesso accade) di far valere i propri diritti e l’incertezza di un futuro che purtroppo in questa terra – a proposito di nuance – è piuttosto a tinte fosche che a tinte chiare.

I tre bar sono chiusi dal 21 dicembre scorso, il 31 dicembre i dipendenti hanno ricevuto la lettera di licenziamento.

“Troppo alti i costi dell’Unimol”, questa la motivazione che corre di bocca in bocca. Università che, fra l’altro, pretende anche di gestire gli orari di apertura e chiusura del bar senza comprendere che ci sono momenti ‘morti’ durante i quali tenere un dipendente a “far nulla con tutte le retribuzioni che questo impone” è improduttivo. Tant’è che al bando successivo, che prevedeva la gestione di tutte e tre le attività per soli sei mesi in attesa di quello che dovrebbe uscire il prossimo settembre, non ha risposto nessuno. Il motivo? Sempre lo stesso. Troppo alti i costi di fitto, di gestione, di spese fisse che vanno a gravare anche su quelle previste poi per il personale.

I costi imposti dal bando di gara sarebbero troppo bassi rispetto alla possibilità di portare avanti con quegli introiti (che introiti a quanto pare non sono) l’attività. Il bar ha chiuso con il costo di un caffè equivalente a 43 centesimi. Tanto quanto quello (anzi forse meno) che si prende alle macchinette. Un panino? Con il solo affettato un euro e 28 centesimi. Insomma un divario tra entrate e uscite che la ditta precedente non è riuscita ad affrontare e che le potenziali in entrata non hanno neanche contemplato.

“Non conviene  – questo il ritornello che gira – tra spese fisse e spettanze ai dipendenti, alla fine chiunque finirebbe per rimetterci di tasca propria”.

I sette dipendenti oltre ad aver ricevuto un semplice acconto di 240 euro il due gennaio scorso in merito alle mensilità arretrate non hanno riscosso la tredicesima mensilità. Una situazione difficile che hanno sempre taciuto (come spesso fanno in molti) con la speranza che la situazione rientrasse e che nel mantenere il posto di lavoro riuscissero poi a ricevere quanto spetta loro di diritto e non per omaggio. E’ servito a nulla, dopo anni sono disoccupati, quasi tutti con famiglie a carico, in cerca di qualcuno che li tuteli o che rappresenti le loro istanze. Nel frattempo, l’Unimol organizza per la giornata di oggi – ironia della sorte – un seminario internazionale sul tema dei problemi di tutela dei lavoratori.