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Le volontarie ‘missionarie’ di sorrisi nella ludoteca ospedaliera salutano il reparto con una festa fotogallery

Volge al termine l'anno di servizio civile di Fiorenza, Michela, Sara e Silvia, per 12 mesi 'anime' della ludoteca dell'ospedale San Timoteo. Tutto il reparto le ringrazia con una festa pre-natalizia.

C’è un posto situato all’interno dell’Ospedale San Timoteo dove i sorrisi superano di gran lunga i pianti e dove chi ha la sventura di ammalarsi può consolarsi vedendo un ambiente caloroso e brioso. Stiamo parlando del reparto pediatrico e della ludoteca che di esso è parte integrante. In questi giorni che precedono il Natale l’aria che si respira è ancor più gioiosa e festosa per far sì che ai bambini al ‘trauma’ del ricovero non debba aggiungersi quello di un luogo triste e asettico.

Ad animare la ludoteca antistante il reparto, per un intero anno, ci hanno pensato Fiorenza Tusino, Michela Amato, Sara Lippo e Silvia Cardamone: quattro ragazze termolesi volontarie del servizio civile nazionale. La festa pre-natalizia con il reparto coincide con il termine dei loro 12 mesi di volontariato. Insieme a loro c’è l’energica caposala Carmela Stigliani, il punto di riferimento per qualunque volontario o volontaria (il progetto conta ben 7 edizioni e la prossima inizierà presumibilmente a gennaio, ndr) abbia varcato l’ingresso del reparto in cui lei opera da ben 28 anni. E poi ci sono le infermiere, che a mano a mano hanno potuto apprezzare il valore e il grosso supporto dato loro dalle ragazze che, tutti i giorni, hanno contribuito ad alleviare il malessere di bambini malati e genitori angosciati. E giocando si guarisce anche prima, questo l’assunto alla base del progetto. Alla festicciola di Natale non manca proprio nessuno: ci sono le infermiere Evelina e Antonella, rispettivamente da 31 e 15 anni in Pediatria, c’è il medico di turno, il giovane dottor Giovanni Prezioso, arrivano poi anche Mirella e Monica, simpatiche infermiere che decidono di esserci – nonostante abbiano staccato alle 8 dal turno di notte – per testimoniare la stima e l’affetto per le 4 ragazze che presto, poco dopo l’Epifania, non saranno più quotidianamente con loro. E, dulcis in fundo, ci sono loro, i bambini, due maschi di 3 e 9 anni circa, con le rispettive madri. A fare da cornice al tutto le tante decorazioni – una vera e propria esplosione di colori – che le ragazze hanno preparato in vista della festività, come hanno sempre fatto per tutto l’anno allestendo ludoteca e reparto per renderli ancora più accoglienti.

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Come sempre succede, al termine di ogni esperienza si tirano le somme e quest’occasione non fa eccezione. Il personale esprime la propria gratitudine per i mesi trascorsi insieme e per l’apporto dato loro dalle sempre sorridenti ragazze. E loro? Cosa portano con sé da questa esperienza? Per Silvia, 25enne laureata in Mediazione linguistica, questo progetto “ti apre mente e cuore”. E quello che lei sente di aver acquisito sono competenze trasversali che potrà trasferire in futuri lavori. È stata una palestra dove ho imparato a confrontarmi con colleghi vari, a rispettare delle consegne, a creare qualcosa lavorando in un gruppo”. Ma la cosa più significativa è stata capire chi ti trovi davanti, esercitando quella che si chiama empatia. La famiglia – ci spiega Silvia – vive in quel momento una situazione delicata per via della malattia del figlio e talvolta ciò va ad aggiungersi ad una situazione già di per sé delicata. Bisogna capire dunque lo stato d’animo dell’altro e proporti ad esso in un determinato modo che non può, appunto, essere uguale per tutti, sia che si parli di bambini che di genitori. È Michela, 24 anni e laurea in Servizi sociali, a spiegare quanto sia importante il sapersi relazionare sia con i genitori, che inizialmente manifestano perlopiù diffidenza e timore “perché vivono una situazione di disagio e perché non ci conoscono”, sia con gli stessi bambini che entrano quasi sempre rabbuiati e poi non vogliono più andarsene. Per Sara, 26 anni e specializzanda in Psicoterapia, “abbiamo dovuto attingere al profondo di tutta la nostra creatività”, non tanto per gli aspetti legati al gioco e alle attività artistiche quanto per la relazione con individui che sono uno diverso dall’altro. Sara sa che “dobbiamo guardarci dentro noi stessi per poi interfacciarci con l’altro”. Per Fiorenza, 24 anni e diplomata al Liceo artistico cittadino, la gratitudine nei confronti di chi (gli operatori del reparto) le ha fatte sentire parte di una famiglia è tanta.

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La festa prosegue tra foto di rito, scambio di regalini, risate e tanta emozione. Aleggia però un’ombra nel clima di festa, e quell’ombra si chiama chiusura del reparto. Si parla tanto della possibile futura chiusura del reparto Ostetricia e Ginecologia, che se dovesse verificarsi avrebbe delle ricadute anche sull’attiguo reparto Nido e Pediatria. C’è molta ritrosia a parlarne, specie da parte del personale che laconico afferma “Non dipende da noi, vedremo”. Ma la prospettiva non piace a nessuno. Dalle parole del dottor Prezioso, da agosto in organico nel reparto dove lavorano altre 3 dottoresse più una a tempo parziale, intuiamo il suo desiderio, da termolese, di voler restare a lavorare nella sua città però c’è un ma carico di significato: “Se danno una prospettiva all’ospedale”.

Chiediamo alle infermiere se il lavoro tra le corsie sia già in qualche modo cambiato e la risposta è sì perché si tende ad ospedalizzare sempre meno e si fanno molte più consulenze e day hospital. “E le consulenze sono davvero tante”. Il nido con la paventata chiusura di Ginecologia verrebbe trascinato in una sorta di effetto domino. Ma si può non avere un reparto per i bambini a Termoli? La prospettiva probabilmente non piacerebbe a nessuno. Al di là di qualche mea culpa per essere a volte ipercritici nei confronti dell’operato dell’ospedale bassomolisano, sono tutti d’accordo nell’affermare che “non è tutto nebbia” e le volontarie sono dello stesso avviso. “Invito i genitori a diffidare delle voci che si sentono in giro, qui c’è personale molto competente”. E Fiorenza si chiede perché mai anche chi abbia avuto un’esperienza di ricovero positiva si lasci condizionare nel giudizio dal ‘sentito dire’.  Le fa eco Silvia che puntualizza come troppo spesso ci si lasci imbrigliare dal pregiudizio negativo.

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In questo anno non sono mancate esperienze ‘forti’ come quella che racconta Fiorenza: una bambina di appena un anno per la quale i medici hanno deciso un trasferimento immediato a Pescara per un principio di leucemia. La bambina stava giocando e, dacché aveva sempre visto i genitori sorridenti e piuttosto sereni, ha mutato anche lei espressione al vederli  tramortiti dopo aver ricevuto la terribile notizia. E Michela aggiunge che “abbiamo cercato di trasmettere tutta la nostra positività, prescindendo dalla problematica sanitaria, per far sì che questo spazio fosse veramente staccato dal reparto” in cui giocoforza i bambini devono essere sottoposti a terapie, flebo ed altro vissuto con ‘terrore’.

Nonostante le situazioni destabilizzanti e non facili da gestire, le quattro si sentono di consigliare questo tipo di esperienza. È Silvia che invita tutti i giovani che abbiano l’età per farlo – dai 18 ai 29 anni – a fare un’esperienza di servizio civile che non può che arricchire chi la fa.

Il futuro è “un salto nel vuoto” ma la rinvigorita fiducia in loro stesse rende il tutto meno difficile. Il timore c’è, come afferma Michela, ma al contempo c’è un punto che gioca ora a loro favore. “Abbiamo imparato anche a metterci in gioco”, così Silvia, e Sara: “Dopo questa esperienza sappiamo meglio che direzione prendere per il nostro futuro”.

In bocca al lupo ragazze, e che la strada vi sia amica.