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Droga dall’Albania, le donne dei cugini Lecini non parlano durante interrogatorio

La moglie e la convivente dei due uomini considerati il vertice dell'associazione criminale si sono avvalse della facoltà di non rispondere. L'interrogatorio ieri a Chieti, dove si trovano rinchiuse da una settimana per associazione a delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di droga.

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Anche le due compagne dei cugini Lecini, considerati al vertice della organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga in BassoMolie con base logistica a Portocannone, non hanno risposto alle domande del Gip. Le due donne si trovano nel carcere femminile di Chieti da una settimana esatta, quando i carabinieri del Ros hanno smantellato – su ordine della direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso – un sodalizio dedito al traffico e allo smercio di droga, cocaina in particolare. Sei in carcere, 13 indagati complessivamente. Tra le persone finite in cella anche la moglie di Xhevahir Lecini e la convivente di Gurim. La prima è termolese, la seconda albanese. E secondo gli inquirenti avrebbero avuto un ruolo chiave in decine di episodi di cessione di stupefacente.

Le due, interrogate ieri pomeriggio alla presenza del difensore Pino Sciarretta, si sono avvalse della facoltà di non rispondere e per il momento restano dentro. Anche per loro, accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio, si sta valutando il ricorso presso il Tribunale del Riesame per chiedere la scarcerazione o in subordine i domiciliari. Risiedono una a Portocannone, considerata la base del sodalizio, e l’altra a Campomarino, una delle piazze principali di smercio di stupefacente. Nella ricostruzione dell’accusa erano loro a occuparsi del confezionamento e di riscuotere i crediti da parte dei morosi che non avevano ancora saldato con i capi dell’associazione.

Le indagini intanto vanno avanti anche per ricostruire eventuali collegamenti ancora più concreti e radicati con l’operazione Evelyn che ha sgominato un traffico di droga a Vasto e San Salvo. Anche in questo caso tutto ruota attorno ad albanesi e all’Aòbania, paese di approvvigionamento di droga che poi veniva tagliata è venduta con guadagni altissimi. Una inchiesta partita dopo la sparatoria nel bar di Contrada stazione nella zona industriale di San Salvo il 14 aprile del 2015.

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