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Urbanistica e benessere psicologico. L’anima è nei luoghi foto

La psicologia ambientale fornisce enormi evidenze di efficacia del connubio tra psicologia e architettura nella promozione del benessere delle nostre comunità. Esiste un profondo legame, inconscio, tra la nostra mente e i luoghi che abitiamo

In questo momento, mentre state leggendo questo nuovo articolo di Senso, io sarò probabilmente a Fermo, nelle Marche, al Fermo Forum organizzato da Riabitaaccessibile, un’iniziativa dedicata all’abitare e alla cura della “bellezza” dei luoghi. Sono stato invitato a parlare dei rapporti tra la psicologia, le neuroscienze, l’architettura e l’urbanistica, un tema molto interessante per un analista junghiano che guarda costantemente alle relazioni dell’individuo e del suo benessere con i propri contesti di vita. Argomento che, in base ad alcune previsioni, soprattutto per i lettori termolesi, nella primavera del 2019 contribuirà con molta probabilità a rendere rovente la campagna elettorale per il rinnovo delle cariche amministrative. Ma perché il tema urbanistico scuote tanto l’animo umano? Cosa rende questo argomento tanto significativo al punto da animare, quasi fino all’ossessione, i dibattiti politici di una popolazione?

nicola malorni

 

Al di là dei posizionamenti politici e delle ragioni che muovono le diatribe sull’opportunità o meno di cambiare profondamente il volto di una città (argomento del quale non intendo occuparmi in questa sede), intuiamo profondamente che l’architettura condiziona il nostro benessere e il nostro sentire attraverso la forma, i colori, le armonie degli spazi fisici in cui viviamo. Anzi, possiamo certamente affermare che esiste un profondo legame, inconscio, tra la nostra mente e i luoghi che abitiamo: la nostra anima tende infatti a “spazializzarsi”, a proiettarsi negli ambienti, risuonando dei colori, contaminando le forme e risultandone contaminata. In altre parole, esiste un’anima dei luoghi che interagisce costantemente con la nostra psiche individuale e collettiva. In altri termini, i luoghi che noi abitiamo, in realtà, ci abitano. Non solo noi agiamo in essi ma essi agiscono sulla nostra mente e sul nostro corpo.

 

Ognuno di noi, infatti, è consapevole dell’attitudine immaginativa della nostra mente che ci consente di fare esperienza di noi stessi, del nostro essere presenti alla vita, attraverso metafore spaziali. Diciamo tutti: “ho la vita davanti”, “mi sono trovato di fronte ad un bivio e ho svoltato”, “me lo sono lasciato alle spalle”, “mi sento come su un precipizio”. Lo spazio è luogo dell’abitare non solo in senso fisico ma anche psichico: la nostra mente (e così la sua salute) si esprime anche attraverso ciò che costruiamo, e lo spazio fisico intorno a noi condiziona i nostri sentimenti e il nostro stato di benessere.

Costruire una casa e arredarla, allestire un giardino o avviare un ufficio, sistemare l’ingresso della propria abitazione o assistere alla costruzione di un’opera edilizia che trasforma significativamente la piazza della nostra città o di un qualsiasi luogo pubblico, ha un profondo significato emozionale: date le intime interconnessioni tra la mente individuale e l’ambiente fisico, tutto ciò che riguarda l’esterno, il luogo fisico, risuona profondamente nell’anima, scuote la nostra identità, i nostri legami di attaccamento, il sentimento della continuità dell’esistenza. Tutto dovrebbe quindi essere armonizzato col nostro essere individuale e collettivo.

 

Basti pensare a come influenza la qualità del rapporto fra i partecipanti a un corso di formazione la semplice disposizione delle sedie nello spazio. Sono ormai numerosissime le ricerche in ambito psicologico e neuroscientifico che hanno studiato gli effetti degli spazi, ossia delle proporzioni, delle forme e dei colori sugli stati mentali e sul comportamento dell’essere umano. Così come è ormai assodato che l’industrializzazione nel mondo occidentale e il benessere economico hanno spostato la nostra attenzione su aspetti della vita (l’immagine estetica del proprio corpo, le competenze professionali, il proprio potere economico ecc.) che hanno determinato una diffusa trascuratezza nei confronti dei luoghi e dell’ambiente, rendendoli spesso anonimi, poco stimolanti per i contatti umani (sempre più rari e occasionali) e spesso non sicuri, non protetti, non agevolanti il libero movimento e il gioco dei bambini o attività ricreative dei ragazzi, che sempre più  preferiscono rifugiarsi negli spazi angusti e isolati delle proprie stanze o degli angoli bui dei quartieri, illuminati dalla luce artificiale degli smartphone e dei tablet, ingrigiti dalla noia che, sempre più spesso, è sedata dall’abuso di sostanze stupefacenti o altre dipendenze.

Sviluppare la fiducia negli altri, scambiare emozioni, facilitare la comunicazione tra pari all’interno di un gruppo, esplorare i propri talenti, accendere un sogno è sempre più difficile in uno spazio vitale privo di panchine per sedere, di spazi verdi dove giocare, un cinema dove sognare con accanto la certezza di una presenza che risuona delle proprie stesse emozioni.

 

Eppure, già dagli anni ‘50, quando i servizi ospedalieri dedicati ai cosiddetti “matti” si resero conto di quanto l’ambiente avesse una profonda influenza sul modo di comportarsi e di pensare dei degenti presenti nelle strutture, la psicologia ambientale ha iniziato a scavare un solco dove oggi sono state edificate enormi evidenze di efficacia del connubio tra psicologia e architettura nella promozione del benessere delle nostre comunità.

Negli stessi anni Jonas Edwrad Salk, premio Nobel per la biologia, nel tentativo di scoprire il vaccino per la poliomielite, decise di fare un viaggio in Italia ad Assisi e di ritirarsi in un monastero. Fu proprio in quel luogo che lo scienziato ebbe le intuizioni che lo portarono a vincere il premio Nobel. Salk si convinse fermamente che fosse stato l’ambiente ad averlo stimolato: le passeggiate all’interno dei chiostri, la natura, gli spazi ampi. Chiunque abbia visitato Assisi, sa bene di quale armonia sto parlando.

Fu così che nacque la psicologia ambientale: da un incontro tra un biologo premio Nobel, Salk, e un noto architetto del suo tempo, Louis Khan, che decisero di costruire insieme un luogo che fosse capace di stimolare la creatività degli scienziati. Da questa collaborazione nacque successivamente il Salk Institute for Biological Studies, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca scientifica in campo biomedico a livello globale che sorge a La Jolla, California, in riva all’Oceano Pacifico. Oggi architetti e psicologi collaborano in modo attivo presso questo Istituto, contribuendo a produrre una mole enorme di studi che provano come l’ambiente influenzi la mente. Il risultato di quel connubio tra biologia e architettura è stato una sorta di Accademia socratica in cui la cultura scientifica e quella umanistica e psicologica, apparentemente separate l’una dall’altra, trovano un clima favorevole a uno sviluppo incrociato.

 

In seguito, altri scienziati e studiosi di vari ambiti disciplinari hanno seguito la via inaugurata da Salk e Khan, come ad esempio i fondatori della Academy of Neuroscience of Architecture di San Diego. La missione di questa Accademia è quella di promuovere e far progredire la conoscenza che lega la ricerca neuroscientifica ad una crescente comprensione delle risposte umane all’urbanistica. Gli studiosi di questo istituto integrano i concetti delle neuroscienze e della psicologia allo studio dell’urbanistica in relazione alla diversità umana per abilità fisica, sensoriale e cognitiva. Un mondo – ne sono consapevole – molto distante dai nostri ambienti culturali ove si fa ancora molta fatica a garantire, ad esempio, anche l’assenza di barriere architettoniche per le persone con disabilità motorie.

Il prodotto accettabile dal punto di vista dell’architettura si rileva invece anche nel momento in cui è in grado di creare un’armonia tra la funzionalità, l’usabilità e la gradevolezza, attraverso la considerazione che ogni tipo di forma, proporzione o spazio, attraverso le proprie funzioni, produce effetti precisi sugli stati mentali.  La scarsa considerazione di questi aspetti genera spazi che si rivelano causa di malessere ambientale in quanto, come è stato evidenziato dalla ricerca neuroscientifica, alla percezione della realtà corrisponde un’esperienza riguardante la sfera del piacere e degli affetti.  Pensiamo a quanto siano stimolanti le fioriere ricche di vita (forme e colori armonici) lungo un tratto di strada percorso quotidianamente da centinaia di persone in cerca di qualche ora di relax, e quanto sia anonimo e alienante invece uno spazio privo di panchine o di alberi ombratili che invitano al raccoglimento o all’incontro.

 

Attraverso le tecnologie di visualizzazione cerebrale è stato dimostrato che le emozioni sono radicate in modo profondo fin dal primo istante di ogni esperienza ambientale e di conseguenza architettonica.

Gli studi che fanno capo al neurobiologo A.D. Budd Craig hanno evidenziato l’attivazione della corteccia insulare destra in situazioni o ambienti stimolanti e della corteccia insulare sinistra in situazioni tranquille. Gli ambienti quindi possono incoraggiare l’attività parasimpatica (e indurre il rilassamento) oppure quella simpatica (e aumentare il consumo di energia).

Costruire senza rispettare i numerosi aspetti psicologici può essere considerato un danno diretto all’essere umano, anche se non direttamente misurabile, perché abitare è in fondo anche un abitarsi.