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Un ponte da brividi in mezzo alla città: pilastri “scorticati” e ferro esposto. “Non siamo tranquilli” fotogallery

Alcuni piloni del ponte di via Corsica "Santa Maria" preoccupano: il cemento si è sgretolato, lasciando il ferro esposto. Infiltrazioni di acqua per la fognatura "aerea", giunti che cominciano a staccarsi e rischio incendi per la vegetazione-giungla. nel 2012 il viadotto ha ottenuto l'idoneità statica, ma la manutenzione non è più rinviabile

Sul viadotto Santa Maria, che attraversa una parte importante di via Corsica e sovrasta un pezzo di parco comunale e il quartiere RioVivo, c’è il limite di 50 chilometri orari. Naturalmente non lo rispetta nessuno. E anzi: specialmente negli orari meno caotici, si sfreccia. Salvo poi dover rallentare bruscamente quando i lastroni di cemento trovano il punto di congiuntura. Le autovetture passano emettendo un rumore inquietante in un breve sussulto. E’ l’incrocio dei giunti, che almeno in un paio di casi cominciano a dividersi.

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La “ferita” incide il bitume, una manciata di millimetri di spazio tra una lastra e l’altra che “non costituisce alcun pericolo”, a detta dei tecnici, ma che sarebbe rassicurante non dover vedere (e sentire) più. Come l’asfalto che si allarga in crepe estese, al quale si dovrebbe ugualmente mettere mano. Pure una “ritoccatina” alla rete metallica non farebbe male: l’acciaio che la tiene insieme è staccato in diversi punti, penzola come un’arma ad altezza volto dei passanti che usano il marciapiede laterale per spostarsi lungo una strada fitta di negozi e servizi.

Quel pezzo di cemento “protetto” e riservato a chi va a piedi è stato realizzato una ventina di anni fa, in un secondo momento rispetto al viadotto, che invece risale agli anni Sessanta, come l’altro sempre di via Corsica detto Molinello. Entrambi fatti in coincidenza con la variante alla statale 16/E2, entrambi con certificato di idoneità statica rilasciato nel 2012 dal laboratorio Labotech di Pescara, che per conto del settore ai Lavori Pubblici aveva svolto una “verifica approfondita”, innescata dal fatto che uno dei pilastri presentava segnali visibili di deterioramento dell’intonaco. Niente di strutturale, comunque. Eppure le condizioni dei pilastri fanno paura. Specialmente se viste “da sotto”, nelle poche zone libere dalla vegetazione fin troppo rigogliosa che impedisce il passaggio pure ai veicoli di soccorso e che, alcuni anni fa, ha reso difficilissimo l’intervento dei Vigili del fuoco impegnati a spegnere un rogo di vaste proporzioni proprio lì sotto.

“Il canadair non poteva arrivare sotto il ponte, abbiamo usato l’acqua di casa mia e la squadra del 115 è risalita con le scarpe squagliate dal calore” racconta la signora Claudia, che vive praticamente, con marito e figli, nella casa sotto il ponte. E che, comprensibilmente, nutre timori non soltanto per l’elevato rischio incendi della zona demaniale, dove “nessuno mette mano, abbandonata all’incuria generale e con alberi che minacciano di cadere col vento”, ma anche per l’aspetto sinistro di quei pilastri. Uno è “scorticato”, con il ferro che lo percorre in senso verticale completamente esposto. Nessuno se ne potrebbe accorgere a meno di scendere a piedi percorrendo la stradina che porta ad alcune abitazioni private e mettendosi a osservare con attenzione il cemento che sorregge il ponte. Un altro ha perso la copertura di cemento proprio alla giuntura con l’asfalto: ammicca inquietante con i denti di ferro già arrugginito.

Il viadotto Santa Lucia ha anche un’altra caratteristica: accoglie la condotta fognaria, sospesa in aria e agganciata al ponte: lo percorre in senso longitudinale e “spesso e volentieri si rompe, forse complici anche i contraccolpi del traffico sovrastante, perdendo acqua”. Il grigio anonimo del cemento è screziato di larghe chiazze scure. Infiltrazioni che attaccano il materiale col quale è stato realizzato il ponte, quel cemento armato che ora – dopo le recenti tragedie e soprattutto i 43 morti di Genova per il crollo del ponte Morandi – si scopre vulnerabile se privato di manutenzione troppo a lungo. Ed è proprio il caso del Santa Maria, per il quale si attende da ani un intervento che tarda a dismisura. “Qua – aggiunge la signora Claudia – dopo il terremoto del 16 agosto e il crollo del ponte Morandi non è venuto nessuno a controllare. Le verifiche noi non le abbiamo viste”.

Di competenza del Comune, il viadotto è in attesa di una manutenzione non più rinviabile. Per quello e per il “gemello” Molinello erano stati richiesti dal Comune di Termoli (sindaco Di Brino) 5 milioni di euro finalizzati al restauro conservativo. La Regione non ha mai risposto e il Comune non ha più insistito. Fino a poco tempo fa, quando dopo le catastrofi di agosto il settore dei Lavori Pubblici del Comune ha ripreso in mano le vecchie carte e ha deciso di rimetterci mano per allungare la vita ai due ponti di via Corsica. Il progetto di restauro però è in alto mare. E intanto i cemento continua a screpolarsi, il distacco tra i giunti ad allargarsi. Il ponte Santa Maria non è per niente tranquillizzante, malgrado quel certificato di idoneità statica firmato sei anni fa.

“Non siamo per niente tranquilli – conclude Claudia – e speriamo che si faccia qualcosa per la sicurezza di tutti. E poi, pure un minimo di controllo da sopra… qua arrivano bottiglie di vetro lanciate come proiettili. Mia figlia una volta ha rischiato seriamente di essere colpita alla testa”.