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Ricchi e poveri. Funerali “in famiglia” nel Duomo per Angelo, senzatetto giardiniere

Messa in Cattedrale per salutare Angelo, che viveva per strada e che in strada è morto giovedì scorso. Al funerale i suoi amici di stazione, i volontari e gli operatori della Caritas

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Non una chiesa gremita, niente colombe né palloncini. Ma c’erano i suoi amici, al suo funerale. La sua “famiglia”, i volontari e gli operatori della Caritas, come il vicario generale don Marcello Paradiso dice all’inizio della messa. Le suore della carità. I ragazzi della Città Invisibile che vedono quello che la maggioranza preferisce non vedere. Compresi i poveri che dormono in stazione, che passano l’inverno grazie a un pasto caldo portato da chi fa poche chiacchiere e si concentra sui fatti concreti. C’erano i suoi amici di stazione, alcuni dei quali hanno portato a spalla la bara lungo i gradini della cattedrale di Termoli. La campana suona per Angelo. Il senzatetto che giovedì scorso è morto in strada, prima che potessero portarlo in ospedale. Un infarto, probabilmente. La ricognizione del medico legale non ha evidenziato nulla di “esterno”. Angelo si è sentito male, è crollato sull’asfalto, è morto così.

Non era di Termoli ma a Termoli abitava da anni, almeno otto. Conosceva Termoli meglio di tanti termolesi, anche se i termolesi, con poche eccezioni, non conoscevano lui. “Si sono persi molto: era una bella persona” racconta un operatore che non ha intenzione di mettersi a fare dichiarazioni pubbliche. Di Angelo Conese si è parlato, specie sui social, anche troppo. Anche troppo a sproposito.

“Gli piaceva il giardinaggio, stare a contatto con le piante e i fiori, con la natura. Ed era bravo. con il giardino della Caritas ci ha aiutato tantissimo e non ha mai chiesto nulla”. Bastano poche parole, in fondo, per “inquadrare” una persona. E nemmeno servono i singhiozzi da prefica per esprimere il dolore. Occhi lucidi per Angelo, lacrime contenute. Chi vive in strada sa quanto sia facile andar via, cambiare percorso improvvisamente. Mette in conto l’addio, il distacco, i saluti.

angelo conese

Aveva scelto di fermarsi qua, questo cinquantottenne di Barletta, dopo i vagabondaggi di chi, per le ragioni più diverse e mai sindacabili, come le ragioni che riguardano la facoltà di decidere per la propria esistenza, rinuncia a una casa, a un tetto, alla condivisione quotidiana con affetti “di sangue”. A Termoli aveva trovato una famiglia allargata e a Termoli è stato seppellito. 

Un senzatetto, diciamo con eleganza. Un barbone, diciamo con disprezzo. Un povero, diciamo quando diciamo la verità. I poveri esistono, “hanno un volto, un nome e una storia, tutti siamo chiamati ad accoglierli e ad ascoltarli nel rispetto dello loro dignità” si legge nel sobrio messaggio della Diocesi che ha organizzato i funerali. Di poveri parla anche il vangelo di Luca letto durante la celebrazione. E di ricchi.

La storia di Lazzaro, gettato come una cosa davanti alla casa di un uomo ricco e mondano che mai si accorge di lui, incarna alla perfezione il messaggio lasciato da Angelo, per il quale don Marcello Paradiso, nell’omelia, trova le parole più efficaci. La parabola del povero che dopo la morte viene portato dagli angeli nel Regno di Dio e del ricco che brucia tra le fiamme dell’inferno e implora inutilmente un gesto di amore che non ha mai voluto compiere in vita  è una parabola che “ci scuote – scandisce il sacerdote – scuote  soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria, ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono d’imbarazzo perché sono il “sacramento del peccato del mondo”, sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendo la rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale”.

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