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Giuseppe, chirurgo estetico volontario nella missione in Argentina per aiutare i bambini. “Gli abbiamo ridato il sorriso” foto

Giuseppe Del Torto è un medico termolese iscritto alla specialistica in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica a Napoli che per un anno studierà in Argentina, dove ad agosto è stato uno dei medici volontari nella missione umanitaria che ha aiutato tanti bambini

Se qualcuno pensa che la chirurgia estetica sia solo seno, glutei e cosce, più qualche altro intervento di “aggiustamento” del viso, si sbaglia. Si sbaglia perchè è molto, tanto di più. “Io – racconta il dottor Giuseppe Del Torto – l’ho sempre vista come una tenda dietro alla quale si celano tante e diverse situazioni. La tendina è la chirurgia che interviene per aumentare il seno, aumentare labbra e far salire le guance, quello insomma che si pensa subito quando si parla di questa disciplina, dietro poi c’è tanto altro. C’è l’intervento per coprire le ustioni, quello per ridare un sorriso ai bimbi che hanno imperfezioni alle labbra. Ci sono tante specialistiche e abbracciano altrettanti settori, la cute, le ossa, il tronco, la testa, i muscoli, le braccia e anche il seno. Significa superare un trauma, qualunque esso sia”. 

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E in un certo senso proprio Giuseppe quella tendina l’ha spostata per andare in fondo a quell’orizzonte fatto di situazioni ed emergenze di ogni tipo. Molto più in fondo di quanto, certamente, aveva fatto nei primi due anni del corso di specializzazione in “Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica di Napoli” che frequenta dal 2015 dopo la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Perugia. Ma per vivere questa esperienza così a fondo è dovuto arrivare dall’altra parte del mondo, precisamente in Argentina, e ci si è ritrovato anche per caso questo medico 32enne termolese che da qualche anno ormai torna “poco” nella sua città natale, dove vive la famiglia, i genitori e le sorelle.

Giuseppe Del Torto la medicina in un certo senso ce l’ha anche nel sangue, visto che ha seguito le orme dei suoi genitori, medici anche loro, ma con una piccola appendice fuori casa. Per il terzo anno dei suoi studi ha scelto di andare a Buenos Aires, capitale argentina con più di tre milioni di abitanti dove da giugno lavora in una clinica privata, la ByS, “in cui si fanno anche otto interventi di chirurgia plastica al giorno – rivela in una telefonata intercontinentale durante una pausa dal lavoro quando qui è pieno pomeriggio e dall’altra parte del mondo manca poco per il pranzo – molto di più rispetto a noi”. E proprio grazie al suo lavoro, ha conosciuto un famoso chirurgo estetico, Claudio Angrigiani, 70enne che ha inventato anche importanti tecniche e che ogni anno organizza per due giorni una missione umanitaria, la Caritas Felices Neuquinas“.

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Così il 29 agosto è partito alla volta di un paesino a sud della capitale, San Martin de Los Andes, nella provincia di Neuquèn in Patagonia, e per due giorni, dal 30 al 31 agosto, insieme ad una equipe di una decina di persone, fatta di chirurghi, medici, infermieri, ferristi ha operato 49 persone, molti bambini. “Quell’ospedale è una piccola clinica che si estende su un solo piano, dove gli interventi vengono fatti ogni giorno, ma non di questo tipo perchè non hanno tutte le attrezzature e mancano persone specializzate. Noi – racconta Giuseppe dopo un intervento in clinica a Buenos Aires e dopo il giro di visita ai pazienti – abbiamo regalato il nostro tempo, la nostra professionalità e anche il nostro mestiere. Ho incontrato adulti e bambini, molti dei quali avevano sul corpo bruciature e ustioni dovute alle pentole di acqua bollente che si sono rovesciate addosso o quelli con qualche malformazione alle labbra, ho visto le mamme arrivare fino alla sala operatoria dei figli, poi costrette ad attendere fuori, da quel momento li prendevamo in custodia noi e cercavamo di tranquillizzare le mamme, con qualche battuta per smorzare la paura e avere un clima disteso per tutti”.

“Ho scoperto non tanto la difficoltà – continua – quanto la cordialità di tutti: medici, infermieri, pazienti. Lì c’era un grande spirito di collaborazione tra tutti, non esistono gerarchie, ma solo la voglia di lavorare insieme per restituire un sorriso a quei bambini e farli stare bene, qui ho notato che sono più coraggiosi e maturi di noi”. Per due giorni hanno operato quasi senza sosta, il primo giorno dalle 8.30 alle 21 e il secondo dalle 9 alle 19, “ci siamo occupati anche del post operatorio perchè abbiamo visitato i pazienti dopo gli interventi. Le missioni sono diverse dalla sala operatoria classica, è stata di sicuro una esperienza bella e formativa che mi sarà d’aiuto per sempre”.

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Poi è tornato a Buenos Aires, nella clinica dove ha scelto di rimanere per un anno “perchè si lavora tanto e in maniera diversa. Ho scelto l’Argentina e non il Brasile perchè in quest’ultimo hanno canoni di bellezza e quindi estetici che sono lontani da noi, dal mondo occidentale e forse mi sarebbero potuti essere poco utili al mio ritorno. Invece in Argentina posso quasi azzardare a dire che sono italiani anche in questo tipo di lavoro, ci sono tantissimi italiani qui, molti dei quali nati qui, o come si racconta da queste parti, nati durante le traversate nell’oceano”.

Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, è in clinica per gli interventi “dalla mattina e vado via dopo che l’ultimo paziente è stato dimesso, faccio il giro dei ricoverati e controllo tutto. Poi, oltre il lavoro, qui puoi fare qualsiasi cosa perchè Buenos Aires è una città enorme, una metropoli multiculturale dove trovi persone da ogni parte del mondo. Mi piace e mi trovo bene, certo devi avere uno spirito di adattamento non indifferente per la convivenza con altri ragazzi da ogni parte del mondo, per il lavoro e per la città. Mi manca l’Italia, ma la mia dispensa parla italiano grazie a mia madre, ma comunque tornerò, dopo aver finito il mio anno di studio”.

Di certo tornerà a vivere e lavorare in Italia, e chissà che un giorno non torni anche a ridare un sorriso ai bimbi argentini.