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Bottiglie e pietre lanciate a un senzatetto dai ragazzi del sabato sera

La denuncia arriva da La Città Invisibile, che raccoglie associazioni, operatori, attivisti e volontari che si occupano di problemi sociali e marginalità a Termoli e nel Basso Molise. Dopo la morte di Angelo ci si interroga su quello che si poteva fare. O che si può fare per chi non ha una casa e vive in condizioni di estremo disagio. Un dibattito tra solidarietà e ipocrisia.

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“Siamo stati a un funerale che non avremmo mai voluto vedere. La morte di Angelo ci interroga tutti. Prima di tutto noi, che gli siamo stati vicini negli ultimi tempi, e ci continuiamo a dire che “forse potevamo fare qualcosa di più per lui”. Come quando ultimamente ci aveva detto che voleva entrare in una struttura abbandonata, una delle tante a Termoli, per dormirci la notte, per avere un posto che somigliasse a una casa. Diceva “io lo farei, se ho il vostro sostegno, se non sono solo”. Lo diceva pensando che poteva essere una soluzione non solo per lui, ci poteva essere posto anche per altre persone. Con il freddo in arrivo diventava una necessità. E poteva essere autogestita da altri senza dimora, insieme, con delle regole condivise. Lo abbiamo ascoltato, abbiamo detto sì, ma poi non abbiamo avuto la forza, il tempo o il coraggio. Oggi in Italia se occupi uno stabile vuoto rischi fino a 4 anni di carcere. Abbiamo pensato anche a questo, forse abbiamo avuto un po’ paura, forse non siamo riusciti ad andare oltre le regole del volontariato e dell’assistenza”.

 

Inizia così la riflessione di un volontario de La Città Invisibile di Termoli, che raccoglie associazioni, operatori, attivisti e volontari che si occupano di problemi sociali e marginalità a Termoli e nel Basso Molise e che, fra le altre cose, si occupa di sostegno alle persone senza fissa dimora, a vittime di tratta e sfruttamento lavorativo.

 

La vicenda è quella di Angelo, il senzatetto di 58 anni di cui lunedì si sono celebrati i funerali. Morto in strada, probabilmente per un infarto, giovedì 8 novembre.

“Angelo – raccontano i volontari che mettono a disposizione aiuto concerto e cibo caldo ai “barboni” della città – era una di quelle persone che per un periodo aveva dormito nel vecchio istituto nautico abbandonato. La scuola era stata un rifugio per lui e qualcun altro, un posto caldo dove stare. Poi un giorno avevano trovato le porte murate. A molti non piaceva che qualcuno usasse quel posto, dicevano “è degrado”. Piuttosto doveva rimanere vuoto. E forse sì, quella sistemazione non era dignitosa neanche per loro. Ma chi ha murato quell’ingresso ha cercato un’altra soluzione per Angelo e gli altri? Ha offerto un’alternativa degna per le loro esigenze? No. E così Angelo e gli altri hanno dovuto cercare un altro posto, ancora più esposto, ancora più freddo e meno riparato, ancora più sporco e più degradato. Quante volte incontrandolo, quando non lo conoscevo ancora, avrò evitato Angelo, il suo odore, il suo sguardo, la sua andatura? Meglio cambiare marciapiede”.

 

Una riflessione lucida, realistica. Che accende i riflettori anche sulle azioni di altri cittadini. Per esempio quando Angelo, “suo malgrado, era più volte finito su alcuni mezzi di informazione locale, ripreso persino in un video mentre dormiva a Pozzo Dolce. Dicevano “è degrado”, e invece di fermarsi, capire, parlare, lo hanno sbattuto in un video su Facebook per acchiappare i “mi piace”. Magari tra un po’ lo avrebbero cacciato anche da lì, perché la zona va ripulita e riqualificata, e lo avrebbero costretto a spostarsi in un posto ancora più isolato e più ai margini. La morte di Angelo è lo specchio di questa ipocrisia”.

 

Non c’è solo Angelo. Ci sono episodi sconcertanti coi quali fare i conti. Che ora, dopo quanto accaduto, qualcuno ha deciso di raccontare. “Un altro signore, un “barbone” di Termoli, compagno di strada di Angelo, per un periodo è stato vittima di continui atti di vandalismo da gruppetti di ragazzi che il sabato non avevano niente di meglio da fare che tirargli bottiglie e pietre. Aveva il terrore e le lacrime negli occhi quando ce lo raccontava”.

Un senzatetto italiano, conosciuto in città, umiliato da giovanissimi che in diverse occasioni lo hanno aggredito senza motivo. La sua colpa era quella di essere un senzatetto, di dormire dove capitava. Un fatto sul quale aprire gli occhi, se si vuole conservare un briciolo di umanità.

“Angelo e altri come lui non ci hanno mai chiesto di dargli da mangiare, non ci chiedono carità. Vorrebbero una casa prima di tutto, un lavoro, vogliono riconquistare la propria dignità. Per questo non ci sentiamo mai soddisfatti o fieri di noi quando la sera torniamo a casa dopo aver portato un piatto di pasta in stazione, o dopo aver offerto le colazioni. Quella è piuttosto la scusa per stare insieme, parlare dei problemi, dei progetti di vita, provare insieme a trovare soluzioni. La nostra coscienza dopo si sente ancora più tormentata e stanca, perché con un pasto o con un caffè non abbiamo cambiato di una virgola la loro condizione.

Oggi la nostra comunità forse si sente la coscienza pulita per aver pagato i funerali a un “povero senzatetto”. Quando sarebbe bastato forse aiutare Angelo a pagare qualche mese di affitto, metterlo in condizioni di riprendersi in mano la vita accompagnandolo in un percorso di inclusione e reinserimento. Dopo una vita in strada non è facile, il successo non è assicurato. Ma il primo passo è affiancare le persone nel restituire a se stessi dignità, poi si può cercare insieme di superare i problemi. Non sappiamo se Angelo ce l’avrebbe fatta ma ci resta il dubbio, e non potremo più togliercelo.

Se Angelo non avesse trovato una porta murata, ma spalancata. Se avessimo sfondato una di quelle porte e fossimo entrati insieme in un edificio abbandonato, per costruire un pezzetto alla volta un posto da poter chiamare “casa”. Chissà…  E intanto sta per tornare l’inverno”.

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