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Caporalato, dopo la strage tutto come prima: migranti prelevati dai centri d’accoglienza

Dopo Ripalta i migranti continuano a essere caricati su mezzi di fortuna come animali: spesso profughi non assumibili. Dove sono i controlli? La legge anticaporalato prevede l'attivazione di mezzi sicuri per il trasporto. Perché nessuna azienda ne fa uso?

Caricati come animali in un vano merci, i migranti ogni mattina vengono prelevati dai loro alloggi, cioè baracche, appartamenti o persino centri d’accoglienza, e fatti salire su mezzi di trasporto, quasi sempre un Fiorino o un mini van, senza sedili, senza aria e senza dignità. Mezzi privi di ogni più elementare sistema di sicurezza, per essere condotti sui campi a lavorare.  In basso Molise vengono prelevati direttamente dai Cas. Solitamente sono profughi in attesa di definizione del proprio status. Ma i profughi possono lavorare allontanandosi dal centro?

vendemmia

Albanesi, bulgari, nord africani, polacchi, romeni e ucraini popolano le campagne del basso Molise: Campomarino, San Martino in Pensilis e le piane di Larino sono le zone agricole più gettonate. Ci arrivano la mattina presto partendo dalla vicina Puglia, o prelevati direttamente dai centri accoglienza regionali, a bordo di furgoni in precarie condizioni e ammassati come bestie.

Stamattina, ancora una volta, quel ‘Fiorino’ che carica i migranti come animali nel vano merci, senza sedili, senza aria, senza dignità”. Questa è solo l’ultima di una delle tante segnalazioni che vengono fatte via social da utenti che ogni mattina, quotidianamente, vedono gli ospiti dei centri d’accoglienza salire sui furgoni e recarsi al lavoro. Furgoncini simili a quello che, lunedì 6 agosto, all’altezza del bivio di Ripalta in provincia di Foggia ma a qualche decina di chilometri dal Molise, ha impattato in uno scontro frontale, un tir che trasportava farinacei: dodici morti e diversi feriti.

furgone ripalta

È diventata prassi, ormai, utilizzare come manodopera i profughi in attesa di definizione del proprio status. Ossia di coloro che vivono nei centri d’accoglienza. Ma cosa dice la legge?

Solitamente un migrante resta ospite di un centro di accoglienza per svariati mesi, anche anni alcune volte, in attesa di ricevere il permesso di soggiorno. Al riguardo, la legge dice che per i primi due mesi il migrante, ospite del centro, non può svolgere nessuna attività lavorativa. Dopo 60 giorni può iniziare a cercare lavoro e se, fortunatamente, riuscisse a trovarlo, deve comunicarlo al gestore del centro e abbandonare la struttura, perché?

Perché con uno stipendio può provvedere a trovarsi una sistemazione autonoma. Tuttavia, nella quasi totalità dei casi, il lavoro trovato è stagionale, raccolta del pomodoro o dell’uva e dell’olive, che nei migliori dei casi consente al migrante di aver un contratto limitato nel tempo. Ma tanto basta, seguendo alla lettera la legge, per lasciare il centro e non poterci mettere più piede con il concreto rischio, alla scadenza del contratto, di  dover lasciare anche l’abitazione presa in affitto e stare, dunque, per strada. 

Ma allora, perché i migranti del basso Molise ogni mattina vengono prelevati e portati nei campi a lavorare e la sera tornano a dormire al centro se la legge non lo consente?  Delle due l’una: o lavorano in nero senza che il gestore del centro lo sappia oppure lavorano sempre per pochi spiccioli con la complicità del gestore. Dunque: chi mette in contatto la manovalanza straniera e l’imprenditore agricolo? Che tipo di accordo potrebbe esserci tra gestore del centro e l’imprenditore?

La tragedia di Ripalta di inizio agosto, evidentemente, non ha insegnato nulla a nessuno. Non è bastato il sangue di dodici persone sparso sulla statale 16 a fermare l’emorragia dei pulmini non in regola: pochi controlli e nessuna applicazione della legge “anticaporalato” che, oltre a irrobustire l’impianto repressivo per i fenomeni di sfruttamento del lavoro, prevede la promozione di modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro e servizi di trasporto da e verso e i campi.

Dall’ottobre del 2016 è in vigore la legge 199 meglio conosciuta come “anticaporalato”. La normativa, approvata dall’allora Governo Renzi, oltre a irrobustire l’impianto repressivo per i fenomeni di sfruttamento del lavoro, prevede il potenziamento delle Rete del lavoro agricolo di qualità tramite sezioni territoriali in tutte le province.

Cosa è la Rete del lavoro agricolo di qualità? Voluta dall’allora premier Matteo Renzi e dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, avrebbe dovuto promuovere l’agricoltura virtuosa, e osteggiare così la piaga del caporalato. In che modo? Permettendo alle aziende agricole di iscriversi alla Retem previa autocertificazione di essere in regola con il fisco, di non avere precedenti per sfruttamento da lavoro, di rispettare i contratti. Una vetrina di imprese pulite. Nel 2016, le aziende iscritte erano solo 2mila su un totale di circa un milione e mezzo e di almeno 100mila interessate. A settembre 2017 le iscrizioni salivano a 2800. Oggi sono circa 3500. Due quelle molisane. Un fallimento.

Nelle sezioni territoriali della Rete, istituzioni e parti sociali avrebbero dovuto promuovere modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro e servizi di trasporto da e verso e i campi. Tradotto: mettere a disposizione mezzi di trasporto sicuri e legali e creare una filiera agricola della legalità. Il caso ha voluto che la prima sezione territoriale a sperimentare questo nuovo provvedimento, nel marzo del 2017, fosse la Provincia di Foggia: un progetto pilota per garantire lo spostamento dei braccianti in sicurezza.  Ma i pulmini, quelli in regola, sono rimasti fermi. Perché?

I fondi per acquistare i mezzi di trasporto erano stati trovati: la Regione Puglia dapprima avrebbe anticipato la somma di denaro necessaria per l’acquisto e poi sarebbero stati reperiti grazie al Fami, il Fondo Asilo migrazioni e integrazione. L’obiettivo era quello di creare delle cooperative di autisti, regolarmente assunti, per potere effettuare il trasporto dei braccianti in maniera sicura e legale. Chi aveva il compito di fornire i nomi delle aziende disponibili a ricevere e far lavorare gli operai agricoli da questa filiera legale erano, sono le associazioni datoriali Confagricoltura, Coldiretti e Cia. Ma di nomi, evidentemente, o non sono stati fatti o erano davvero troppo pochi per far partire il progetto e i pulmini.