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Scuola, intervista alla mamma-collega. 60 anni in mezzo ai banchi, tra innovazioni e cambiamenti: “Nella vita non si finisce mai di imparare”

La scuola dei cambiamenti raccontata in un’intervista figlia – madre, dalla storica professoressa di Italiano e Latino del Liceo classico “Gennaro Perrotta” di Termoli, Maria Irene Di Fonzo, in occasione del suo pensionamento. Dopo una vita trascorsa tra i banchi, prima come alunna, poi come docente di quel Liceo che è stato per lei  la sua seconda casa, la professoressa Di Fonzo ripercorre i cambiamenti vissuti in prima persona di un sistema di cui è stata protagonista assieme a decine di colleghi e migliaia di studenti ai quali “ho dato tanto, ma dai quali ho anche ricevuto molto, nella consapevolezza che nella vita non si finisce mai di imparare ed è importante avere l’umiltà di ascoltare tutti”

La scuola è un po’ il luogo delle emozioni. Quel posto nel quale abbiamo trascorso anni della nostra vita, condividendo giornate indimenticabili, talvolta animate da una certa preoccupazione, magari per un’interrogazione imminente; altre volte, invece, di straordinaria euforia, in attesa di chissà quale evento che sapevamo ci avrebbe regalato un sorriso. Quel suono metallico della campanella, ancora oggi, anche solo avvertito in lontananza, catapulta subito indietro nel tempo. La scuola è un periodo, dunque. Una fase che per molti finisce con il diploma. Per altri, invece, continua. Cambiano i ruoli e, dall’essere studenti, si passa ad essere docenti.

È così che mia madre, Maria Irene Di Fonzo, si è trovata a vivere oltre 60 anni nella scuola: prima come alunna, poi come professoressa di Italiano e Latino al Liceo Classico “Gennaro Perrotta” di Termoli. Qui ha insegnato per tutta la sua vita, dal momento in cui, dopo aver superato il concorso a cattedra negli anni Ottanta, è diventata docente di ruolo, e fino al 31 agosto del 2018. Una colonna portante del Liceo, dunque. Che la scuola l’ha vissuta appieno, sempre in corsa per aggiornarsi e stare dietro ai mille cambiamenti che in decenni si sono avvicendati nel sistema scolastico.

Un punto di riferimento per tanti. In primo luogo per me. Se oggi infatti mi trovo a insegnare lo devo in buona parte a lei, che per me è stata un modello, non solo in qualità di madre, ma anche come professionista di un mestiere che ti porta a operare spesso dietro le quinte, se necessario anche nelle ore più impensabili del giorno.

Scrivere questa intervista mi risulta pertanto difficile. Penso che i lettori di Primonumero mi perdoneranno se per una volta metterò da parte le regole base del giornalismo. Quella di mia madre è una di quelle storie che vale la pena di essere raccontate, condivise, fatte proprie, trattandosi innanzitutto di una donna che ha dato moltissimo al suo lavoro e ai suoi studenti, lasciando sicuramente un segno indelebile in un Istituto che per decenni è stato la sua seconda (forse quasi prima) casa.

Quel lungo applauso in aula magna alla fine dell’anno scolastico, i pensieri letti dai suoi studenti, tutti presenti a dirle “grazie”, significa molto. Soprattutto oggi che di scuola si parla di frequente, spesso dei lati peggiori. Ma la scuola è anche tanto altro: crescita, condivisione, arricchimento.

Certo è che la cosa strana è quando in famiglia si incontrano e confrontano due generazioni diverse, che per un periodo si trovano a condividere pensieri e cambiamenti (Anzi, si ritrovano addirittura ad essere “colleghe”). Mi riferisco a quella di mia madre e alla mia. Da ultimo l’ingresso delle competenze, delle tecnologie informatiche e dell’inglese che ha richiesto a tanti una sfida non indifferente per adeguarsi ai nuovi sistemi. E se io sono figlia di una generazione nata con un computer e un telefono in casa, mia madre si è dovuta adeguare. Così, da che la ricordavo uscire di casa con agenda e astuccio, l’ho ritrovata con in mano un tablet e la penna usb per scrivere sulla lavagna multimediale. Dalle comunicazione cartacee anche lei si è trovata a smistare decine di mail, cercando sempre di essere al passo con una didattica diversa e innovativa. Una scuola diversa dunque, nella quale perfino i laboratori talvolta sono itineranti e nella quale sono sparite le pedane di legno sotto la cattedra.

 

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Quali sono le novità della scuola di oggi rispetto a quella del passato?

“È difficile sintetizzare i cambiamenti che in decenni sono stati apportati al sistema scolastico. Sicuramente è mutato il ruolo dell’insegnante all’interno della classe e questo è dovuto in parte alle trasformazioni della società e dei tempi. La scuola di oggi è quella delle competenze. Bisogna aggiornarsi di continuo, sapere le lingue, conoscere l’informatica. Rispetto al passato c’è una maggiore apertura al territorio, al dialogo e all’ascolto. È una scuola inclusiva, nella quale le nuove metodologie stanno prendendo sempre più piede”.

 E questo è un bene o un male?

“Come per ogni cosa, ci sono i pro e ci sono i contro. Va bene aggiornarsi e utilizzare un linguaggio che sia in sintonia con i più giovani. Va bene una didattica improntata sulle competenze. Quello che invece non va bene è la tendenza ad affidarsi solo ed esclusivamente a strumenti digitali”.

Quale erano i problemi di ieri, quali quelli di oggi?

“Ai miei tempi l’istruzione era per molti versi un privilegio. Tanti vi dovevano rinunciare per andare a lavorare. Pochi erano coloro che riuscivano a proseguire gli studi dopo le scuole medie e a diplomarsi. Le famiglie, tuttavia, erano più attente a trasmettere ai figli valori importanti. Oggi si corre troppo. I genitori non sempre hanno il tempo necessario per seguire i figli e questo si ripercuote, talvolta, sul benessere del ragazzo. Gli studenti, poi, sono abituati ad avere tutto e subito, per cui non sempre sono disposti a fare sacrifici per raggiungere gli obiettivi utili a costruire il loro futuro”.

 Come sono cambiati gli studenti e come è cambiata la scuola?

“Gli studenti di oggi hanno mille stimoli e una miriade di strumenti che consentirebbero loro con poco di raggiungere le competenze attese alla fine del percorso scolastico. Tuttavia, non sempre riescono a incanalare correttamente e proficuamente le proprie abilità. Le tecnologie, infatti, se da una parte potrebbero aiutarli a distinguersi, dall’altra rappresentano un ostacolo allo sviluppo delle loro capacità. La scuola di oggi è la scuola della tecnologia e dei laboratori multimediali. Quello che però talvolta viene meno è l’aspetto creativo, la memoria, il dialogo: gli alunni non si sforzano più di pensare a modi diversi per raccontare le cose o descriverle, perché hanno pensatori elettronici che lo fanno al posto loro. Non si sforzano neanche di scrivere e curare la grafia o i contenuti, perché sono abituati a computer che automaticamente allineano caratteri e correggono gli errori di ortografia. Per non parlare delle chat, che hanno annullato il rapporto umano. Anche durante l’intervallo, se un tempo gli studenti approfittavano di quei dieci minuti per raccontarsi la giornata, scambiarsi commenti sui diari o raccontarsi, adesso passano il tempo a controllare whatsapp, Instagram o facebook”.

Come fa un insegnante in più di 41 anni di servizio, perché tanto è il tempo che bisogna trascorrere a scuola prima della pensione, a tenere testa a una generazione di alunni in continua evoluzione? Come hai fatto tu a stare dietro a tutti questi cambiamenti?

“Ci vuole tanta pazienza e forza di volontà. Alla mia età non è stato semplice rimettersi in discussione e cambiare la didattica passando da una più tradizionale ad una improntata sulle nuove tecnologie. Anche perché, se da giovani si accettano più facilmente la novità, a una certa età diventa più complicato e di sicuro non è immediato. Cosa mi ha aiutato? I miei figli, sicuramente, e poi i miei nipoti. Avere figli mi ha permesso di tenermi aggiornata e soprattutto di capire meglio i miei studenti e di interpretare i loro bisogni”.

Com’è oggi il rapporto con i colleghi rispetto al passato?

“Per alcuni versi non è cambiato molto. Se un tempo ci si confrontava più nei corridoi, prima o dopo le lezioni, o durante i rientri pomeridiani, nella scuola odierna gli incontri sono scanditi da calendari già programmati a inizio anno scolastico. Rispetto al passato si lavora molto più in gruppo, si elaborano prove di verifica “parallele”, si progetta insieme. E poi c’è l’aspetto social. Se gli alunni hanno i loro gruppi classe, i prof ne hanno altrettanti”.

Quale sarà secondo te la scuola del futuro?

“Una scuola sicuramente al passo coi cambiamenti dei tempi, della società e delle nuove esigenze. Mi auguro solo che le tecnologie non abbiano il sopravvento sul rapporto umano e sulla creatività degli studenti”.

 Cosa ha rappresentato per te il Liceo Classico “Gennaro Perrotta”?

“Il liceo classico “Gennaro Perrotta” è stato per me la mia seconda casa. La scuola dove ho sempre insegnato, dove sono cresciuta professionalmente e nella quale ho istaurato rapporti sinceri di rispetto e amicizia con dirigenti, colleghi e personale tutto. È il luogo nel quale ho avuto il privilegio di formare centinaia di studenti, molti dei quali sono diventati professionisti affermati, ai quali ho dato tanto, ma dai quali ho anche ricevuto molto, nella consapevolezza che nella vita non si finisce mai di imparare ed è importante avere l’umiltà di ascoltare tutti, soprattutto i più giovani che nella loro genuinità spesso riescono a sorprenderci”.