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Emergenza droga in Molise

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L’incidenza emergenziale delle dipendenze patologiche da sostanze stupefacenti in Molise, segnalata recentemente dal Procuratore di Campobasso, il dott. Nicola D’Angelo, che ringrazio per aver finalmente posto l’attenzione su aspetti che vanno al di là del piano prettamente legale, è nota già da tempo ma sta assumendo proporzioni davvero allarmanti, per le drammatiche conseguenze sul piano sia giudiziario sia di salute che interessano ormai migliaia di cittadini molisani, tra cui moltissimi in età giovanile; eppure, la problematica resta ancora fortemente trascurata da istituzioni, servizi e cittadini, non tanto sul piano della “cura”, quanto su quello della prevenzione.

Senza avere la pretesa di spiegare un fenomeno di cui va riconosciuta innanzitutto la complessità eziologica, ritengo che l’emergenza droga possa essere letta anche come espressione di una pervasiva frustrazione che accomuna tutti noi e sembra condannarci ad una ricerca tanto pressante quanto invalidante della felicità, del successo, della giovinezza, del talento, dell’appagamento immediato dei desideri, di evitamento delle rinunce e delle frustrazioni, del pensiero della malattia e della morte. Ossessioni, queste, di cui non riusciamo a liberarci e che, alimentando il “sistema dei consumi”, antepongono tra i nostri bisogni primari la ricerca e il consumo incessante della felicità.

Dal report diffuso dalla Comunità di San Patrignano per i suoi 40 anni di attività, emerge che la droga più utilizzata da 9 ragazzi su 10 è la cocaina. A seguire la cannabis, eroina, ecstasy, ketamina, anfetamina e allucinogeni. Allarmanti sono anche i dati riferiti all’età di insorgenza della patologia: l’età media di ingresso a San Patrignano è di 28 anni. Il primo contatto con le sostanze stupefacenti per 1 ragazzo su 2 è avvenuto entro i 14 anni. Sale a 18 anni di età il primo contatto con la cocaina (per 1 ragazzo su 2) e con l’eroina (per 1 su 4).

Lasciamo che i nostri figli nascano e crescano in una società in cui tutto sembra drogato – il lavoro, l’economia, il tempo, la comunicazione – e anche le relazioni familiari sono “drogate”: si corre per accumulare, consumare, espandersi prima possibile e più che si può. Così, anche la conoscenza di sé che la Psicologia tenta di indicare come via regia per il benessere collettivo, è ampiamente scomunicata dalla ricerca spasmodica di soluzioni rapide ai problemi, come quelle soluzioni promesse, ad esempio, dai cosiddetti “mental coach”, dai “counselor” (non psicologi) o dai “mediatori familiari” (non psicologi), figure professionali emergenti conformi alle leggi liberal-consumistiche, votate al rapido superamento di problematiche e al consumo e appagamento rapido di stati di “felicità”.

Preferiamo consulenze “usa e getta” dalle moderne sonorità americane (rassicuranti proprio perché americane?), passando dai picchi di euforia (per aver “imparato” la strategia giusta per affrontare velocemente il mio problema ed essere felice in poco tempo) all’alienazione della rassegnazione o, peggio, all’evitamento di qualsiasi pensiero sull’argomento (“non ho bisogno, faccio da me, non sono matto, non ho tempo da perdere” – appunto non si ha più tempo neanche per pensare).

Così anche il genitore moderno non normativo, ossessionato anch’egli dall’evitamento della sofferenza nei figli e in sé stesso, elargisce “da bravo genitore” doni, premi e concessioni che non stimolano affatto l’emergenza di un desiderio (da de-sidera, che “orienta verso le stelle”) né di un “pensiero”.

Ai decisori politici e dirigenziali della nostra Regione, a coloro che hanno bandito la prevenzione e la promozione del benessere dalle politiche sanitarie e sociali, che non investono in progettualità a lungo termine o nella stabilizzazione della Psicologia nei nostri servizi, a coloro che continuano a favorire interventi in emergenza o protesici, spesso imbustati dietro etichettature di “interventi di prevenzione”, il Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Molise chiede che si astengano finalmente dal farsi anch’essi interpreti della stessa economia drogata del consumo veloce, immediatamente appagante, falsamente risolutivo.

Basta con le soluzioni di progetti psicologici “usa e getta”, capaci di soddisfare strategie di health management che sembrano voler trasformare i nostri servizi in “stazioni di servizio” per una felicità immediata. Occorrono azioni di sistema, visioni che contemplino interventi multidisciplinari costanti su tutte le fasi di sviluppo, con particolare attenzione alla fase evolutiva lungo tutto l’arco dell’infanzia e dell’adolescenza.

Rispondiamo tutti insieme (Ordini professionali, Dirigenti, Amministratori, Istituzioni, Scuola, Ambiti Sociali, Terzo settore, Chiesa, famiglie) all’appello del Procuratore D’Angelo, pretendendo che si investa finalmente e con una progettualità efficace in servizi e interventi psicologici di sistema, senza trascurare la multidisciplinarietà degli stessi, e in tutti i contesti dove si lavora sui processi identitari della famiglia e dei giovani, a partire almeno dalla scuola dell’infanzia.

Cosa offre il mercato della droga ai nostri figli? Cosa troviamo sul banco del consumo di stupefacenti? Soprattutto l’illusoria cura rapida dell’ansia e della depressione, dei sentimenti di alienazione e di solitudine, della conflittualità, della paura dei sentimenti profondi, della carenza di iniziativa e mancanza di progettualità.

All’appello del Procuratore D’Angelo abbiamo il dovere di rispondere con proposte di interventi psicologici, sociali ed educativi in grado nel medio-lungo termine di generare trasformazioni profonde e durature, provando a sopportare la frustrazione dell’attesa e la rinuncia al possesso della soluzione immediata.

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