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Counseling “liquido”. Consumo e abuso di una professione sanitaria

Nella odierna società “liquida” accade che non si riescano a definire con chiarezza neanche gli atti tipici di tale professione non regolamentata; nessuno sa dire quali direzioni le prestazioni offerte assumano e in che modo si distinguano da quelle di uno psicologo, professione sanitaria legalmente riconosciuta dallo Stato italiano.

La cultura del consumo, di cui ho parlato anche domenica scorsa e ripetutamente in settimana relativamente all’emergenza droga, tende a contaminare, nella nostra società, anche le dimensioni del diffuso disagio psicologico e del relativo bisogno di “cura” o aiuto. Recentemente, la nota Rivista “Gioia” ha pubblicato (sul numero 35/2018, nella sezione “Benessere”) un articolo dal titolo “Psicologo? No Counselor”. Una domanda rivolta – nella logica mercantile dell’articolo – a  migliaia di potenziali “consumatori di psicologia”, palesemente tesa a condizionarne la scelta dirottandola su cosa? Sul cosiddetto Counseling. Titolo – quello della Rivista – coerente con i dettami di una cultura consumistica che, in barba a qualsiasi considerazione scientifica e giuridica, tende a voler soddisfare il bisogno di autoaffermazione e di espansione di nuove emergenti “professioni”, geneticamente modificate ad uso e consumo di ignari bisognosi di aiuto.

A volte avete la sensazione di essere smarriti, senza una meta, senza sostegno? La solitudine o la sensazione di essere osteggiati vi fa sentire di esser giunti “al capolinea”, al “punto di non ritorno”? Tutto vi sembra privo di significato, gli ostacoli sembrano insormontabili ed è sempre più marcata la tendenza all’isolamento? Bene, non siete malati! Potrebbe trattarsi di un semplice stato di crisi che non necessita di uno psicologo. No grazie! – sembrano dirci dal banco dei rimedi della postmodernità.

E a questo punto a voi la scelta tra la miriade di svariate, multiformi, innovative, cangianti professionalità. Ma cosa andrà meglio? Il Counselor? Il Mental coach? L’ipnologo/astrologo?

Malorni Nicola

 

I bisogni non soddisfatti (a causa dello scarso investimento del Pubblico, ad esempio, sulle prestazioni sanitarie psicologiche) – si sa – alimentano altri bisogni; siamo immersi in una rete di rapporti e in una società  liquida – per dirla con Zygmunt Bauman il quale ha introdotto questo nuovo costrutto teorico in sociologia -, assistiamo all’assenza di certezze e di punti di riferimento stabili.  La crisi dell’appartenenza (segnata dal crollo delle ideologie e dalla morte dei partiti da una parte o dalla crisi della famiglia, dall’altra), che poteva darci riparo grazie al potere contenitivo dei suoi confini, genera un individualismo sfrenato, dove ciascuno è un antagonista da cui guardarsi. È così che si perde la certezza del diritto e delle basi, di conseguenza per l’individuo è importante passare da un consumo all’altro, in una sorta di “bulimia della felicità” che rende tutto precario.

Cosa comporta questa liquefazione? L’ingresso e la stabilizzazione in una sorta di “regno di mezzo”, ove i cittadini utenti/clienti, ma anche gli operatori delle nuove discipline, sanno che cosa non vogliono (la psicologia che cura i “malati”) ma non che cosa vogliono (psicologia? No grazie!, meglio una professione di aiuto “non psi”). Accade così che non si riescano a definire con chiarezza neanche gli atti tipici di tali professioni non regolamentate; nessuno sa dire quali direzioni le prestazioni offerte assumano e in che modo si distinguano da quelle di uno psicologo, professione sanitaria legalmente riconosciuta dallo Stato italiano e regolamentata sulla base di una Legge istitutiva (la Legge n. 56/89) che ne definisce gli atti tipici, le metodologie e le tecniche di riferimento, le caratteristiche dell’utenza e gli ambiti applicativi, ecc.

L’articolo citato della Rivista “Gioia” è giunto invece ad affermare che “il counselor per definizione è un professionista della relazione di aiuto disciplinato in Italia dalla Legge 4 gennaio 2013”. Affermazione falsa! E per di più pericolosissima! L’ignaro potenziale consumatore di rimedi per la felicità, infatti, si creerà l’idea che esista in Italia una fonte legislativa che disciplina ed istituisce la professione di Counselor. Ma ciò non è mai accaduto! Quindi, seppure siamo tutti immersi in una società liquida, finché esisterà uno Stato di diritto, considereremo un “counselor” non psicologo che svolga le stesse attività professionali di uno psicologo o di uno psicoterapeuta in esercizio abusivo della professione (ex art. 348 del Codice Penale).

C’è quindi un modo per sopravvivere a tanta liquidità?

Dal sito web di AssoCounseling – la maggiore Associazione professionale di Counseling in Italia, membro della International Association for Counselling – leggiamo: “Il counseling si occupa esclusivamente di prevenzione e supporto ai problemi psicologici di natura non patologica. Il counseling può riguardare qualsiasi ambito nella vita, ma le aree d’intervento in cui è più frequentemente applicato sono l’orientamento scolastico e professionale e l’assistenza sociale”. “Problemi psicologici di natura non patologica” – cosa significa? È una affermazione contraddittoria, confondente, disinformante. Chi non ha un vero e proprio “disturbo” psichico ma soltanto un “problema psicologico”, ossia un malessere, un disagio, un problema esistenziale, un momento di crisi, secondo questa definizione non ha bisogno dello psicologo ma del “counselor”. Ma a dire questo non è la Legge italiana ma i soggetti attuatori del libero scambio economico tra l’operatore counselor che ha svolto uno dei non ben specificati corsi di formazione in counseling (probabilmente dopo il diploma di scuola media superiore, o dopo aver conseguito una laurea in una qualsiasi disciplina) e il nostro sempre ignaro consumatore di rimedi per la felicità.

 

Per la psicologia, invece, le competenzspecifiche sono stabilite chiaramente dalla Legge 56/89 e declinate e arricchite più di recente dal DPCM 12 gennaio 2017 che, indicando i nuovi LEA (livelli essenziali di assistenza), individua il “sostegno”, il “colloquio psicologico”, il “supporto” o la “consulenza psicologica” (counseling in inglese) tra le prestazioni tipiche della psicologia in risposta a situazioni di disagio, malessere, problemi psicologici oltre che di disturbi e patologie.

Un ambito quindi articolato che presenta un’esigenza molto diffusa di aiuto, un bisogno di assistenza che rischia, nella giungla dei potenziali “rimedi” offerti dal mercato, di diventare un “oggetto di consumo” molto appetibile.

 

Occorre fare molta attenzione alle leggi del libero mercato! Oggi soprattutto si tende a proporre un po’ ovunque beni di consumo che soddisfino il bisogno immediato. Allora ecco che il counseling, come anche il mental coaching o l’ipnosi come strumento di raccordo con “le forze creative e profonde dell’inconscio ancestrale” (si legge anche da qualche sito locale), è proposto come rimedio immediato, risolutivo, economico (si fa per dire) poiché si occupa di “disagio lieve”, mentre lo psicologo antagonista è descritto come colui che esegue trattamenti lunghi, su problematiche complesse legate alla malattia mentale e non, invece, al benessere.

 

In Italia, negli ultimi anni, abbiamo assistito contemporaneamente all’aumento e alla diffusione del disagio e al contemporaneo fiorire di scuole e di corsi di counselling. In una società ove governa il precariato, l’assenza di progettualità, l’angoscia di annullamento o di isolamento, è evidente lo sforzo di queste nuove professioni non regolamentate di mantenere il proprio diritto di esistere a fianco alle professioni “autorizzate” ad occuparsi di “psicologia” e di “disagio psichico”.
Ai fini del rispetto della Legge e della tutela della salute delle persone occorre impedire che anche gli atti tipici di una professione sanitaria si liquefacciano, con conseguente annullamento dei limiti che contengono e definiscono l’identità delle persone e delle professionalità. Anche i bisogni umani per poter essere adeguatamente soddisfatti necessitano prima di tutto di essere contenuti: e la liquefazione dei confini tra una professione e l’altra non facilita, anzi lo ostacola, questo importante processo di riconoscimento. Psicologia? Sì, certamente.