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Ce stanne cirte…

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Ce stanne cirte che pe fä’ i sapüte

dicene mäle a u vine pajesäne,

ma se pu’ vanne a Napele o a MIläne

vèvene a cite che fä fä’ i sternüte.

 

Dicene cirte (quiste è resapüte)

ch’a Tèrmele ci’ammäle chi stä säne

e che ce stanne spiagge assä’ luntäne

‘ndó i ciuppe ci’ aresanene e i cemmüte.

 

E quescì se ci’arrive nu frastire

che fusse püre nu sanapercille,

je danne u pòste, u dòn, a móje, i lire.

 

E a u pajesäne, dótte, óme dabbéne,

nen c’è Criste ca je caccene u cappille,

nen ce stä nu cäne ca je dice bbéne.

 

Traduzione

 

CI SONO ALCUNI…

 

Ci sono alcuni che per fare i sapientoni

dicono male al vino locale,

ma se poi vanno a Napoli o a Milano

bevono intrugli che fanno starnutire.

 

Dicono alcuni (e ciò è noto)

che a Termoli si ammala chi è sano

e che ci sono spiagge lontane

dove guariscono zoppi e gobbi.

 

E così se qui arriva un forestiero,

fosse pure un castrino (1),

gli offrono il posto, il don (2), una moglie e i soldi.

 

Mentre al paesano, dotto, uomo dabbene,

non c’è un Cristo che si levi il cappello,

non c’è neppure un cane che gli dica bene.

 

Giuseppe Perrotta

 

(1) Chi per mestiere castra i maiali

(2) La riverenza che si dà a preti e persone altolocate

 

A chi alludeva Giuseppe Perrotta, alias Don Pèppe da Pòste, padre dell’illustre grecista prof. Gennaro, con il sonetto “CE STANNE CIRTE…”?

A volere dare retta ad altre simili poesie sicuramente a persona precisa. Acuto osservatore della realtà cittadina, Don Peppe si divertiva a mettere alla berlina coi versi spesso personaggi del suo stesso rango sociale, mettendone in evidenza il carattere, gli atteggiamenti, le pose.

Con “CE STANNE CIRTE…” non v’è dubbio che abbia voluto prendere di mira una persona saccente, per il quale ciò che esiste o si fa a Termoli è tutto sbagliato e da cambiare. Un disastro, specie al confronto con la realtà esterna. Se poi questa persona è un termolese acquisito, cioè emigrato qui da altre località (spesso del Molise), magari senza arte né parte, al quale generosamente è stato garantito un lavoro e un guadagno sicuri, trovando anche la moglie del posto, per Perrotta è ancor più insopportabile.

Avendone viste tante di queste situazioni, col tempo qui ha preso corpo il detto che “il termolese è amante dei forestieri”, per i quali si svena fino a riconoscergli meriti e prebende frutto quasi sempre più del sapere “navigare nell’ambiente” che di proprie capacità.

Tutto incredibilmente vero, dai tempi del poeta fino a oggi.

Di qui la forte attualità del sonetto pubblicato da Primonumero. Magari ieri questi soloni pontificavano in piazza, per il Corso o nei circoli dei signori, oggi lo fanno sulla stampa, su internet e, soprattutto sui cosiddetti social. Luoghi preferiti precisi: le rubriche dei lettori, blog amici, Facebook, Twitter.

È qui che si esercitano questi stakanovisti da tastiera, per vanagloria e per partito preso.

 

Giovanni De Fanis

 

 

 

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