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Psicologia dell’emergenza. Il ricordo di San Giuliano che riaffiora

Con il terremoto di Montecilfone è riemerso il ricordo del sisma del 2002 che colpì San Giuliano di Puglia. I molisani hanno imparato a ricostruire, da quella esperienza sul campo, la “realtà interiore”, con il valido supporto di psicologi preparati a gestire l’emergenza, le post-emergenze e la tutela della salute psichica delle popolazioni colpite.

La paura di questi ultimi giorni ci ha fatto ripensare intensamente al 31 ottobre del 2002.

Eravamo pronti per la partenza per quel bel “ponte dei morti” regalatoci dal 1 novembre, venerdì, un giorno festivo. Poi arrivò la scossa: ho ancora vivo il ricordo di un’esperienza d’angoscia mai più sperimentata; mi trovavo al secondo piano di un palazzo costruito alla fine degli anni ’70; qualcosa lo scuoteva come per farlo crollare; ricordo lo scricchiolio delle pareti, la perdita dell’equilibrio, i volti angosciati di chi era con me, le voci che comandavano di non prendere l’ascensore e di fuggire via, velocemente, prima possibile. Poi, una volta rientrati in casa, accesa la TV, arrivarono le notizie del “terremoto in Molise”, della scuola crollata, dei soccorsi per tirare fuori i bambini da sotto le macerie. Un disastro: nessuno di noi mai aveva immaginato scene simili. Nulla sapevamo ancora dei bambini morti.

 

Chi è molisano ha impresse nella memoria la data e l’ora (erano le 11.30) di quella terribile scossa di terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli che causò il crollo della “Francesco Jovine” di San Giuliano di Puglia. Vi rimasero intrappolate 62 persone tra bambini, insegnanti e bidelli. Il bilancio fu poi noto a tutti: 29 morti, di cui 26 bambini.

Nei mesi a seguire la Protezione Civile si trovò a fronteggiare un’emergenza umanitaria legata a 5.500 sfollati: ai dieci Comuni colpiti inizialmente dalla prima scossa del 31 ottobre se ne aggiunsero altri undici, a seguito delle scosse successive. In tutta la regione furono allestite tendopoli.

 

Quella che allora chiamavamo ASL n°4 Basso Molise, promosse un Programma di Supporto Psicologico, anche con la collaborazione dell’Ordine degli Psicologi, volto alla gestione dell’emergenza e delle post-emergenze e alla tutela della salute psichica delle popolazioni colpite. L’operatività del personale sanitario (medici, infermieri, psicologi) si concentrò sia sul contenimento dei disturbi iperemozionali sia sul ripristino dell’equilibrio psichico di cittadini appartenenti ad aree della popolazione particolarmente colpite.

Malorni Nicola

 

Ero da poco laureato e mi ritrovai improvvisamente di fronte ad una psicologia applicata assolutamente inedita: ricordo che l’ASL aveva chiesto la collaborazione della SIPEM (Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza), con i Soci che si erano resi disponibili a raggiungere il Molise da altre regioni d’Italia.  Si trattava di dovere ricostruire ponti verso la vita, ripartendo da un terreno che, come sabbia mobile, era stato improvvisamente invaso dalla disperazione, dalla morte, dalle lacrime, e dai ricordi (terribili) di una vita che, fino a poche ore prima, scorreva tranquilla.

 

Tutto il Molise si ritrovò a dover fronteggiare (è proprio il caso di dirlo) la violenza di una vita normale che riemergeva attraverso i ricordi: tenere insieme il passato e il futuro a seguito di un evento traumatico, che sostituisce repentinamente la normalità con qualcosa di terribile, il gioco con la morte, è qualcosa che la mente umana non è equipaggiata a fare. La tensione tra gli opposti diventa insopportabile.

Ricordo la tendopoli di San Giuliano: una scena irreale. II campo era affollato, tante persone che sembravano muoversi senza meta; erano soccorritori, sopravvissuti, volontari, tecnici della Protezione Civile. Lì c’era quel che era rimasto del paese con una concentrazione ulteriore di umanità che rendeva tutto – appunto – irreale. Di fatto, però, il campo era un vero paese in tenda, erano stati ricreati tutti i servizi essenziali: il municipio, la cappella, la farmacia, il telefono, l’ufficio postale, il pronto soccorso, la banca, e c’erano anche gli psicologi nella roulotte con il Centro d’Ascolto voluto dalla ASL in collaborazione con gli psicologi della SIPEM.

Dall’auto, invece, volli guardare – per capire – il paese completamente vuoto, coi posti di blocco che impedivano di accedere – fisicamente ma non con lo sguardo – alle macerie, tante macerie, e in mezzo alcune case rimaste, non si sa come, integre in mezzo alla devastazione, come se aspettassero il rientro di qualcuno. La biancheria era ancora stesa, alcune finestre erano state lasciate aperte: una normalità violentemente interrotta che bene esprimeva il vissuto traumatico di quelle persone che si trovavano a vivere improvvisamente un’altra vita.

 

La televisione in questi ultimi giorni ci ha fatto ricordare, attraverso le interviste agli sfollati di Montecilfone, gli stessi sguardi vuoti, gli occhi smarriti, le spalle incurvate di chi comprende che la vita può improvvisamente mutare in qualcosa di tremendamente difficile.

Il sismologo dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Gianluca Valensise – riportano i giornali – diceva di recente che il Molise “non ha aperto gli occhi” dalla tragedia di San Giuliano – riferendosi alle tecniche di ricostruzione utilizzate almeno fino al 2009, anno in cui le leggi statali hanno poi imposto nuove norme antisismiche. In realtà, dal quel giorno qui in Molise siamo tutti cambiati. È impossibile dimenticare: quei campi noi li abbiamo guardati ed ora sono parte di noi, sono il coraggio delle madri, la dignità degli anziani, la forza dei giovani.

Apprezzo il monito del sismologo, utile a fare adeguata prevenzione, tuttavia ritengo sia utile riconoscere che i molisani hanno sicuramente imparato a ricostruire, da quella esperienza sul campo, la “realtà interiore”, con il valido supporto di psicologi che in emergenza hanno saputo rivelare l’operatività efficace della professione, intervenendo su macerie e devastazioni interiori che nessun altro tecnico può avvicinare per tentare una riorganizzazione.

 

Auguro alla mia comunità che mai più accadano eventi simili confidando nella prevenzione che le autorità e i tecnici regionali sono oggi in grado di garantire, tuttavia, voglio rivolgere con questo insolito articolo un invito a tutte le colleghe e i colleghi che hanno sensibilità per questo ambito di intervento a condividere con il nostro Ordine professionale le esperienze formative e professionali utili alla costruzione di modelli di intervento in casi di emergenza. Il Consiglio regionale, in considerazione della “vulnerabilità sismica” del nostro territorio, sta lavorando per avviare un percorso di implementazione delle professionalità e dei modelli di intervento.

 

La spaventosa realtà del terremoto è espressa dalle immagini dei nostri ricordi del campo di San Giuliano: lo strazio per l’orrore della morte traumatica è espresso dai ricordi di quelle case metaforicamente ridotte nella poesia “San Martino del Carso”, di Giuseppe Ungaretti (1916) a “qualche brandello di muro”, come fossero parti mutilate di un corpo: la realtà esterna non è dissimile da quella interna; la ricostruzione e la prevenzione devono essere adeguatamente contemplate all’esterno come all’interno; abbiamo tutti il dovere di volgere lo sguardo contemporaneamente all’esterno e all’interno, poiché la paura di questi giorni ci ricorda – con i versi di Ungaretti – che nei nostri cuori “nessuna croce manca”: “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato. E se la croce è anche simbolo di trasformazione, ecco allora che la paura deve essere per noi stimolo a non dimenticare, a interrogarci continuamente, attingendo alle macerie interiori per agire preventivamente ed efficacemente all’esterno.