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Pronto Soccorso nel caos. Troppi pazienti, poco personale. “I medici di famiglia ci mandano tutti qua”

Il reparto di emergenza del San Timoteo di Termoli sommerso da richieste di intervento. E’ l’unico presidio rimasto per un territorio che in estate raddoppia la popolazione, e deve fronteggiare con soli due medici e due infermieri per turno una mole di pazienti in gran parte da codice verde o bianco. La gente in attesa si lamenta per i tempi lunghi e spiega: “Sono stati i medici di base a mandarci qua”.

Lina ha una distorsione della caviglia. 12 anni, si è fatta male giocando a palla sulla spiaggia. Ha aspettato tre ore in sala d’attesa col papà, quindi è stata chiamata in ambulatorio. quando è arrivato il suo turno. E’ un codice bianco: la caviglia è solo leggermente gonfia, e non le fa nemmeno troppo male. Ma il papà, giustamente, è preoccupato. “Sono andato dal medico di famiglia qui a Termoli” racconta “Ma mi ha detto che avrei fatto meglio a venire in ospedale, ed eccoci qua. Aspettiamo dalle 9”. Quando Lina esce, finalmente, ha una fasciatura e la prescrizione di stare a riposo e il più possibile immobile. Nulla che il medico di famiglia non potesse fare.

Una disavventura simile è capitata alla madre anziana di un imprenditore termolese. La signora ha avuto un momento di affanno respiratorio, sostenendo di sentirsi stanca e affatto in forma. “Ha 85 anni, ovvio che non posso prenderla alla leggera” dice il figlio, sollevato nello scoprire, dopo un po’ di tempo trascorso ad aspettare, che la mamma ha un semplice momento di stress e affaticamento reso più evidente dal caldo. Anche in questo caso il primo tentativo è stato chiamare il medico di famiglia. “Gli ho spiegato la situazione, ma mi ha liquidato subito dicendo che era più sicuro se la portavo in ospedale”.

La domanda, inevitabile, è: ma a che servono allora i medici di base? “A niente – risponde una donna sulla sessantina che sta aspettando il nipotino punto da qualche insetto, codice bianco anche lui – servono solo a fare le ricette”. “Che poi – precisa l’imprenditore mentre si riavvia con la madre al braccio – ormai le ricette non le fanno più nemmeno loro, le fanno fare a qualche ragazzetta pagata qualche centinaia di euro al mese…”.

Intanto nel Pronto Soccorso di Termoli la gente continua ad arrivare. A parte qualche codice rosso o giallo, vale a dire i casi in cui il ricorso nel reparto emergenze è necessario, il resto dei casi sono tutti di “lieve entità”. Che un medico di base – pagato per questo dal sistema sanitario nazionale – può e deve tranquillamente affrontare. “Se solo si volessero assumere le loro responsabilità” sospira la donna. Evidentemente ben pochi se le assumono, visto che la stragrande maggioranza dei pazienti del pronto Soccorso, quelli che arrivano sulle loro gambe o su auto di parenti e amici, è affetta da problematiche sanitarie gestibili tranquillamente dai medici di base.

E invece. Tutti in Pronto Soccorso, costretti a tempi di attesa interminabili anche perché il reparto, pur essendo l’unico rimasto sull’intero BassoMolise, che in un periodo come questo raddoppia almeno la sua popolazione (200mila come minimo), ha solo 2 medici e due infermieri per turno. Salti mortali tra ambulatori e corridoi, medici e paramedici che sgusciano tra le barelle nei corridoi, il telefono che squilla impazzito, il Triage – dove si assegnano i codici – che lavora a ritmi frenetici. In accettazione una sola persona. La seconda, andata in pensione lo scorso anno, non è mai stata sostituita. Prendersi un giorno di ferie è una scommessa.

Tutti in Pronto Soccorso, anche per le cavolate. Soprattutto per le cavolate. I pazienti sbuffano, un po’ rassegnati e un po’ arrabbiati: “Ci mandano qua i medici di base, che dobbiamo fare”?