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Morire di immigrazione

In seguito ai due incidenti stradali che hanno portato alla morte di 16 braccianti stranieri ci siamo tutti scoperti improvvisamente a vivere in uno stato di torpore, incapaci di vedere l’ombra del caporalato e dell’agromafia a pochi passi o a ridosso dei nostri sicuri “confini”.

È accaduto a pochi chilometri da Termoli il terribile incidente stradale costato la vita a 12 braccianti stranieri, in seguito al quale si è tenuto in Prefettura a Foggia, alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Salvini, un vertice nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Alla riunione hanno partecipato anche il prefetto di Foggia, Massimo Mariani, i vertici delle forze di polizia, i rappresentanti della magistratura ed esponenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari.

 

Pochi giorni prima, un altro drammatico episodio tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, sempre nel Foggiano, aveva portato al decesso – sempre a seguito di un incidente automobilistico – di altri 4 migranti impiegati nei lavori dei campi.

Malorni Nicola

Eventi quasi simultanei, direi “sincronistici” – i due incidenti sono praticamente “fotocopiati” (anche i quattro braccianti morti nei pressi di Ascoli Satriano viaggiavano su un furgone che si è scontrato con un camion) -, legati fra loro da un nesso, certamente acausale, di immagini che irrompono dall’inconscio collettivo del Paese dischiudendo interrogativi, pensieri inediti, mai affrontati prima dalla maggior parte di noi. Infatti, ci siamo tutti scoperti improvvisamente – compresi noi molisani – a vivere in uno stato di torpore, incapaci di vedere l’ombra del caporalato e dell’agromafia a pochi passi o a ridosso dei nostri sicuri “confini”. Ci possono essere momenti in cui si sente di non essere totalmente presenti alla propria vita. La mente è come spenta, le emozioni smorzate. L’interesse per le persone, per il lavoro e per le attività sociali è come svanito. È come vivere senza sentimenti, appiattiti, senza vitalità, come anestetizzati.

 

I 16 morti ci hanno detto questo: anche noi molisani siamo impegnati inconsapevolmente a difendere la nostra integrità emozionale e culturale, non tollerando la consapevolezza di essere esposti al rischio (come in Puglia, in Campania, come in altri territori “notoriamente inclini”) di caporalato, di sfruttamento del lavoro nei campi, di nuove forme di schiavismo, fino al punto da desiderare di non voler ammettere che la violenza collettiva di cui si è scoperta capace l’Italia – a causa di questi drammatici eventi –  interessa anche noi. Ma non sono l’agromafia e il caporalato i temi centrali di questo articolo di Senso. Vorrei piuttosto seguire con voi l’ombra tracciata sull’asfalto rovente delle nostre strade da quei 16 giovani morti, provando a interrogarla sul senso più profondo di questi due eventi tragici coincidenti perché ho la sensazione che, al di là delle problematiche su cui indaga la Procura di Foggia, la psicologia può darci la possibilità di andare oltre i “confini” di un’esperienza che non riguarda esclusivamente le responsabilità dei datori di lavoro, o di presunti sfruttatori o mafiosi locali, ma investe le responsabilità civili e il tessuto emozionale di un intero Paese verso le “periferie esistenziali” di cui ha iniziato a parlarci Papa Francesco.

 

E allora, ecco che, interrogate, le ombre rispondono: sono piedi che hanno toccato tremuli e incerti il fondo di uno scafo, le cui orme hanno segnato nella polvere o nella sabbia, forse per qualche minuto appena, il passaggio da una nazione ad un’altra, senza che nessuno potesse accorgersene. Sono orecchi che hanno udito in piena notte solo la voce – quella inquietante – del mare, e poi i pianti dei bambini e delle donne. E sono occhi che hanno inseguito l’incedere del barcone tra le onde. E, infine, sono cuori che hanno provato il dolore del lasciare per sempre la propria terra ma anche la speranza della sopravvivenza ad una vita – quella sgorgata dal paese natio – resa insopportabile da guerre, violenze, povertà, perdite, traumi indicibili. Sono corpi che hanno conosciuto mezzi fatiscenti, privati del proprio spazio vitale, in balia delle onde, scossi dal terrore dell’annegamento o della morte per assenza di cibo e di acqua.

 

Per quei 16 giovani l’importante era arrivare: arrivare sulla terraferma; arrivare in una terra nuova e sicura, sconosciuta ma diversa; arrivare in un luogo dove poter ricevere cibo e coperte; arrivare in un Paese dove poter ricominciare a lavorare perché lavorare significa vivere, guardare avanti, lasciarsi alle spalle il nulla, la devastazione, la perdita. Arrivare: arrivare al campo, arrivare al furgone, arrivare al casolare dove poter riposare per ripartire ancora. È così che l’immigrazione tenta di fare elaborare il lutto della separazione dal gruppo originario e della rottura dei legami affettivi interiorizzati, dall’infanzia fino a quel momento: non è come da noi; non è attraverso gli abbracci, le conversazioni, i ricordi condivisi, il tempo dedicato all’anima che si elabora in quei contesti il dolore dell’assenza; l’immigrazione ha tracciato altri percorsi per quei sedici giovani. Primo fra tutti la rinegoziazione della propria esistenza, un processo che di solito dura anni e che invece per loro viene compresso in poco tempo, perché il disagio psichico ed esistenziale legato all’immigrazione accelera, abitua a ritmi serrati e a stati psico-fisici alterati, tutto deve cambiare velocemente, perché occorre arrivare, arrivare e salvarsi. Si diventa estranei pure a se stessi, non si è più “esseri nel mondo e con il mondo”, ci si può ritrovare ad essere avulsi da qualsiasi contesto, compreso il proprio corpo. Qui domina il rischio che esperienze diverse possano identificarsi: essere in balia delle onde è allora come essere in balia del potere dei caporali; resistere alla fame, alla sete e al freddo del barcone è come resistere all’abnorme fatica del lavoro dei campi assolati di pomodori. La rinegoziazione della propria esistenza passa anche attraverso il superamento di esperienze che tendono ad essere assimilate, nel tentativo inconscio di negare la frattura col passato (il barcone fatiscente come il casolare in rovina) perché il bisogno di coesione interna e di interezza induce a cercare somiglianze: “sono sopravvissuto già una volta, posso farcela ancora adesso”, “l’importante è arrivare ancora oggi come lo è stato già ieri”, “continuo a sentirmi intero se il presente è come il passato”.

 

Paradossalmente, l’esposizione alle fatiche e alle violenze che possiamo intravedere dietro i due tragici eventi recenti sembra seguire la rotta illusoriamente riparativa di fratture esistenziali che possono compromettere l’identità. Dal mio punto di vista psicologico è proprio a partire da questi bisogni di cura che il “malaffare” si alimenta: il caporalato, l’agromafia, lo sfruttamento del lavoro sono sintomi collettivi di un traumatismo non adeguatamente accolto ed elaborato dal sistema dei servizi socio-sanitari esistenti. L’evento migratorio è un anello fondamentale ed aggiuntivo nel ciclo di vita, se tale anello non si salda adeguatamente con gli altri (primo fra tutti il lavoro e la cura dell’anima) nella catena vitale delle possibilità, dei desideri, dei sogni, i rischi di blocco e regressione possono divenire molto seri ed invalidanti, alimentati da dinamiche violente perverse che l’essere umano tende a mettere in atto a danno dei propri simili.

 

Al di là del contrasto delle condotte malavitose, l’attenzione ai bisogni di cura ed assistenza psicologica è un ambito verso cui bisognerà indirizzare l’attenzione per avviare percorsi utili alla prevenzione di eventi tragici come quelli qui ricordati, nonché all’offerta di servizi che possano veramente promuovere nuovi modelli operativi di Welfare. Un processo che non può seguire a senso unico solo la strada giudiziaria o repressiva, ma deve contemplare una circolarità di azioni su diversi sistemi interattivi: istituzioni statali e regionali, servizi sociali e sanitari, aziende agricole, terzo settore in genere.

 

In una società multietnica come la nostra ormai, siamo tutti migranti: il caporalato, il lavoro nero, le difficoltà abitative, la negazione degli spazi dei diversi culti religiosi, sono problematiche fortemente connesse alle condizioni di vita dei migranti ma espongono l’intera nostra società a vissuti di disagio e di sofferenza psichica, determinando nuove e diverse forme di fragilità, cui siamo tutti indistintamente esposti. In questo senso siamo tutti migranti: ossia società in trasformazione che necessita – su piani evidentemente diversi – di una rinegoziazione dell’esistenza collettiva.

 

Lo straniero porta con sé una cultura “altra” e stati psichici ed esistenziali che non possono essere isolati nei casolari dei caporali perché la sua realtà, prima o poi, impatterà con la nostra società ospitante, creando anche le disfunzionalità di cui stiamo parlando in questi giorni.

Il rapporto “Agromafie e caporalato” realizzato dall’osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai Cgil che ha indagato il fenomeno dello sfruttamento nelle banlieue agricole italiane ha già fatto registrare un mondo di illegalità e violenze imposte ai braccianti nelle campagne delle Puglia fino al Piemonte. Le “periferie esistenziali” dei migranti sono anche le periferie del Paese Italia dove non ci sono regole né leggi, ma un’economia illegale e sommersa con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro. Non è solo la Puglia l’area interessata, dal rapporto emergono 80 distretti agricoli con le stesse pratiche di sfruttamento: cinquemila donne che lavorano nelle serre di Vittoria (Ragusa) dove vivono segregate e nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale, e poi gli schiavi della vendemmia dal Monferrato alla Sicilia per produrre spumanti e vini doc e sempre più giù nella scala sociale, fino ai 13 mila indiani che vivono nell’Agropontino, raccogliendo frutta per 400 euro al mese, e al traffico di profughi reclutati per lavorare nei campi del Chianti fiorentino. Morire di immigrazione: il tema – come anticipato – riguarda ambiti psicologici, economici, giuridici, sociologici e politici complessi la cui circolarità si rivela per le nostre Istituzioni non più trascurabile.